martedì 30 aprile 2013

Strage di operai in Bangladesh: è rivolta





Più di 340 persone decedute, più di mille ferite e tantissime sotto le macerie. Solo 40 i superstiti. Questi sono i numeri della strage avvenuta a Savar, nel sobborgo della città di Dacca, in Bangladesh, a causa del crollo di un edificio di otto piani che ospitava cinque aziende di abbigliamento per l'esportazione.
In un primo momento, sui muri del palazzo - poi accartocciatosi su se stesso - si erano venute a creare delle crepe e i 3000 dipendenti delle ditte erano stati fatti evacuare, ma successivamente era giunto dai dirigenti l'ordine di tornare al proprio posto di lavoro: e si è verificata la strage. Una strage annunciata dato che l'edificio era in condizioni di sicurezza assolutamente precarie e un ingegnere aveva dato parere contrario al rientro dei lavoratori.
E' esplosa, così, una rivolta messa in atto da parte di cittadini e operai dell'industria tessile che sono scesi in piazza, chiedendo addirittura la pena di morte per i responsabili delle vittime del “Rana Plaza”: armati di bastoni e di spranghe, hanno bloccato un'autostrada, danneggiato automezzi, incendiato negozi e bancarelle e dato alle fiamme dei pneumatici. La polizia ha dovuto ricorrere a gas lacrimogeni e e a proiettili di gomma per disperdere i manifestanti. Si tratta dell'esasperazione e della paura di persone che, secondo il comunicato di Human Rights Watch, vedono i propri diritti continuamente calpestati nel Paese asiatico: in particolare i lavoratori del settore tessile che sono sottoposti a turni faticosissimi e percepiscono uno stipendio mensile medio pari a soli 28 euro. E a questo si aggiunge il rischio giornaliero per la propria salute e per la propria incolumità.
A seguito del crollo del palazzo e della strage di lavoratori sono state arrestate otto persone tra cui il proprietario, il direttore amministrativo di due delle cinque fabbriche e due funzionari municipali che, il giorno precedente, avevano assicurato che non c'era alcun pericolo.

lunedì 29 aprile 2013

Carta Mondiale dei Migranti approvata a Gorée il 4 febbraio 2011



Le persone migranti sono bersaglio di politiche ingiuste. A detrimento dei diritti universalmente riconosciuti ad ogni persona umana, queste mettono gli esseri umani gli uni contro gli altri attraverso strategie discriminatorie, basate sulla preferenza nazionale, l’appartenenza etnica, religiosa o di genere.

Tali politiche sono imposte da sistemi conservatori ed egemonici che per cercare di mantenere i propri privilegi sfruttano la forza di lavoro, fisica e intellettuale dei migranti. A questo scopo, tali sistemi, utilizzano le esorbitanti prerogative consentite dal potere arbitrario dello Stato-Nazione e dal sistema mondiale di dominazione, ereditato dalla colonizzazione e dalla deportazione. Questo sistema è, nel medesimo tempo, caduco, obsoleto e causa di crimini contro l’umanità. Per questa ragione deve essere abolito.

Le politiche di sicurezza attuate dagli Stati Nazione inducono a credere che le migrazioni siano un problema e una minaccia, mentre costituiscono un fatto storico naturale, complesso, certo, ma che, lungi dall’essere una calamità per i paesi di residenza, costituisce un contributo economico, sociale e culturale di valore inestimabile.

Ovunque i migranti sono privati del pieno esercizio del loro diritto alla libertà di movimento e di istallazione sul nostro pianeta.

Inoltre i migranti sono privati dei loro diritti alla pace, economici, sociali, culturali, civili e politici, nonostante tali diritti siano garantiti da diverse convenzioni internazionali.

Solo un’ampia alleanza tra persone migranti potrà promuovere l’emergere di nuovi diritti per ogni persona, per nascita e senza distinzione di origine, sesso, credo, e colore della pelle.
L'alleanza dei migranti, basata su principi etici, dovrà permettere loro di contribuire all’elaborazione di nuove politiche economiche e sociali, così come la rifondazione del concetto di territorialità e del sistema di governance mondiale dominante, unitamente ai fondamenti economici ed ideologici che gli sono sottesi.

Ecco perché noi, migranti di tutto il mondo, sulla base dalle proposte ricevute a partire dal 2006 e dopo ampio dibattito su scala planetaria, adottiamo la presente Carta Mondiale dei Migranti.

Sulla base delle situazioni vissute dai migranti nel mondo, la nostra ambizione è di far valere il diritto per tutti di circolare e stabilire liberamente la propria residenza sul nostro pianeta e contribuire a costruire un mondo senza muri.

Per questo, noi, persone migranti che abbiamo lasciato la nostra regione o paese, per costrizione o di nostra spontanea volontà e che viviamo permanentemente o temporaneamente in un'altra parte del mondo, riunite il 3 e 4 febbraio 2011 sull’Isola di Gorée in Senegal,

Noi proclamiamo,

Poiché appartiene alla Terra, qualsiasi persona ha il diritto di scegliere il luogo della sua residenza, di restare laddove vive o di andare ed istallarsi liberamente e senza costrizioni in qualsiasi altra parte di questa Terra.

Ogni persona, senza esclusione, ha il diritto di spostarsi liberamente dalla campagna verso la città, dalla città verso la campagna, da un provincia verso un’altra. Ogni persona ha il diritto di lasciare un qualsiasi Paese per andare in un altro e di ritornarci.

Qualsivoglia disposizione e misura restrittiva della libertà di circolazione e istallazione deve essere abolita (leggi relative ai visti, lascia-passare e autorizzazioni, così come qualsiasi altra legge relativa alla libertà di circolazione).

Le persone migranti del mondo intero devono godere degli stessi diritti dei nazionali e dei cittadini dei paesi di residenza o di transito e assumere le medesime responsabilità in tutti gli ambiti essenziali della vita economica, politica, culturale, sociale ed educativa. Devono avere il diritto di votare e di essere eleggibili in ogni organo legislativo a livello locale, regionale e nazionale, assumendo le loro responsabilità fino al termine del mandato.

Le persone migranti devono avere il diritto di parlare e condividere la loro lingua madre, di sviluppare e far conoscere le loro culture e i loro costumi tradizionali, ad eccezione di quanto arreca danno all’integrità fisica e morale delle persone, nel rispetto dei diritti umani. Le persone migranti devono avere il diritto di praticare la propria religione e il proprio culto.

Le persone migranti devono avere il diritto di esercitare un attività commerciale dove desiderano, di dedicarsi all’industria o ad esercitare qualsiasi mestiere o professione legittima, alla pari dei cittadini del Paese di accoglienza e di transito, in modo da consentire loro di responsabilizzarsi nella produzione della ricchezza necessaria allo sviluppo e alla realizzazione di tutti.

Lavoro e sicurezza devono essere garantiti a tutte le persone migranti. Ogni lavoratore deve essere libero di aderire a un sindacato e/o di fondarne uno con altre persone. Le persone migranti devono ricevere un salario per un lavoro uguale, avere la possibilità di trasferire il frutto del proprio lavoro, ricevere le prestazioni sociali e godere della pensione, senza restrizione alcuna. Questo contribuendo al sistema di solidarietà necessario alla società del Paese di residenza o di transito.

L’accesso ai servizi bancari e finanziari deve essere assicurato a tutte le persone migranti nello stesso modo dei nazionali e cittadini del paese di accoglienza.

Tutti, uomini e donne, hanno diritto alla terra. La terra deve essere condivisa tra quanti ci vivono e la lavorano. Restrizioni alla proprietà della terra imposte per motivi etnici e/o di nazionalità e/o di genere, devono essere abolite, a vantaggio della visione nuova di una relazione responsabile tra gli esseri umani e la terra, nel rispetto delle esigenze di uno sviluppo duraturo.

Le persone migranti devono essere uguali davanti alla legge, allo stesso titolo dei nazionali e dei cittadini dei paesi di residenza o di transito. Nessuno deve essere sequestrato, imprigionato, deportato o vedersi limitare la propria libertà senza che prima sia stata ascoltata e difesa la sua causa, in modo equo e in una lingua di sua scelta.

Le persone migranti hanno il diritto all’integrità fisica e a non essere molestati, espulsi, perseguitati, arrestati arbitrariamente o uccisi a causa del loro statuto o perché difendono i propri diritti.

Ogni legge che prevede una discriminazione basata sull'origine nazionale, il genere, la situazione matrimoniale e/o giuridica o sulle convinzioni deve essere abolita, a prescindere dallo statuto della persona umana.

I diritti umani sono inalienabili e indivisibili e devono essere gli stessi per tutti. La legge deve garantire a tutte le persone migranti il diritto alla libertà di espressione, il diritto di organizzazione, il diritto alla libertà di riunione e il diritto di pubblicazione.

L’accesso ai servizi di cura e all’assistenza sanitaria deve essere garantita a tutte le persone migranti, allo stesso titolo dei nazionali e dei cittadini dei paesi di accoglienza e di transito, con un attenzione particolare alle persone vulnerabili. A tutte le persone migranti portatrici di handicap, devono essere garantiti i diritti alla salute, i diritti sociali e culturali.

La legge deve garantire a qualsiasi persona migrante il diritto di scegliere il proprio partner, di fondare una famiglia e di vivere in famiglia. La riunificazione familiare non le può essere rifiutata e non si può separarla o mantenerla lontana dai propri figli.

Le donne in particolare, devono essere protette contro ogni forma di violenza e di traffico. Hanno il diritto di controllare il proprio corpo e di rifiutarne lo sfruttamento. In materia di condizioni lavorative, di salute materna e infantile come nel caso di cambiamento del proprio statuto giuridico e matrimoniale, le donne migranti devono godere di una protezione particolarmente rafforzata.

I migranti minorenni devono essere protetti dalle leggi nazionali in materia di protezione dell’infanzia, allo stesso titoli dei nazionali e dei cittadini dei paesi di residenza e di transito. Deve essere garantito il diritto all’educazione e all’istruzione.

L'accesso all’educazione e all’istruzione, a partire dalla scuola dell’infanzia fino all’insegnamento superiore, deve essere garantito alle persone migranti e ai loro figli. L'istruzione è gratuita e uguale per tutti i bambini. L'istruzione superiore e la formazione tecnica devono essere accessibili a tutti sulla base di una nuova visione del dialogo e dello scambio tra le culture. Nella vita culturale, sportiva ed educativa ogni distinzione fondata sull’origine nazionale deve essere abolita.

Le persone migranti devono avere diritto alla casa. Ciascuno deve avere il diritto ad abitare nel luogo di sua scelta, di vivere in un habitat dignitoso ed avere accesso alla proprietà immobiliare così come di mantenere la propria famiglia in condizioni confortevoli e di sicurezza allo stesso titolo dei nazionali e dei cittadini dei paesi di accoglienza e di transito.

Ad ogni persona migrante deve essere garantito il diritto ad un’alimentazione sana e sufficiente insieme all’accesso all’acqua potabile.

Le persone migranti aspirano ad ottenere opportunità e responsabilità allo stesso titolo dei nazionali e dei cittadini del paese di accoglienza e di transito, di affrontare insieme le sfide attuali (alloggio, alimentazione, salute, realizzazione personale, ...).

Noi, persone migranti, ci impegniamo a rispettare e promuovere i valori e i principi sopra espressi e, in questo modo, a contribuire alla scomparsa di qualsiasi sistema di sfruttamento sgregazionalista e all’avvento di un mondo plurale, responsabile e solidale.



Molte donne per il nuovo governo italiano



Cecile Kyenge Kashetu

Nomi nuovi, nomi a sorpresa per la lista dei ministri che compone la squadra del neoeletto Presidente del Consiglio, Enrico Letta. E nella squadra molte donne: alle Pari opportunità e allo Sport la campionessa di kajak Josefa Idem, alla Giustizia Anna Maria Cancellieri, agli Affari esteri Emma Bonino, al ministero dell'Agricoltura Nunzia De Gerolamo, alla Salute Beatrice Lorenzin e Anna Maria Bernini alle Politiche comunitarie.
Ma l'Italia ora ha il suo primo ministro nero: ed è giusto dirlo. Cecile Kyenge Kashetu, ministro dell'Integrazione.
Nata a Kambove, nella Repubblica Democratica del Congo, residente in Italia dall'83, vive in provincia di Modena, sposata e madre di due figli, Cecile Kyenge si è laureata in medicina e chirurgia, con specializzazione in oculistica, già deputata del Pd, è portavoce nazionale della Rete Primo Marzo per cui si occupa di promuovere i diritti dei migranti e i diritti umani.
Il neoministro si è avvicinato alle tematiche dell'immigrazione, ha raccontato in una recente intervista, per le difficoltà che ha vissuto in prima persona: due anni dopo aver conseguito la laurea, non poteva accedere ad un concorso pubblico, come tanti altri immigrati come lei. Come prima donna dell'Africa sub-sahariana ad essere eletta nel Parlamento italiano ha affermato di aver provato un forte senso di responsabilità: impegno e responsabilità che l'hanno sempre guidata nel suo percorso umano e politico.
La scorsa edizione della Giornata senza di noi - lo sciopero dei migranti lavoratori, promosso dalla Rete Primo Marzo - è stata organizzata mettendo al centro della riflessione la libera circolazione delle persone immigrate, una nuova legge sulla cittadinanza e l'abrogazione della legge Bossi-Fini. E proprio queste saranno ancora le battaglie di Cecile Kyenge che, nel 2011, ha sottoscritto e divulgato la Carta mondiale dei migranti che riportiamo di seguito in versione integrale.
Intanto la Lega, attraverso le parole di Matteo Salvini, ha espresso la propria posizione riguardo alla scelta del Ministro per l'Integrazione: “Siamo pronti a fare opposizione totale al ministro per l'Integrazione, simbolo di una sinistra buonista e ipocrita, che vorrebbe cancellare il reato di clandestinità e per gli immigrati pensa solo ai diritti e non ai doveri...Venga in alcune città del Nord, a vedere come l'immigrazione di massa ha ridotto gli italiani a minoranza nei loro quartieri. I governatori leghisti del Nord faranno argine, nel nome del 'prima i residenti, prima gli italiani'”.
Ma Laura Boldrini Presidente della Camera, Emma Bonino (che si è sempre battuta per i diritti civili e umani) agli Affari Esteri e Cecile Kyenge all'Integrazione fanno ben sperare.


sabato 27 aprile 2013

Iraq dieci anni dopo




Laura Silvia Battaglia lavora per la redazione esteri del quotidiano Avvenire. Come freelance collabora con il settimanale Terre di Mezzo, con l’agenzia Redattore Sociale, con i network radiofonici Radio Popolare e Radio In Blu, e con RAI News. È caporedattore del sito www.assaman.info, rivolto ai migranti senegalesi. Da alcuni anni si dedica al reportage in zone di confine e di conflitto etnico o religioso (Libano, Israele e Palestina, Gaza, Afghanistan, Kosovo, Serbia), e cerca di raccontare l’altro attraverso la scrittura, i suoni, le immagini. Il suo ultimo documentario si intitola Unknown Iraq: Il 20 marzo 2003 gli Stati Uniti occupavano l’Iraq con l’operazione militare “Iraqi Freedom”. Da allora sono passati dieci anni. Dieci anni di guerra in nome del terrorismo e della democrazia. Dieci anni di odio e di caos. Oggi l’Iraq è il quinto Paese più corrotto al mondo ed è il più corrotto in assoluto in Medio Oriente.
Il documentario andrà in onda questa sera, sabato 27 aprile 2013, alle 00.45 per “Agenda del Mondo”, TG3.


Abbiamo rivolto alcune domande a Laura Silvia Battaglia


Quando si è recata in Iraq e come si è mossa all'interno del Paese?

Mi sono recata in Iraq in tre riprese diverse prima su Baghdad, poi su Bassora, poi sul Kurdistan iracheno e sempre via aerea. Questo per superare sia i problemi di sicurezza legati ai viaggi di lunga percorrenza su strada, sia per aggirare problemi di visto. Di fatto l'Iraq non è più un unico Paese ma una federazione dove la mano sinistra non sa quel che fa la destra. Un visto rilasciato da una regione, da un governatorato del Sud, ad esempio, non può valere per la capitale o per il Nord. Il Kurdistan, poi, è uno Stato nello Stato. Per quanto riguarda i movimenti su strada, ci sono diverse precauzioni di sicurezza da prendere. Baghdad certamente ha dei livelli di pericolosità maggiori, a causa degli attacchi bomba frequenti ma soprattutto a causa  di possibili ceck points delle milizie. Gli occidentali possono essere degli ottimi target per rapimenti, riscatti, rappresaglie. Muoversi in taxi è decisamente pericoloso. Però, se vivi con le persone del posto, se non alloggi nella Green zone di Baghdad, se ti rechi al mercato come un cittadino qualunque - nel mio caso il mio volto e il modo in cui mi abbiglio mi aiutano nell'impresa - muoversi senza essere un target, nei limiti di quello che anche il destino ha scelto per te, è possibile.

Quali categorie di persone ha intervistato? Ad esempio, persone comuni, artisti, intellettuali e qual è il sentimento comune a dieci anni dal conflitto?

Ho intervistato solo persone comuni, posto che ho parlato anche con politici locali e con un ministro ma il loro punto di vista mi è servito per comprendere altri livelli di ragionamento legati ad interessi di parte, da parte appunto di chi governa. Ci sono due sentimenti prevalenti: la disfatta e la revanche. La disfatta è comune nelle persone che superano i 50 anni, unita alla convinzione che mai, mai più, l'Iraq tornerà ad essere ciò che era stato prima dei tempi di Saddam: un Paese modello di cultura e di sviluppo nell'area del Mashreq con la migliore università del Medio Oriente. Il secondo sentimento prevalente è la revanche, molto comune e diffusa tra i giovani ventenni. Ragazzi a cui non è stato possibile avere un'infanzia, una famiglia, un passato e che non possono sopportare l'idea di non potersi giocare il futuro. Si battono per la pace, per un lavoro, l'istruzione, la salute: tutti diritti garantiti nella forma dalla costituzione  ma nella sostanza ancora negati.

Chi si sta occupando della ricostruzione del Paese e in che modo?

Le cause di tutto questo vanno ricercate in un binomio esplosivo: i 13 anni di sanzioni a cui il Paese è stato sottoposto dalle Nazioni Unite, dopo l'invasione del Kuwait, da una parte; dall'altra la più grande operazione di state-building mai registrata prima, e in atto dal 2003. Un insieme di azioni militari, umanitarie ed economiche che costa agli americani 65 miliardi di dollari l'anno e di cui usufruiscono esclusivamente le élite al potere. Soldi che vengono settimanalmente volatilizzati dentro la Banca Centrale Irachena in oscure operazioni all'estero.Tra gli ultimi programmi di sviluppo, l'Unido ha lanciato il Teirq10006, per lo sviluppo della zona industriale di Baghdad. A questo progetto, che ha la benedizione di nove rappresentanti del governo iracheno, tra cui il Ministro dell'Industria e Minerali e 11 rappresentanti di organizzazioni internazionali, partecipa l'Italia come Paese donatore. Obiettivo: creare una Road Map industriale intorno a Baghdad che possa rappresentare un modello per lo sviluppo di altre zone industriali in tutto l'Iraq, da Bassora ad al-Anbar, passando per Erbil. Per rendere operativo il progetto, Unido chiede una definizione necessaria dei confini della zona industriale, un assetto giuridico che eviti gli effetti di free-low zones, un controllo sul territorio nazionale e non municipale, la privatizzazione sostanziale delle attività, la razionalizzazione e l'assicurazione delle risorse primarie per l'area industriale, specie acqua ed energia elettrica. In questo progetto non si fa menzione delle necessità dei civili iracheni.

Quanto sarebbe importante attivare campagne per favorire l'istruzione dei giovani e magari anche delle donne?

Non "sarebbe" importante ma "è" importante. Il punto non è attivare le campagne, cosa che è già stata fatta. Il punto è fare in modo che vengano promosse, accettate, spinte dai forum sociali locali. Dopo questo passo, che ha tra le sue più importanti sostenitrici donne, attiviste e sindacaliste del calibro di Hanaa Edwar, coordinatrice dell'ong irachena Al Amal, è necessario che il governo recepisca questo tipo di imput. Può un governo che si dice democratico consentire ancora il delitto d'onore o accettare, per tradizione, il matrimonio di minori intorno ai 12-13 anni d'età? E' quello che succede ancora in alcune zone del Paese.

Il mondo italiano dell'informazione si è un po' dimenticato dell'Iraq e delle conseguenze della guerra e della rivoluzione?

L'informazione sugli esteri in Italia è una sconosciuta, oggi più che mai. Probabilmente è colpa dell'assenza di una vera politica di Esteri, dovuta al nostro passato poco o per nulla coloniale, a cui si agiunge oggi la crisi dei media e del mercato editoriale. Eppure siamo un Paese chiave nel Mediterraneo e gli italiani sono attori preziosi in contesti di dialogo e mediazione. Riguardo all'Iraq, il fatto, ad esempio, che in questi ultimi 4 giorni ci siano stati 200 morti in scontri settari, e che non si sia nemmeno scritta una breve; o che nell'agosto del 2012 siano state impiccate 21 persone in un solo, stesso giorno senza un giusto processo e sia uscito solo un trafiletto nelle ultime pagine di 3 quotidiani, continua a confermare una triste verità: di Iraq non si parla perché l'Iraq è l'unica, vera, grande riserva di petrolio a cielo aperto nel Medio Oriente e perché sono molti i giacimenti ancora non sfruttati. Secondo il ministro del Petrolio iracheno, infatti, nel 2014 la produzione dovrebbe raggiungere quota 6,5 milioni di barili al giorno, più del doppio della attuale cifra di 2,7. E le previsioni più ottimistiche parlano di 12 milioni di barili per il 2017, quasi cinque volte la produzione attuale come sostiene lo scenario energetico profilato per il 2030 dalla British Petroleum. Perché dunque parlare (male) di un Paese nel quale si continuano a fare affari d'oro?

Può anticipare chi è Usama Al – Samarai, che lei ha intervistato, e commentare le sue parole?

Usama Al Samarrai è il figlio di Ahmed Al Samarrai, il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Iracheno rapito a Baghdad il 15 luglio del 2006 in un incontro pubblico, insieme ad altri 24 membri del Comitato. Alcuni rapiti sono stati rilasciati dopo qualche tempo. Ma Usama non ha mai più avuto notizie del padre. Nessuno, a distanza di sette anni, sa se è vivo o morto. 
Niran, la moglie del presidente rapito, ha parlato dopo sei anni. Nel libro “A homeland kidnapped” denuncia l’inefficienza del nuovo governo iracheno, il silenzio della comunità internazionale, e ipotizza questo scenario: il marito ha pagato la sua equidistanza da qualsiasi partito e il suo amore per il Paese al di là delle divisioni settarie sull'altare delle nuove elité al potere. Di questo crimine, secondo la vedova e il figlio "sono responsabili figure attualmente al Governo”. Da parte mia aggiungo, semplicemente, che è molto strano non attivare nessun tipo di inchiesta o di interrogazione parlamentare o di indagine di fronte al rapimento di ben 24 persone da parte di un commando armato che ha fatto irruzione in una sala conferenze pubblica a Baghdad. E' come se in Italia 20 persone irrompessero armate durante una riunione di Confindustria, intimando ai cameraman presenti di spegnere le telecamere prima dell'azione e rapissero 24 delegati. Provate solo a immaginarlo. Non chiedersi il perché, non attivare nessuna azione di contrasto, non interrogare i rilasciati, insabbiare tutto nel silenzio, a livello locale e internazionale, equivarrebbe inevitabilmente a rendersene complici.



UNKNOWN IRAQ TRAILER from Laura Silvia Battaglia


Laura Silvia Battaglia





21-27 aprile 2013: una settimana all'insegna dell' “Educazione per tutti"


In tutte le sedi mondiali dell' UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l' Educazione, la Scienza e la Cultura), dal 21 al 27 aprile 2013, vengono organizzati eventi - seminari, conferenze, mostre, dibattiti - per sensibilizzare tutte le società civili e i governi sul tema dell'educazione e dell'istruzione: la settimana è promossa dalla Campagna globale per l'educazione (GCE) e lo slogan, scelto per questa edizione, è: “Ogni bambino ha bisogno di un insegnante”.
La GCE è un network di organizzazioni non-governative, associazioni di attivisti e di insegnanti, nata nel 1999 che, già in occasione del Forum Mondiale sull'Educazione - tenutosi a Dakar, in Senegal, nel 2000 - aveva proposto i sei obiettivi che vanno a formare la campagna intitolata “Education for all”, campagna prevista fino al 2015 e che si pone l'obiettivo di garantire il diritto all'istruzione e la qualità didattica a tutti i bambini della terra.
Le sfide a lungo termine sono: la garanzia dell'istruzione primaria e la riduzione massiccia dell'analfabetismo.
All'interno della manifestazione, si segnala, in particolare, la giornata del 23 aprile, chiamata “ La più grande lezione del mondo” durante la quale le scuole hanno avuto l'occasione di invitare un esponente della politica e inviare, anche tramite gli organi di stampa, messaggi sul tema dell'istruzione ai membri delle istituzioni.
Gli organizzatori della settimana dedicata all'educazione si rivolgono, soprattutto, alle persone più povere e svantaggiate: ai bambini e ai giovani che vivono in zone rurali o che appartengono a minoranze etniche e linguistiche; e si vogliono occupare, ovviamente, anche di tutti coloro che sono colpiti da disastri naturali, da conflitti e da malattie psico-fisiche nella difesa di una cultura di pace, della diversità e dei diritti umani.

venerdì 26 aprile 2013

Laura Boldrini, a Milano, per celebrare la festa della liberazione


Riportiamo, di seguito, il discorso del Presidente della Camera, Laura Boldrini, pronunciato ieri a Milano, in occasione della 68ma Festa della Liberazione. Un 25 aprile 2013, riscaldato dal sole, ma soprattutto da centinaia di persone colorate, attente, sorridenti, convinte che non si debba smettere di credere nei valori giusti, nella Costituzione, nell'impegno.

Laura Boldrini
Care amiche e cari amici,
è per me un grande privilegio rivolgermi a voi in questa Piazza e in questa città.
Ho sfilato nel corteo e ora vi vedo da qui. Siete tanti, siamo in tanti, tantissimi! E c’è ancora chi parla del 25 Aprile come di una ricorrenza stanca e invecchiata. E anche questa mattina c’è stato chi ha scritto che questa festa è morta. Vengano qui gli scettici, gli increduli! Questa festa è più viva che mai. È la festa di tutti. Di tutti gli italiani liberi.

Oggi festeggiamo la riconquista della libertà, il dono più prezioso per ogni essere umano. C’è gioia ma c’è anche commozione, perché il nostro pensiero va ai tanti che per farci questo dono, la libertà, hanno perso la vita, sono stati uccisi, torturati, internati nei campi di sterminio. Ed erano giovani, giovanissimi. Di diverso orientamento politico, di diversa fede religiosa. La Resistenza non fu di parte. Fu un moto popolare e unitario, per restituire dignità all’Italia intera.
Quando sono stata eletta presidente della camera, mi è stato regalato un libro che conoscete bene : “Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”. Un libro straordinario perché non è scritto con la penna, è scritto con la vita. La vita di tante persone.
Quello che più mi colpisce di quelle lettere è l’età di chi le scrisse, a poche ore dalla morte. Quasi tutti attorno ai vent’anni. Tutti animati da una grande speranza per il futuro dell’Italia.
Vorrei che da qui, a tanti anni di distanza, a quei ragazzi della Resistenza inviassimo un grande applauso, che è il nostro grazie per tutto quello che hanno fatto, per noi e per l’Italia.
Durante la mia esperienza negli organismi internazionali ho conosciuto gli orrori della guerra, non me li hanno raccontati: nei Balcani come in Medio Oriente o in Africa, altre ragazze e altri ragazzi feriti, imprigionati, torturati. E se riescono a mettersi in salvo diventano rifugiati, persone costrette a fuggire dai loro paesi perché vittime di persecuzioni e di violenze.

Come Sandro Pertini, costretto dal fascismo a riparare in Francia, e molti altri italiani come lui.
Così sono quei giovani della primavera araba che hanno sfidato regimi dittatoriali che sembravano irremovibili e molti altri in tutto il mondo che continuano a farlo, rischiando la vita ogni giorno. Sono anche loro combattenti per la libertà. E alcuni vivono in casa nostra, che deve essere anche casa loro. Ce lo dice la Costituzione! Ce lo dicono i nostri ideali : libertà, uguaglianza, fraternità!
Mai più il fascismo. Mai più guerre. Questa l’invocazione dell’Italia libera, subito dopo il 25 Aprile. E questo monito avevano in testa i costituenti nel redigere la nostra carta fondamentale.
Oggi, insieme alla Liberazione, celebriamo i valori della Costituzione: il ripudio della guerra, l’uguaglianza, la giustizia sociale.

È una giornata di ricordo. Ma deve essere anche l’occasione per riflettere e per chiederci : da che cosa ci siamo liberati il 25 Aprile?
Da un regime politico totalitario, innanzitutto. Ma anche dai valori che propugnava.
Ci siamo liberati dal mito della nazione e del popolo come comunità chiusa, che deve essere “purificata” da coloro che possono infettarla : i dissenzienti, i diversi, i deboli, le minoranze etniche e religiose.

Ci siamo liberati dall’autoritarismo e dal conformismo.
Ci siamo liberati da una concezione del potere tutta basata sulla violenza, dall’idea di superiorità razziale, dall’espansionismo aggressivo.
Ci siamo liberati dalla celebrazione della virilità, del maschilismo, della riduzione della donna a “madre e sposa”, dalla sua esclusione dal mercato del lavoro, dalla società e dalla politica.
Da tutto questo ci siamo liberati!

E abbiamo abbracciato altri valori: quelli di una società pluralista, dei diritti individuali e collettivi, della cittadinanza attiva. Quelli del ripudio della guerra e della ricerca della pace tra i popoli. Quelli della liberazione delle donne e dell’uguaglianza di genere.
Sono gli stessi valori che troviamo scolpiti nella Dichiarazione universale dei diritti umani, che è per me l’espressione più alta della cultura antifascista.
Sono i nostri valori, i valori della repubblica italiana.

Guai però a considerarli acquisiti una volta per tutte. Essi sono continuamente minacciati da gruppi e organizzazioni neofasciste. Gruppi pericolosi, perché cercano di fare proseliti tra i giovani. Approfittano dello smarrimento di ragazze e ragazzi ai quali è stata sottratta la fiducia nel futuro.
Vi è un pullulare di siti Internet che inneggiano al fascismo e al nazismo, all’odio razziale e alla violenza contro le donne. Questo, in un paese civile, non è tollerabile !
Esiste una convenzione del consiglio d’Europa, ratificata dall’Italia, che impegna gli Stati a punire chi, anche attraverso la rete, diffonde materiale xenofobo e, per odio razziale, minaccia e insulta altre persone.

Questa Convenzione va applicata rigorosamente.
Ma serve anche altro. Serve una battaglia culturale, di idee, di valori. Parliamo con i nostri ragazzi, non lasciamoli in preda a questa sottocultura ; trasmettiamo loro, nel modo più semplice e più chiaro possibile, la bellezza di quei valori che ci vedono insieme oggi, su questa piazza e in tante altre piazze d’Italia.

E smentiamo quei luoghi comuni che continuano a scorrere come un veleno nelle vene della società. Capita ad esempio di ascoltare perfino esponenti della politica e della cultura, affermare che ci sarebbero differenze tra un fascismo “buono” e un fascismo “cattivo”. Il primo sarebbe il fascismo “con il senso dello Stato”, il fascismo “modernizzatore”, il fascismo ricco di valori – l’onore, la patria, la famiglia. Il fascismo “cattivo” sarebbe quello dell’alleanza con Hitler, delle leggi razziali, della guerra.
Queste idee vengono da lontano e hanno fatto breccia in una parte dell’opinione pubblica. Si sono perfino convertite in luoghi comuni, in chiacchiera da bar. Ma sono idee completamente sbagliate e bisogna dirlo con forza!
Bisogna dire che non è mai esistito un fascismo buono. Che il fascismo è stato un regime illegittimo perché nato dall’esercizio massiccio della violenza squadristica e da una pratica del potere basata sull’assassinio politico, sulla soppressione delle libertà individuali e collettive, sulla persecuzione degli oppositori, sulla manipolazione dell’informazione.
Ce ne siamo liberati, con il 25 Aprile del 1945 e con la Costituzione del ’48.

Ma il germe dell’autoritarismo è sempre pronto a diffondersi, soprattutto in tempi di crisi economica. Non possiamo dimenticare che tra le cause scatenanti il fascismo vi fu la disoccupazione di massa che fece seguito alla prima guerra mondiale. E che il partito di Hitler fu sospinto al potere da masse di popolo senza lavoro e senza reddito, dopo la grande crisi del ’29.
Anche oggi, in diversi paesi europei, maturano risposte autoritarie e illiberali alla grave crisi economica che comprime come in una morsa la vita di milioni di persone.
Dobbiamo quindi stare in guardia e respingere ogni insorgenza neofascista e ogni populismo autoritario.
Ma dobbiamo soprattutto, le istituzioni debbono – il parlamento, il governo, le regioni – dare lavoro ai giovani, aiutare i pensionati, sostenere le madri e i padri di famiglia che perdono il lavoro, gli artigiani e i piccoli imprenditori strangolati dalla crisi.

No. Nessuno deve essere lasciato solo. Anche così si difende la democrazia!
E la democrazia ha bisogno costantemente di essere difesa. Quante volte gli italiani sono stati chiamati, nella storia repubblicana, a difendere la libertà e le istituzioni democratiche!
È stato necessario, perché il fascismo ha lasciato una impronta profonda sulla vita della Repubblica.
La vita delle istituzioni italiane è stata particolarmente travagliata, molto più di tutte le altre democrazie europee. È stata attraversata in modo più violento che altrove dalle lacerazioni della guerra fredda. Minacciata più di altre dalla presenza inquietante di strutture parallele, da settori militari e civili infedeli,dal rumore di sciabole…

L’Italia è stata colpita ripetutamente dalla violenza politica, dal massacro indiscriminato di cittadini inermi, dall’attacco militare della mafia, dalla barbarie del terrorismo, dall’assassinio a tradimento di servitori dello stato e di politici, sindacalisti, giornalisti. Tanti, troppi, anche dopo la Resistenza, hanno continuato a morire per difendere la nostra libertà e la nostra democrazia. Ci inchiniamo ancora una volta alla loro memoria, abbracciamo le loro famiglie, sentiamo come fosse nostro il loro dolore.
Anche grazie al loro sacrificio, l’Italia ha superato con coraggio quella fase terribile della sua storia.

Ma si tratta di una ferita dolorosa. Una ferita ancora aperta. Tante, troppe di quelle vite perdute nelle piazze, sui treni, sugli aerei, non hanno ricevuto giustizia. In tanti, troppi casi le istituzioni non hanno saputo dare una parola di certezza sugli esecutori e sugli strateghi del terrore.
Questa mancanza di verità e giustizia è una sconfitta per le istituzioni.
Per questo, ci tengo a dire proprio oggi, 25 aprile, che mi unisco a quanti chiedono l’abrogazione completa e definitiva del segreto di stato per i reati di strage e terrorismo.
Perché in un paese civile la verità e la giustizia non si possono barattare e non si possono calpestare.

Vorrei concludere con le parole che Piero Calamandrei rivolse ai giovani, qui a Milano, dieci anni dopo la Liberazione. Era un discorso sulle origini della nostra Costituzione. “Se volete andare in pellegrinaggio – disse Calamandrei – nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate li, o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione”.
Grazie, per avermi invitato a questa bella manifestazione, per avermi accolto con tanto affetto, per avermi permesso, in questa giornata di festa, di stare qui con voi, a Milano, città medaglia d’oro della Resistenza.


giovedì 25 aprile 2013

Sì definitivo alle nozze e alle adozioni per le coppie omosessuali




L'altro ieri la Francia è diventato ufficialmente il quattordicesimo Paese in cui sono legali le nozze gay e in cui le coppie omosessuali potranno adottare bambini.
L' Assemblea nazionale ha dato il via libero definitivo alla legge e sarà il nuovo articolo 143 del codice civile a disciplinare la libertà di unirsi nel sacro vincolo tra persone dello stesso genere. Il Ministro della Giustizia, Christiane Taubira che aveva proposto il disegno di legge, ha commentato la decisione dell'Assemblea, affermando: “E' un momento storico. Crediamo che le prime nozze saranno una cosa bella e porteranno un vento di gioia e che coloro i quali oggi vi si oppongono saranno disorientati quando verranno sopraffatti dalla felicità dei neosposi e delle famiglie”.
I primi matrimoni saranno celebrati nel mese di giugno. Non sono mancati, all'uscita della notizia, manifestazioni di protesta da parte, soprattutto, dei movimenti cattolici che si sono riversati, di nuovo, nelle piazze di Parigi. Inoltre, si sono verificati anche casi più seri di omofobia: tra questi, il presidente socialista dell'Assemblea, Claude Bartolone, ha ricevuto una busta contenente polvere da sparo.
E in Italia? Il presidente di Arcigay, Flavio Romani, ha affermato che: “ Il sì francese, che stabilisce che gli affetti di gay e lesbiche hanno lo stesso valore di quelli eterosessuali e rivoluziona profondamente l'istituto del matrimonio, è la vittoria di chi crede che una società migliore è possibile. Il matrimonio fra persone dello stesso sesso è il trionfo della giustizia sociale e di coloro che si riconoscono nella democrazia, nella tolleranza, nell'uguaglianza. Ora tocca all'Italia offrire alle persone gay e lesbiche, che sono i nostri vicini, i nostri colleghi, i nostri amici e familiari quei diritti umani che da anni sono loro tenacemente negati. La classe politica italiana ha il dovere civile e morale, ammesso che un barlume di morale ce l'abbia, di dare delle risposte a tutte quelle persone, e parliamo di milioni, che per anni sono state umiliate, offese, denigrate, escluse dai diritti e la cui libertà è stata ferocemente repressa”. Mentre a Roma, si è venuto a creare un sit-in davanti all'ambasciata di Francia, organizzato dal movimento giovanile del Pdl, dal Comitato “Giù le mani dalla famiglia”, da Azione Universitaria, Militia Christi e da Giovine Italia per “dimostrare agli amici francesi (cattolici) che non sono soli in questa battaglia perchè vogliamo un'Europa libera e per la famiglia vera, quella tradizionale”, queste le parole dei manifestanti.


mercoledì 24 aprile 2013

La laicità è donna: per una rinascita culturale declinata al femminile



E' da poco stato pubblicato, per le edizioni L'asino d'oro, un piccolo, ma importante saggio dal titolo La laicità è donna di Marilisa D'Amico.
Marilisa D'Amico è Professore ordinario di Diritto costituzionale presso l'Università degli Studi di Milano, avvocato cassazionista, direttore della Sezione di Diritto costituzionale presso il Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale e, dal 2011, è membro del Consiglio comunale e presidente della Commissione affari istituzionali del Comune di Milano. Con questo volume ha voluto analizzare i nodi che intralciano il percorso della piena realizzazione dei diritti delle donne, con particolare riferimento alla mancata applicazione del principio di laicità costituzionale.
Il testo presenta un linguaggio chiaro, approfondimenti interessanti e densi di riferimenti alle esperienze professionali dell'autrice da cui si evince la passione e l'onestà con cui Marilisa D'amico ha voluto esprimere la sua fiducia nelle risorse e nelle energie di tutte quelle donne, giovani e meno giovani, che oggi, come nel passato, si impegnano per una società più equilibrata e giusta.

Abbiamo rivolto alcune domande alla Prof.ssa Marilisa D'Amico



Perché ha scelto di citare, in apertura del saggio, Teresa Mattei?

La scelta di citare in apertura questo estratto da un intervento in Assemblea costituente di Teresa Mattei è legato in modo profondo alla mia volontà di dedicare questo scritto alle donne della mia vita, quelle che mi hanno aiutato a crescere.
Il brano di Teresa Mattei vuole essere un tributo alle energie e alle capacità femminili, troppo spesso, ancora nascoste e inutilizzate.
Serve a ricordarci l’importanza della partecipazione delle donne alla vita del nostro Paese e quanto ancora lunga sia la strada verso una democrazia, che si dimostri a tutti gli effetti e livelli paritaria.
Teresa Mattei parla di “un cammino liberatore” ed è qui che mi rivolgo alle giovani donne, perché sappiano farsi portavoce della convinzione che la parità, in ogni settore della vita di un Paese, è condizione imprescindibile per la costruzione di una società nuova e più giusta.
Questo brano di Teresa Mattei unisce tutte le donne in un percorso comune, ricordandoci da dove veniamo e dove vogliamo arrivare.

Qual è la differenza tra “laicità” e “metodo laico”?

La laicità è un principio costituzionale “supremo”, non espressamente scritto nella Costituzione, che la nostra Corte costituzionale ha ricavato da alcuni principi costituzionali in una fondamentale sentenza del 1989.
Il principio di laicità all’”italiana” è un principio di laicità c.d. “positivo”, che non significa indifferenza dello Stato nei confronti del fenomeno religioso, ma, viceversa, garanzia per la salvaguardia della libertà di religione, in un regime di pluralismo confessionale e culturale.
E’ sulla base di queste affermazione che nel mio scritto descrivo la laicità come “una casa comune”. Una casa comune dove tutti i cittadini siano liberi di scegliere la propria visione della vita, senza prevaricazioni degli uni sugli altri.

Dal principio di laicità discende, allora, quello che io definisco il “metodo laico”.
La laicità costituzionale non è, infatti, da intendersi solo come separazione dell’ordine statale e religioso, ma anche come un metodo che passa innanzitutto attraverso il dialogo e il confronto e che porta all’apertura alle differenti realtà sociali, nel senso della loro inclusione.
Il metodo laico è quel metodo, che dovrebbe essere adottato dalle istituzioni e che garantisce la piena tutela dei diritti fondamentali e la tenuta dell’ordinamento democratico nella difesa della nostra libertà.

Quale può essere il legame tra legislatore, giudice e cittadino?

In uno Stato costituzionale come il nostro, i diritti fondamentali, quelli che toccano più da vicino la vita delle persone, ricevono tutela in spazi e in luoghi diversi.
Gli attori di questa tutela, che spesso assume i caratteri di una contesa, sono il legislatore, i giudici, comuni e costituzionale, i cittadini.
All’interno del nostro ordinamento, infatti, i diritti fondamentali possono ricevere una consistenza diversa a seconda che vengano fatti oggetto della disciplina del legislatore o delle decisioni dei giudici.
Un’ipotesi ancora diversa è quella che si verifica quando siano gli stessi cittadini, attraverso lo strumento del referendum abrogativo, a intervenire a tutela dei propri diritti.
Esiste, dunque, certamente un legame tra i diversi attori dell’ordinamento che porta, però, spesso a situazioni conflittuali in cui i giudici contraddicono o anticipano le scelte del legislatore e, talvolta, sembrano i soggetti migliori per decidere le questioni più controverse.


Nel libro sono approfonditi alcuni temi a lei cari, quali: l'interruzione di gravidanza, la fecondazione assistita, i diritti delle donne straniere. Può raccontarci una sua esperienza come avvocato costituzionalista?

Nella mia esperienza come avvocato, credo che uno dei momenti di maggiore soddisfazione sia stata la vittoria ottenuta nel giudizio davanti alla Corte costituzionale, in tema di fecondazione medicalmente assistita.

Nel 2009, insieme ad altri avvocati, sono infatti riuscita a fare dichiarare incostituzionale uno dei limiti più irragionevoli della legge n. 40/2004.
In particolare, era stato chiesto alla Corte costituzionale di pronunciarsi su quella norma della legge n. 40/2004, che limitava a tre il numero massimo di embrioni destinati all’impianto, nell’ambito delle tecniche di fecondazione medicalmente assistita di tipo omologo.
Si trattava di un limite rigido che aveva ripercussioni notevoli sulla salute psico-fisica della donna e che rendeva molto difficile per le coppie sterili e infertili, a cui pure la legge si rivolgeva, ottenere una gravidanza.
Il limite rigido dei tre embrioni costituiva, inoltre, l’espressione più tangibile dell’approccio ideologico del legislatore del 2004 al tema della procreazione artificiale. Un embrione che, stando alla lettera della legge, avrebbe dovuto ricevere la tutela più forte, in quanto soggetto più debole, rispetto ai diritti di tutti gli altri soggetti coinvolti.

In quell’occasione, la Corte costituzionale ci ha dato ragione, dichiarando incostituzionale quel limite e ridando speranza e consistenza al diritto di tante coppie di poter avere un bambino, avvalendosi delle tecniche di fecondazione medicalmente assistita.

La soddisfazione è stata enorme e, tuttavia, il percorso per arrivare alla Corte è stato lungo, complesso e non privo di difficoltà.
In un sistema come il nostro che non consente al cittadino di rivolgersi direttamente alla Corte costituzionale, la principale difficoltà che mi trovo quotidianamente ad affrontare, come avvocato, riguarda proprio l’accesso al giudizio davanti alla Corte costituzionale.
Di fronte a scelte legislative ideologiche, come nel caso della legge sulla fecondazione medicalmente assistita, l’unica strada per tutelare i diritti fondamentali dei cittadini è, infatti, quella giudiziaria nel tentativo di giungere dinanzi alla Corte costituzionale.
Da qui le difficoltà per noi avvocati, ma anche le soddisfazioni quando, come è accaduto con la decisione n. 151/2009 della Corte costituzionale, riusciamo a portare le istanze dei cittadini davanti alla Corte e ad ottenere la tutela di quei diritti fondamentali di cui il legislatore, sbagliando, si sia disinteressato.

A che punto è il nostro Paese riguardo al rapporto tra laicità e libertà?

Nel libro ho descritto tutta una serie di vicende dalle quali è possibile trarre alcune conclusioni su questo punto.
Lo smarrimento del principio di laicità costituzionale determina conseguenze negative, in primo luogo, sulla libertà dei cittadini, che la Costituzione tutela al suo articolo 2.
Il significato più profondo della laicità si collega, infatti, al termine libertà, espressione del diritto di autodeterminazione dell’individuo, intesa come fiducia nel cittadino di scegliere in base ai propri convincimenti.
Le soluzioni normative di cui si dà ampio conto nello scritto non fanno che evidenziare l’atteggiamento moralizzatore e ideologico di un legislatore, che invece che bilanciare diritti, li gioca gli uni contro gli altri. In luogo dell’individuazione di un punto di equilibrio, di uno spazio comune in cui i diritti fondamentali di tutti possano ricevere tutela, si assiste a soluzioni non laiche, calate dell’alto, che privilegiano i diritti di alcuno contro quelli di altri.
Si pensi alla legge n. 40/2004, in materia di fecondazione assistita, emblematica di come il legislatore scelga di assegnare un’indubbia prevalenza ai diritti dell’embrione a discapito di quelli delle coppie.

Ritengo, in estrema sintesi, che sul tema dei diritti fondamentali dei cittadini il nostro Paese si trovi in una posizione di pericolosa arretratezza, a cui la politica, sinora, non ha saputo fornire risposte adeguate.


Infine, può spiegare il significato del titolo del suo lavoro: La laicità è donna?

La scelta del titolo si lega fortemente alla convinzione per la quale ritengo che la perdita della tenuta laica del nostro Stato, che vede sempre più spesso i diritti fondamentali oggetto di una lotta, di una tensione tra visioni diverse e contrastanti, si ripercuota negativamente, in modo particolare, sui diritti delle donne.
Da qui, la scelta di ripercorrere alcune delle principali questioni che sorgono a fronte della confusa e spesso insufficiente applicazione del principio di laicità costituzionale.

Gli effetti di questo smarrimento del principio di laicità sono, infatti, molto chiari se si guarda ad alcuni episodi degli ultimi anni, che hanno visto le donne, loro malgrado, protagoniste.
Mi riferisco alla vicenda della legge sulla procreazione medicalmente assistita, ai tentativi di paralizzare la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, all’assenza delle donne nelle istituzioni.
Esempi dai quali emerge come la crisi del principio di laicità tocchi prima di tutto il ruolo e la posizione delle donne nella società. Donne assenti nelle istituzioni e negli organi decisionali, donne costrette a una visione della maternità come supremo sacrificio, donne private del diritto fondamentale di decidere se portare avanti o meno una gravidanza.
Donne che non possono scegliere, emarginate e, spesso, sole.

Ho scelto di dedicare questo mio lavoro alle donne della mia vita, sentendo in modo molto forte il compito di un mio impegno civile e politico, nella speranza che siano le giovani donne ad accettare e, finalmente, a vincere la grande sfida di costruire una democrazia veramente paritaria.


Marilisa D'Amico




martedì 23 aprile 2013

Rapporto nazionale sugli alunni con cittadinanza non italiana: anno scolastico 2011 – 2012




Gli alunni con cittadinanza non italiana costituiscono una realtà ormai strutturale nel nostro Paese. Il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (MIUR) e la Fondazione Ismu hanno presentato, a marzo, i dati del rapporto “Alunni con cittadinanza non italiana. Approfondimenti e analisi. A.s. 2011/2012 “, un rapporto corredato di tabelle e mappe ragionate che permettono di delineare il fenomeno nel dettaglio.
Nella presentazione del volume - curata da Giovanna Boda, Direzione Generale per lo Studente, e da Vincenzo Cesareo, Fondazione Ismu - si legge che: “Nel complesso, sono risultate poco più di quattrocento le scuole con una percentuale di alunni stranieri del 50% e oltre. Esse costituiscono il segmento più critico e di maggiore complessità, in particolare se collocate in contesti di disagio sociale. Questo tipo di scuole sarà anche al centro di una ricerca-azione nazionale, che avrà inizio nei prossimi mesi, in collaborazione con il Ministero dell'interno (Fondo europeo di integrazione - Fei), con l'obiettivo di realizzare interventi formativi per gli operatori impegnati nelle realtà più difficili e azioni di sistema con le famiglie, le associazioni, gli enti locali”.
Riportiamo alcuni dati che emergono dal rapporto. Nell'anno scolastico preso in considerazione, gli alunni stranieri nati in Italia rappresentano il 44,2% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana: il loro numero è cresciuto nelle scuole primarie ed è raddoppiato in quelle secondarie di primo e di secondo grado.
E questo è molto importante, soprattutto nell'ottica di una urgente riforma della normativa sull'acquisizione della cittadinanza.
Le province italiane con il maggior numero di scuole con almeno il 50% di alunni stranieri sono: Milano, Torino, Brescia e la regione con più alunni stranieri, in valori assoluti, è la Lombardia.
Quanto alle principali nazionalità, si legge: “ Rumeni, albanesi e marocchini si confermano come i gruppi più numerosi e distribuiti su tutto il territorio azionale, anche nelle aree più periferiche e nelle province minori. Dietro ad esse, i cinesi presentano una discreta diffusione nel Centro e nel Nord Italia. Vi sono, poi, alcune provenienze (Moldova in Veneto; Filippine a Milano e Roma; Ecuador a Genova e Milano; Ucraina in Campania; Tunisia nelle aree di Trapani e Ragusa) che sono concentrate in alcune grandi città o in alcune province storiche di immigrazione”.
Il rapporto propone anche un focus dedicato agli alunni rom, sinti e caminanti (quasi la metà dei quali è di cittadinanza italiana) e che si confermano, per il sesto anno consecutivo, il gruppo nazionale più numeroso nelle scuole italiane. Contro i pregiudizi e gli stereotipi comuni.

lunedì 22 aprile 2013

I Rifugiati politici , Cittadini del Nulla I nodi ciechi e le porte chiuse. Cosa significa essere rifugiato politico in Italia.


Pubblichiamo la seguente lettera aperta, come suggeritoci, gentilmente, da Raffaele Taddeo, dell'associazione “La tenda” e da Stanisic Bozidar.



Quando non puoi cambiare la situazione lancia un sasso in mare e osserva la moltiplicazione dei cerchi sull’acqua, forse quel movimento porterà il tuo sussurro fino agli oceani.

Lo vedevo spesso nei vicoli del centro storico di Trento e in via Roma, nella biblioteca centrale della città. La mattina andava lì, lavava la sua faccia nel bagno, cercava un po' di calore nel profumo del caffè e delle brioche del bar.
Gli chiedevo: “Come stai?”. Diceva: “Dalla mattina fino alla sera cerco lavoro senza trovare nulla, passo le notti in strada vicino alla stazione sopra i tombini dell’areazione per non congelarmi. Pranzo alla Caritas se arrivo in tempo”.
Poi si è perso. Chiedevamo a chiunque, ma nessuno sapeva nulla di lui. Un giorno abbiamo saputo che aveva richiesto asilo politico alla Svezia. Ancora mesi di silenzio, fino a quando ci dissero che volevano rimandarlo a Trento e che lui, per rimanere là, aveva tentato per tre volte il suicidio nel campo rifugiati. Alla fine l’ufficio competente svedese aveva accettato di prendere in considerazione il suo caso”.

Scriviamo questa lettera affinché il grido di sofferenza di un uomo sia di invito per i nostri concittadini a pensare alla situazione di decine di migliaia di altri esseri umani e più in generale alla condizione del rapporto fra gli uomini del nostro tempo. Come rifugiati politici che vivono in Italia da oltre cinque anni, siamo giunti alla conclusione di dover impugnare la penna e raccontare di quell’uomo indefinito: “Chi è il rifugiato politico? Cos’è l’asilo politico? Cosa significa chiedere quest’asilo all’Italia? Che significa per l’Italia dare questo asilo?”. Il rifugiato politico è l’emblema di tutte delle contraddizioni del mondo globale. Prigioniero di due stati, quello da cui è fuggito e quello che lo ha accolto, e di nessuna cittadinanza.
Un uomo costretto a vivere senza volto. Un fantasma che nel migliore dei casi trova di fronte a sé tre grandi porte chiuse. Infatti, ammesso che il suo corpo riesca a non diventare mangime per i pesci, o a non venir schiacciato dai camion cui si aggrappa per superare la frontiera, o che riesca ad affrontare tutti i confini visibili e invisibili fino ad arrivare in questa terra, una volta ottenuto l'asilo politico trova comunque di fronte a sé tre grandi porte chiuse.

La prima porta. Questa porta riguarda l'impossibilità in Italia di poter dare continuità a quell’attività politica e sociale per la quale il rifugiato ha rischiato la propria vita e per la quale è stato costretto ad abbandonare la terra d’origine, gli affetti e le sue proprietà. Chi entra a far parte della categoria di rifugiato politico non ha infatti la possibilità di continuare un’attività che mantenga le reti create precedentemente o che gli permetta di attivarne di nuove nel paese ospitante. Questo è il caso di giornalisti, attivisti, avvocati, registi e studenti che non hanno abbandonato il proprio paese alla ricerca di un miglioramento economico, ma con l’obiettivo di perseverare nelle loro attività politiche, sociali e culturali. Non potendo fare ciò, il loro sacrificio, e quello degli ex colleghi, dei familiari e degli amici rimasti nel paese d’origine, perde qualsiasi senso.
In un paese come l’Italia, privo di una legge organica in materia, nei migliori dei casi il rifugiato si vede costretto a vivere di piccoli sussidi che ne permettono la sopravvivenza ma non ne favoriscono la realizzazione personale. Si permette al corpo di sopravvivere mentre l'anima avvizzisce. Stiamo parlando di uomini e donne che hanno elevati titoli di studio, specializzazioni, spirito imprenditoriale, desiderio di restituire il favore dell’accoglienza arricchendo la società che li ospita. Persone dotate del carisma necessario per contrapporsi a regimi dittatoriali e sanguinari e che spesso hanno una tale forza d'animo da poter dare certamente un prezioso contributo a qualsiasi società. Eppure ogni loro intenzione, ogni loro energia propositiva e vitale è spenta dalla totale insensatezza del meccanismo burocratico che “gestisce” la loro nuova vita di non-cittadini. Un meccanismo che preferisce elargire sussidi, trovare lavori poco decorasi ma “controllati”, rinchiudere in alloggi “protetti” o superaffollati al permettere un’attiva realizzazione delle proprie aspirazioni.
La seconda porta. Questa porta è sbarrata dalla “Convenzione di Dublino” cui aderiscono 24 paesi europei e in cui si obbliga il primo paese ricevente a registrare le impronte digitali del richiedente e limitarne entro i propri confini la residenza, la circolazione e il lavoro: questo rende la condizione di asilo politico un esilio di fatto. Un regolamento criticato fortemente sia dal Consiglio Europeo per i rifugiati e gli esuli che dall'UNHCR in quanto incapace di tutelare i diritti fondamentali dei rifugiati. Ed è paradossale che in una società globale in cui tutto sembra potersi muovere liberamente (merci, notizie, stili di vita, contenuti culturali e mediali) le persone non abbiamo gli stessi “diritti di movimento”. Si sente spesso dire che in questo tempo le persone sono trattate come merci. Ma nel caso dei rifugiati politici lo status di “persona” sembra addirittura inferiore a quello di qualsiasi prodotto commerciale.La terza porta. Questa porta è chiusa dall’impossibilità del ritorno in patria. I rifugiati si trovano costretti, così, ad ondeggiare in un limbo. Un limbo che più che una questione sociale o di dignità personale sta sempre più diventando un metro di civiltà. Secondo recenti dati Istat negli ultimi due anni, sul solco della crisi economica che ha colpito l'Italia, già 800.000 immigrati hanno deciso di lasciare il Paese per rientrare nei loro stati d’origine. E’ bene ricordare, anche se può sembrare tautologico, che il rifugiato politico a differenza degli immigrati non ha la possibilità di tornare nel proprio paese di origine nemmeno quando il paese “ospitante”, come nel caso di un'Italia in profonda crisi, versa in situazioni economiche e sociali che non ne permettono una vita dignitosa. Ed è soprattutto utile ribadire che sul limbo in cui fluttuano i rifugianti politici pende una duplice condanna sancita dalle mancanze dei governi dell’Unione Europea (Premio Nobel per la Pace 2012). Perché duplice condanna? In primis perché fuggono da conflitti o regimi dittatoriali direttamente o indirettamente sostenuti dagli stessi governi europei che, in secondo luogo, non hanno attuato politiche condivise ed efficaci per la loro accoglienza, inserimento e valorizzazione e per il rispetto della loro dignità. Fatto drammaticamente rilevante per l’Italia che, ad oggi, non ha ancora espresso una benché minima legge in materia. Attualmente l’Italia sta ospitando solo 58.000 rifugiati politici a fronte dei 570.000 ospitati dalla Germania. Eppure sembra solo quello italiano ad essere un caso emergenziale, sebbene i numeri ne smentiscano l’intensità.
Queste tre porte, serrate con l’efficacia del ferro e del cemento, sono tuttavia invisibili e non servono né pugni né baionette per aprirle. Solo poche parole d’ordine ne possono permettere magicamente l’apertura. Parole che però possono sciogliere questo incantesimo inumano solo se pronunciate a gran voce da tutta la società.
Queste parole d’ordine, che vorremmo sentire urlate a gran voce dalla società civile e dai mezzi di informazione, altro non sono che tre semplici provvedimenti: una legge organica per i rifugiati politici, l’abolizione della Convenzione di Dublino e l’accelerazione dei tempi burocratici per il diritto di cittadinanza. Senza queste tre parole d’ordine il rifugiato politico non potrà mai trovare un posto all’interno della società, non potrà mai conoscere i propri diritti doveri, non potrà mai essere un attore sociale attivo, non potrà contribuire ad arricchire la società che lo ha accolto e di cui fa parte. Ma rimarrà un cittadino del nulla. Senza cittadinanza altro non è che un “fantasma burocratico” in balia del semplice e puro assistenzialismo. Come un bambino intelligente e dotato costretto a rimanere tutta la vita in una culla. Sempre accudito, mai adulto.

Non potendo varcare le tre porte il rifugiato politico cade nel vuoto dei “tombini” lasciati aperti nelle strade. Viene risucchiato dai loro gorghi e scompare fra i rifiuti senza nemmeno passare per la raccolta differenziata.
La caduta passa attraverso quattro diversi gironi danteschi in cui il rifugiato si trova ad essere risucchiato in un movimento lento, graduale e inesorabile.
Il primo girone è rappresentato dagli enti locali - nel caso del Trentino dal Cinformi. Senza una legge organica il rifugiato politico percepisce subito gli enti locali come strutture imbalsamate e inermi di cui non è chiaro il ruolo né le direttive. Passata la fase emergenziale dell’accoglienza immediata (fase che può durare anche alcuni anni), il rifugiato politico viene poi spinto dagli enti locali nella bocca del secondo girone: quello delle agenzie per il lavoro.
In questo girone – quello in cui i condannati sono costretti a cercare un lavoro che non avranno mai – l’assenza della cittadinanza e l’impossibilità di potersi muovere liberamente nei diversi stati alla ricerca di un lavoro che corrisponda alle proprie inclinazioni crea il più grande dei circoli viziosi: la mancanza di offerte di lavoro dovuta alla crisi economica, infatti, obbliga all’assistenzialismo continuo, ultima via verso il margine della società.
Il terzo girone passa per le infinite vie degli assistenti sociali e dei loro tentativi di trovare alloggi protetti, case famiglia e lavori scartati dagli italiani.
L’ultimo girone, esaurite tutte le possibilità di inserimento, passa per il semplice meccanismo di soddisfare i bisogni primari di sopravvivenza presso enti legati alla Chiesa, come ad esempio Caritas.
Il rifugiato entra così in una serie di circoli viziosi in cui ogni emergenza ne produce un’altra peggiore. Intendiamoci, nessuno dei livelli ha delle colpe o semplicemente delle mancanze specifiche. E' l'intera impalcatura che non regge e che fa si che tutti navighino a vista e nessuno sappia realmente cosa fare. Sembra infatti sempre più evidente che nessuno dei livelli istituzionali (i gironi) sia realmente preparato ad intervenire nella gestione di questo fenomeno con strumenti adeguati e specificatamente studiati per i rifugiati politici. L'intervento generico e approssimativo in realtà ne facilita la caduta o crea nei migliori dei casi un sistema assistenzialistico a ciclo continuo che attraverso fondi europei, o quelli stanziati ad hoc per i casi emergenziali, arricchisce i gironi ma non redime le anime dannate.
Alla fine e nel fondo dei quattro gironi c’è la pace dei sensi (per le istituzioni) e l’inferno (per i rifugiati), ovvero: l’assenza di qualsiasi responsabilità.
Al di là della precarietà economica, la vera caduta nel vuoto è la fragilità mentale che consegue a tale trattamento e che, se non conduce necessariamente alla morte fisica, ne comporta di certo una psicologica: il rifugiato diventa un’anima morta in un corpo mobile e la società subisce il progressivo ingrandimento di un cimitero di corpi senza nome che camminano nella città, mangiano in chiesa e dormono per strada. Morti viventi cui è tolta la possibilità di creare rete e lavoro e che diventano così un pericolo per la società, oltre che per sé stessi. Il tombino va dunque chiuso dipingendo aperture sulle pareti. Solo attraverso una legge organica, e quindi istituzioni adeguate, si possono rompere questi circoli viziosi e creare uno spazio in cui l’asilo politico sia ponte tra i beni culturali e sociali di due paesi differenti.
Per quanto riguarda il nostro caso specifico di rifugiati politici, dopo più di cinque anni vissuti in Trentino abbiamo iniziato ad amare questa terra e a tessere con essa dei legami profondi. Una terra in cui abbiamo cresciuto nostro figlio che parla e si sente in tutto e per tutto italiano. Per lui il Trentino è il suo pianeta, la sua famiglia allargata e la sua infanzia. E' una parte inseparabile del suo Sé sulla quale sta costruendo l'uomo che sarà un domani.
Una terra che inoltre abbiamo provato a vivere intensamente a livello sociale e culturale attraverso molteplici progetti: innanzitutto il “Progetto Afghanistan 2014” realizzato con la collaborazione del Forum per la Pace del Trentino, di Filmwork Trento e delle Fondazioni Fontana e Mehregan. Un progetto dai molti risvolti politici, sociali ed economici che coinvolge importanti attori esteri e locali e che si propone di fare del Trentino il centro internazionale di un profondo dialogo interculturale sul futuro dell'Afghanistan ma soprattutto su un futuro comune basato sulla cultura della pace. Altri progetti hanno invece riguardato più strettamente la nostra attività di registi. In questi anni abbiamo infatti prodotto e realizzato in Trentino diversi film e portato con orgoglio il nome della Provincia Autonoma di Trento alle oltre cinquanta proiezioni presentate all’estero e in altre regioni d’Italia anche in occasione di importanti kermesse e festival internazionali. Infine, da tre anni a questa parte abbiamo dato vita all'Associazione Sociocinema, nata in collaborazione con alcuni studenti della facoltà di sociologia dell'Università di Trento. Un'associazione che attraverso un workshop di cinematografia digitale, da noi tenuto, promuove l'uso di strumenti digitali per raccontare la realtà sociale.
Nonostante tutto ciò, nonostante i nostri sforzi per integrarci ed essere parte attiva del tessuto sociale che ci ha accolti, ci troviamo però nella situazione di dover continuamente scontrarci con gli innumerevoli ostacoli e le difficoltà che, come sopra descritto, ogni rifugiato si trova a dover affrontare in questo paese. Difficoltà che limitano la nostra capacità di agire in modo indipendente e di fronte alle quali tutte le istituzioni sembrano essere impotenti. Ed è proprio vista la mancanza di responsabilità manifestata a qualsiasi livello dalle istituzioni e data la situazione paradossale in cui ci troviamo, ad esempio quella di disporre di finanziamenti in Paesi esteri cui non possiamo accedere per il semplice motivo di non possedere una cittadinanza (finanziamenti che se sbloccati ci permetterebbero di generare progetti e ricchezza anche per la terra che ci sta ospitando) chiediamo la cittadinanza immediata. Una richiesta che non deve essere intesa nell'ottica dello scontro, ma come forma di resistenza non violenta e come strumento per poter diventare autonomi e indipendenti rinunciando a qualsiasi forma di assistenza. Chiediamo la cittadinanza immediata come atto d’amore totale verso il territorio e le persone che ci hanno accolto e in cui abbiamo investito molto, affettivamente e professionalmente. Vogliamo continuare a farlo, con ancora maggior trasporto e sentimento, ma da cittadini italiani.

Razi Mohebi
Soheila Mohebi

11 aprile 2013

sabato 20 aprile 2013

Il Venezuela dopo Hugo Chavez


Rimane controversa la situazione del Venezuela, anche dopo l'era di Hugo Chavez. Durante il suo governo, il Paese è riuscito a realizzare due degli “Obiettivi di Sviluppo del Millennio” grazie alle cosiddette “misiones”, ovvero programmi operativi e investimenti pubblici in ambito sociale; è stato messo in atto un utile scambio tra le forniture petrolifere venezuelane e le risorse sanitarie di Cuba; è stata fatta un'adeguata politica nutrizionale, per cui è sceso l'indice di incidenza della malnutrizione.
Ma resta ancora molto da fare in materia di diritti umani.
Lo afferma con forza Amnesty International che, prima di tutto, ricorda proprio il ritiro dalla Convenzione americana dei diritti umani e dalla giurisdizione della Corte interamericana: una decisione che nega la possibilità di chiedere protezione, tramite una sentenza giudiziaria, all'organismo interregionale.
Il tema centrale su cui si basa il rapporto-denuncia di Amnesty riguarda la violenza: il nuovo Presidente dovrà, infatti, prendere il seria considerazione il problema della sicurezza nelle maggiori città del Paese, controllando la detenzione e l'uso delle armi e approntando programmi di sostegno alle vittime e ai sopravvissuti alla violenza dilagante. Situazione “calda” anche all'interno delle carceri: molte di esse sono sovraffollate e questo è causa di frequenti scontri tra bande di detenuti: sarebbe necessaria, quindi, una riforma del sistema che accorci i tempi dei processi.
Una riflessione ulteriore riguarda, sempre secondo Amnesty, la condizione femminile, anche loro troppo spesso vittime di violenza: la Ong chiede che si attuino i regolamenti e che si costruiscano i rifugi previsti dalla “Legge organica sul diritto delle donne a una vita libera dalla violenza”.
Infine, ma non meno importante, il nuovo governo dovrà occuparsi dei temi della libertà di espressione e del diritto d'associazione: anche dopo Chavez, purtroppo, si ripetono gli episodi di intimidazione. Ricordiamo, tra tutti, la vicenda di Rayma Suprani, giornalista e autrice delle vignette pubblicate sul quotidiano “El Universal”: il 18 marzo scorso, nel giro di sette ore, la giornalista ha ricevuto decine e decine di minacce, via sms e a voce, da trenta cellulari diversi. “ Maledetta golpista ti faremo a pezzi”, “ Useremo quella corda addosso a te, donna sleale, amante degli yankee, traditrice del Venezuela”, “Te la faremo pagare”.
Tutto questo è contenuto in una lettera che Amnesty Internatinal ha inviato ufficialmente a tutti i candidati alla presidenza del Venezuela.








Rayma Suprani