mercoledì 31 luglio 2013

Il diritto di cittadinanza e il diritto alla salute


Perchè il diritto di cittadinanza è connesso al diritto alla salute? Perchè, nella legge n.94 del 15 luglio 2009, è contenuto il cosiddetto “Pacchetto sicurezza” il quale, con l'intento di contrastare la criminalità, ha introdotto, in Italia, il realto di “immigrazione clandestina”: il migrante senza permesso di soggiorno (perchè senza un lavoro e senza dimora, requisiti fondamentali per ottenere il documento), come conseguenza di questa disposizione di legge, non si reca in ospedale o non chiede cure adeguate, in caso di malattia, per paura di essere arrestato. Anche per questo motivo la Corte di giustizia europea, con la sentenza del 28 aprile 2011, ha censurato l'introduzione del reato di clandestinità in Italia.
Cosa succede a livello sanitario, quindi? Gli stranieri irregolari presenti in tutti gli Stati dell'UE si vedono garantite le cure di emergenza, ma non esiste, da parte dell'Unione Europea, garanzia per la loro assistenza medica e sociale, ovvero la tutela della salute delle persone irregolari è disciplinata dalle norme nazionali, con una grande variabilità tra i Paesi membri dell'UE.
In particolare, nel nostro Paese, il cittadino straniero può godere degli stessi diritti di uno italiano (si può, quindi, iscrivere al SSN, Servizio Sanitario nazionale) se cittadino comunitario, residente in maniera stabile e in possesso del permesso di soggiorno. Lo straniero, invece, sprovvisto del documento può usufruire di cure ambulatoriali o ospedaliere urgenti, di cure continuative per malattie conclamate e di programmi di medicina preventiva, utilizzando i codici STP e ENI i quali permettono le sole cure essenziali e continuative, ma non l'assistenza di un medico di medicina generale.
Questa situazione si ripercuote anche sui figli degli stranieri irregolari: è difficile fare una stima della loro presenza, per cui diventano “invisibili”. Per quanto riguarda l'assistenza pediatrica, questi minori hanno diritto all'assistenza presso consultori familiari, i pronto soccorso, gli ospedali (ma solo per prestazioni urgenti), ma sono esclusi dal diritto di avere un pediatra di famiglia.  
Non solo a livello europeo, ma anche in Italia la situazione cambia tra regione e regione.
E' notizia di pochi giorni fa che il Consiglio regionale lombardo abbia bocciato una mozione con cui si chiedeva proprio di estendere il diritto ad avere il pediatra ai figli di immigrati senza permesso di soggiorno. Questa bocciatura va indiscutibilmente contro la “Convenzione sui diritti del fanciullo” secondo la quale tutti i minori, senza discriminzioni, devono avere accesso all'assitenza sanitaria e va contro anche alla Risoluzione A7-0032/2011 dell'8 febbraio 2011 del Parlamento Europeo che invita gli Stati membri: “ad assicurare che i gruppi più vulnerabili, compresi i migranti sprovvisti di documenti, abbiano diritto e possano di fatto beneficiare della parità di accesso al sistema sanitario e a garantire che tutte le donne in gravidanza e i bambini, indipendentemente dal loro status, abbiano diritto alla protezione sociale quale definita nella loro legislazione nazionale, e di fatto la ricevano”.
A fronte della decisione del Consiglio regionale lombardo, le associazioni ASGI, Avvocati per Niente e Naga hanno intrapreso un'azione civile presso il Tribunale di Milano, affermando che: “ Il problema si pone sia per i bambini figli di cittadini stranieri senza permesso di soggiorno, sia per i figli di cittadini stranieri comunitari che non hanno i requisiti per l'iscrizione al Sistema sanitario nazionale. La disparità di accesso al sistema sanitario configura una una violazione del principio di parità di trattamento e costituisce pertanto discriminazione. I minori non possono mai essere considerati “irregolari”, indipendentemente dalla posizione giuridica dei genitori”.


Una buona notizia, invece, c'è. Lunedi' 15 luglio 2013 a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, Emergency ha aperto un Poliambulatorio, il terzo dell'Ong in Italia.
Nasce dalla collaborazione con Libera, la cooperativa Valle del Marro, la Parrocchia Santa Marina Vergine e la Fondazione “Il cuore si scioglie” di Unicoop Firenze.
Emergency aveva iniziato a lavorare in questa zona quasi due anni fa con un ambulatorio mobile; oggi si stabilisce a Polistena in un palazzo confiscato alla 'ndrangheta per continuare a dare assistenza sanitaria soprattutto ai migranti che lavorano come braccianti nelle campagne di Gioia Tauro e anche a tutti coloro che necessitano di cure.
In particolare i pazienti accusano dolori muscolari e alle ossa, dermatiti e patologie gastrointestinali, malattie causate dalle difficli condizioni di vita e di lavoro.
Presso il Poliambulatorio tre mediatori culturali offrono consulenze socio-sanitarie e si occupano del rilascio del codice Stp (Straniero Temporaneamente Presente, che garantisce agli stranieri irregolari l'accesso al Servizio sanitario pubblico).

Poliambulatorio di Polistena (RC)

Via Catena 45, secondo piano

Lunedì-Venerdì ore: 9.00-18.00

Università estiva 21-25 agosto 2013 a Firenze


Razzismo, antirazzismo, multiculturalità, immigrazione: questi sono temi molto dibattituti negli ultimi vent'anni, in Italia e nel mondo. Ma gli immigrati, i richiedenti asilo, i profughi, gli stranieri sono spesso solamente oggetto di studio e di indagine e quasi mai protagonisti delle riflessioni: eppure sono loro ad aver vissuto situazioni complicate in prima persona e sull propria pelle.
La neonata associazione “Prendiamo la parola” - costituita da persone immigrate e di orgine straniera - organizza, con il sostegno di vari enti pubblici e privati e in collaborazione con l'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazione Razziale), l'Università estiva sul razzismo e la lotta contro la discriminazione, un laboratorio di formazione antirazzista che si terrà dal 21 al 25 agosto, presso la Facoltà Avventista di Teologia, Villa Aurora, a Firenze.
L'università estiva si propone come un luogo di formazione per supportare azioni sociali, politiche, culturali per contrastare le forme di razzismo - xenofobia - discriminazione, più o meno esplicite, presenti nella nostra società.
Il programma è ricco e gli interventi interessanti. Ne segnaliamo alcuni: “Le categorie dell'esclusione nella storia” a cura di Adel Jabbar, sociologo dei processi migratori, comunicazione e relazioni transculturali; “Stereotipi, pregiudizi, raazzismo, discriminazione. Come interagiscono? Cosa producono?” di Udo Enwereuzor, coordnatore del Punto Focale Nazionale per il FRANET e EIGE, svolge attività di ricerca, formazione e consulenza sui temi della lotta al razzismo e alle discriminazioni; Edda Pando Juarez, attivista antirazzista e del movimento degli e delle immigrati/e terrà una cnferenza su “ Autorganizzazione. Quale capitale politico”. Agli approfondimenti sono collegati laboratori di decostruzione dei processi e dei meccanismi che portano a pratiche e a comportamenti razzisti e discriminatori.
Il titolo dell'iniziativa di quest'anno, infatti, è: “Ma che razza di discorsi! Immigrzione, dal Discorso sulla razza ai meccanismi di discriminazione: strumenti per la decostruzione”. La proposta formativa è rivolta a partecipanti di ogni età, nazionalità, provenienza, livello di istruzione e, in particolar modo, agli insegnati, agli operatori sociali, ai giornalisti, agli educatori, ai referenti dei centri iinterculturali e ai funzionari degli uffici pubblici che si occupano di migrazioni.

Per iscrizioni e informazioni, si può consulatre il sito dell'Associazione Prendiamo la Parola: www.prendiamolaparola.org



martedì 30 luglio 2013

Il Brasile del Papa e delle proteste


Vorrei fare appello a chi possiede più risorse, alle autorità pubbliche e a tutti gli uomini di buona volontà impegnati per la giustizia sociale: non stancatevi di lavorare per un mondo più giusto e più solidale! Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo...Ognuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità, sappia offrire il suo contributo per mettere fine a tante ingiustizie sociali. Non è la cultura dell'egoismo, dell'individualismo, che spesso regola la nostra società, quella che costruisce e porta a un mondo più abitabile, ma la cultura della solidarietà; vedere nell'altro non un concorrente o un numero, ma un fratello...Desidero incoraggiare gli sforzi che la società brasiliana sta facendo per integrare tutte le parti del suo corpo, anche le più sofferenti e bisognose, attraverso la lotta contro la fame e la miseria. Nessuno sforzo di 'pacificazione' sarà duraturo, se non ci saranno armonia e felicità per una società che ignora, che mette ai margini e che abbandona nella periferia una parte di se stessa”.
Queste alcune frasi pronunciate da Papa Francesco durante la sua visita alla favela di Varginha, a Rio de Janiero.  


Il pontefice è tornato in Italia. La Confederation cup è terminata e, per un po', si spegneranno i riflettori sul Brasile in attesa dei Mondiali di calcio e delle Olimpiadi.
I brasiliani - pochi mediamente ricchi e tanti poveri - torneranno alla loro quotidianità, quella gente che è scesa in piazza per protestare contro un'economia capitalistica escludente e contro quei governanti che risolvono i problemi sociali solo in maniera superficiale, come era scritto su uno dei tanti striscioni che sfilavano durante le manifestazioni e che recitava: “Un Paese muto è un Paese che non cambia”, quelle persone che sulla spiaggia di Copacabana ascoltava e applaudiva le parole di Bergoglio quando faceva appello alla solidarietà.
Il presidente operaio Lula prima e Dilma Roussef poi si sono trovati a dover gestire una situazione economica disastrosa, eredità del precedente governo neoliberale di Fernando Enrique Cardoso. Lula si vide costretto a riadattare la sua politica in base alle richieste delle multinazionali e dei latifondisti e la Roussef ha continuato il suo operato avvicinandosi alla bancada ruralista - proprietaria della terra per la quale sono stati assassinati molti contadini e leaders sociali - e alla chiesa evangelica (e ricordiamo che la Commissione dei diritti umani è stata affidata ad un pastore evangelico, omofobo e razzista di cui abbiamo parlato in un precedente articolo). Per non parlare della persecuzione nei confronti del Movemento Sem Terra. 
Il popolo brasiliano si è stancato: è sceso nelle piazze di tutte le città per dire “basta” all'aumento del costo del biglietto de mezzi pubblici; alle tremende condizoni di lavoro degli operai impegnati nella costruzione di impanti sportivi faraonici; al progetto del treno ad alta velocità, che dovrebbe collegare ventidue quartieri di Fortaleza, ma che comporta la sparizione dei barrios, costringendo le persone ad abbandonare le propie case; alla privatizzazione merchandising sportivo da parte della Fifa che spazzerà via i piccoli veditori ambulanti.

La rabbia è esplosa, l'esasperazione è al limite. Le parole di Papa Francesco sono arrivate al cuore degli abitanti delle periferie brasiliane e di tutto il mondo, ma devono arrivare alle orecchie di chi ha il potere di avviare il cambiamento e promuovere l'uguaglianza.

lunedì 29 luglio 2013

Destinazione Thailandia: missione del PIME di Mae Suay


Un gruppo di adolescenti – e persone un po' più grandi – in questi giorni si trova in thailandia e ci ha mandato il reportage dell'inizio della loro bella esperienza che continueremo a seguire con interesse.
Pubblichiamo anche una parte della mail che ha accompagnato le fotografie in attesa di altre immagini e dei commenti, delle riflessioni, delle emozioni dei ragazzi.
Ringraziando tutti di cuore.





Ci troviamo nel Nord della Thailandia, precisamente nella missione del Pime di Mae Suay.
Siamo un gruppo di 13 persone, tre adulti (Grazia e Nello, due missionari laici che appena sposati hanno vissuto in questa realtà per 5 anni, avendo qui due dei loro tre figli , e io, Chiara) e 10 adolescenti ( una di 11 anni, gli altri di età 15-17 anni) che hanno deciso di trascorrere qui tre settimane delle proprie vacanze estive per vivere un'esperienza di condivisione, di servizio e di incontro con la cultura thai. Ecco perchè ci dedichiamo ad attività di manutenzione e pulizia del Centro, visitiamo i villaggi delle cosiddette tribù dei monti e conosciamo alcuni luoghi di questa incantevole nazione.
Ma siamo qui in Asia soprattutto per "metterci in gioco", per essere testimoni della nostra fede e fratelli delle persone che incontriamo.
E' una sfida per noi stessi e per gli altri poichè l'impegno richiestoci è grande: siamo, infatti, chiamati a condividere le speranze, i diritti e il mondo della gente incontrata, con stima e rispetto verso le diversità, partecipando della loro quotidianità con discrezione, entusiasmo e solidarietà.
Ti alleghiamo qualche foto , vorremmo inviarti in seguito anche qualche impressione dei ragazzi.
Nella stessa tensione a vivere per i diritti di tutti,            
Chiara, Grazia e Nello



venerdì 26 luglio 2013

Un libro, una storia vera, un ricongiungimento





Somalia, 1991: è guerra civile. Mahad, come molti altri compaesani, perde tutto ed è costretto a scappare. Mahad ha una figlia, Murayo, affetta da tubercolosi intestinale e, nel '94, riesce a portarla all'ospedale militare italiano di Johar dove la bambina verrà curata, ma Mahad non può portarla con sé nella fuga dal conflitto, sarebbe troppo rischioso: la lascia, quindi, in ospedale dopo aver scattato un paio di fotografie.
Ma il tempo passa: il contingente militare deve ritirarsi e Murayo deve essere portata presso l'orfanotrofio di Mogadiscio. Il soldato italiano a cui è dato il compito di accompagnarla, però, cambia programma e il destino della piccola. La porta, infatti, con sé in Sicilia e decide di adottarla.
Murayo cresce in serenità, ma nella convinzione di aver perso i legami con la famiglia d'origine, fino a quando, dopo quattordici anni, durante una puntata della trasmissione televisiva “Chi l'ha visto?” viene fatto passare l'appello di un magro signore somalo, rifugiato nel campo profughi di Dadaab, in Kenya, dal quale ha continuato a scrivere all' ONU, alla Croce Rossa e ad altri enti per ritrovare sua figlia.
Murayo oggi ha 26 anni, è in procinto di laurearsi ed è riuscita a riabbracciare Mahad e sua sorella (la madre, nel frattempo, si è spenta). E nella puntata della trasmissione di Rai3 del 26 giugno scorso sono state trasmesse le immagini forti, emozionanti, intense di quel lungo, atteso e significativo abbraccio tra la giovane donna e il padre naturale.
Questa è la storia di Murayo e dei suoi due padri: quello africano e quello italiano. Una storia raccontata nel libro intitolato “Solo le montagne non si incontrano mai”, di Laura Boldrini, edito da Rizzoli.
Presidente della Camera, Laura Boldrini è stata a lungo portavoce ONU per i rifugiati e aveva fatto una promessa a Murayo: “Farò in modo che tu possa riabbracciare tuo padre”: il percorso, raccontato con grande partecipazione nel testo, è stato lungo e difficile. Un percorso geografico, ma soprattutto emozionale e psicologico, che ha coinvolto la ragazza, ma anche le sue due figure di riferimento maschili: una padre adottivo che accoglie e ha la capacità di capire l'esigenza della figlia di ricongiungersi con le proprie radici e la propria identità e un padre naturale che la affida ad un' altra guida, di un'altra cultura, regalandole un Futuro migliore del loro Passato.
La vicenda di Murayo, infine, è l'occasione di parlare dei profughi e delle loro condizioni, con realismo; è l'opportunità di raccontare un popolo al di là degli stereotipi; ma, in particolare, è un esempio di amore. Quell'amore incondizionato e profondo che ha permesso a una bambina, in difficoltà e in pericolo, di diventare una donna.

giovedì 25 luglio 2013

Violenza sulle donne a Tahrir, di Vincenzo Mattei

Vincenzo Mattei ci ha dato il permesso di pubblicare questo suo articolo, uscito su Il Venerdì di Repubblica il 6 giugno 2013. Lo pubblichiamo molto volentieri e ringraziamo il giornalista.


Le violenze sessuali a sfondo politico erano molto usate dal regime di Mubarak. Recentemente hanno ripreso piede. I Fratelli Musulmani hanno ereditato questa pratica”. Nahla Enany, 23 anni, è seduta al Café Riche, uno degli storici bar del centro de Il Cairo, frequentato spesso da giornalisti locali ed internazionali, insieme a Azza Balba, Nour El Oda Zaky, Marwar Nissar, Bussana Said e altre signore di mezz’età. Sono tutte attiviste, giornaliste e membri di vari partiti politici come El Dustur (La costituzione), Tayraan Shaabi (Corrente Popolare) e El Tugammau. Sorseggiano il tè e parlano di quello che succede nel paese in mezzo alla spessa coltre di fumo delle loro sigarette.
Nahla parla senza sosta, spiega con quali tecniche e in quali occasioni le violenze vengono messe in pratica: “Bisogna fare una differenza tra violenze perpetrate dal singolo e quelle dal gruppo”. Quest’ultime sono ben preparate ed organizzate con lo scopo di demolire totalmente la volontà della donna. “In tutte le testimonianze di aggressione che abbiamo nei nostri file, non ce n’è nessuna che parla di volontà dell’aggressore di toccarla, ferirla con lame affilate. Violenze che accadono solo durante manifestazioni e marce politiche. Dobbiamo sensibilizzare la gente”.
Nahla è sdegnata: “Se mi capita qualcosa, con chi vado a lamentarmi? A chi vado a denunciare l’aggressione, alle autorità? Ma sono queste che incoraggiano gli assalitori! “C’è solo un modo: agire con associazioni come Tahrir Bodyguard, Benet Masr e OPantiSH (Operation anti Sexual Harassemnt)”, dichiara.
Surayya Bahagat è la fondatrice di Tahrir B.G. Il 25 gennaio era scesa in piazza per l’anniversario della rivoluzione ma è stata assalita da alcuni uomini. Ha sfogato la sua collera e la sua indignazione aprendo l’account di Tahrir.B.G. su Twitter e, nel giro di poche ore, aveva già migliaia di followers. L ‘associazione organizza corsi pratici di autodifesa personale e teorici per insegnare alle donne le modalità di aggressione e come evitare il pericolo; diffonde informazioni, sia in strada che su internet, per sensibilizzare gli egiziani su questa terribile piaga che sta affliggendo il paese.


Quello che accade in piazza Tahrir è un attacco politico, molto ben organizzato. Le tecniche che gli aggressori per violentare o molestare le donne sono ben studiate: come circuirle, come isolarle, accerchiarle. Vogliono allontanare il mondo femminile dalla piazza. e E invece noi dobbiamo esserci per denunciare le violenze”. “I corsi di autodifesa sono aperti a tutte, non solo alle egiziane”, dice Zeinab Sabet, collaboratrice di Surayya, tra le prime volontarie del progetto. “È un ottimo modo per aiutare le donne. Non fermerà le violenze, ma non saranno colte alla sprovvista. Con i social network diffondiamo informazioni A Tahrir facciamo volantinaggio, parliamo con le persone, cerchiamo il loro aiuto, diamo numeri di cellulari da chiamare in caso di necessità”
I ragazzi e le ragazze che aderiscono a Tahrir.B.G, portano dei gilet rifrangenti ed elmetti gialli da carpentiere in modo da essere notati facilmente . Insieme all’associazione Benet Masr (i cui ragazzi indossano magliette bianche con la scritta in rosso “Contro le violenze sessuali”), a febbraio hanno organizzato la “Marcia delle donne”, partita dalla moschea di Zeida Zeinab. Hanno partecipato in tante, bambine, anziane, politiche e donne in carriera, semplici cittadine, madri di famiglia … La marcia ha un valore intrinseco che è quello di far partecipi i passanti ignari. Molte egiziane si fermavano sui marciapiedi e domandavano i motivi della manifestazione. La loro reazione positiva si poteva leggere dall’espressione entusiasta e dal segno di approvazione dei loro volti. Gli slogan più gettonati erano: “Non rimarremo in silenzio”, “Non ci piegherete”, “Non fuggiremo via”, “Venite ad affrontarci voi stupratori, perché non abbiamo nessuna intenzione di starcene a casa!”.


Nancy Omar, è la presidentessa di Benet Masr: “Ai corsi spieghiamo che cosa sono le molestie, i vari tipi di molestatori, simuliamo possibili attacchi a sfondo sessuale. Insegniamo ai volontari a capire le diverse tipologie delle vittime e degli aggressori, come una ragazza può reagire: c’è chi ammutolisce nel panico, chi picchia l’aggressore o chi viene presa dall’isteria”.
C’è anche una rete di comunicazione passaparola tra i membri e il loro circolo di amiche.
I volontari che vanno porta a porta nei quartieri a fare volantinaggio. E a parlare con i venditori ambulanti che sono a Tahrir per aiutarci: hanno i nostri numeri di cellulare, se accade qualcosa ci avvisano immediatamente. Noi cerchiamo di istruirli per riconoscere le situazioni di pericolo durante gli scontri, e sapere come comportarsi”
Sul perché quest’escalation di violenze nei confronti delle donne, Nancy non ha dubbi.
la donna è presente ai seggi elettorali, controlla il regolare svolgimento del voto. Partecipa alle manifestazioni, e tra le urla la sua voce si distingue. Più acuta e sovrasta quella degli uomini. Il ruolo della donna nella società è molto più attivo di quello degli uomini, c’è una dedizione. Ha un senso di giustizia più profondo, e non vuole che nessuno le rubi la sua libertà. Il nostro corpo è qualcosa che ci appartiene, non esiste nessuno che ha il diritto di violarlo. Qualcuno vede come una minaccia l’impegno della donna egiziana nella costruzione della società, la sua partecipazione”
Senza le donne la piazza non ha la stessa forza
Meno della metà. Quello che è successo il 25 gennaio per il 2° anniversario della rivoluzione è stato meschino”, violenze e stupri di gruppo, l’uso della forza bruta e di armi da taglio.
Nour El Oda Zaky, giornalista, attivista e membro del partito Dustur aggiunge il suo punto di vista …“Gli attacchi mirano a distruggere psicologicamente la donna egiziana, per allontanarla dalla politica. Dopo aver tentato di tutto a livello nazionale, ci muoveremo a livello internazionale. Sottoporremo il caso al Tribunale dell’Aja, per far condannare il governo egiziano responsabile di tali reati. Vogliamo una condanna contro il Presidente della Repubblica egiziana, per la sua responsabilità politica, e una condanna penale contro il Ministro degli Interni perché non ha garantito la sicurezza a Tahrir”


Grazie al costante lavoro e alla presenza delle diverse associazioni a Tahrir, i casi di violenze sono diminuiti drasticamente, anche se il pericolo è sempre dietro l’angolo. Questi movimenti non sono sufficienti ad sradicare i soprusi senza l’aiuto dei grandi nazionali. E sarà importante il ruolo e l’azione del governo, nell’approvare nuove leggi, più moderne, e una riforma strutturale delle forze di polizia.
Il cammino da percorrere è ancora lungo.




Vincenzo Mattei

mercoledì 24 luglio 2013

Il caso Tryvon Martin




Siamo negli Stati Uniti del 2012: eppure ancora qualcosa non va.
Un giovane nero - si saprà poi che aveva 17 anni - cammina, con il cappuccio di una felpa in testa e le mani in tasca, nel quartiere bianco di Sanford, in Florida. E' il 27 febbraio dell'anno scorso, ed è sera. Il ragazzo si chiama Tryvon Martin, frequenta la scuola e gioca in una squadra di football; ma quella sera, incrocia il passo di George Zimmermann, un ventottenne autoproclamatosi “capitano della guardia di quartiere”. Zimmermann, vedendo il ragazzo incappucciato, chissà perchè si insospettisce, pensa che sia uno spacciatore e inizia a seguirlo. Martin, intanto, è al telefono con un'amica alla quale dice di sentirsi pedinato da qualcuno e gli consiglia di scappare: il ragazzo comincia a farlo, la guardia teme che sia armato (solo perchè continua a tenere l'altra mano in tasca), i due si ritrovano faccia a faccia. Comincia una colluttazione, Zimmermann ha una pistola e spara. Arrivano i soccorsi, ma è troppo tardi: Tryvon è morto a soli 17 anni. Nelle sue tasche sono state trovate caramelle e una bottiglia di the alla pesca.
La vicenda di Tryvon Martin ha assunto dimensioni planetarie perchè conferma quanto lavoro c'è ancora da fare per abbattere stereotipi, pregiudizi, razzismo e violenza.
I genitori del ragazzo hanno lanciato una petizione online, pochi giorni dopo la sua uccisione, per chiedere giustizia. Durante la marcia a New York del 21 marzo 2012 chiamata “Million Hoodie March” (composta da migliaia di persone con un cappuccio in testa che scandivano slogan tra cui “Il prossimo sono io?”) la madre di Tryvon, Sybrina Fulton, ha detto: “ Questa non è una questione tra bianchi e neri. Questa è una questione di giusto e sbagliato. Nostro figlio è vostro figlio”. E le ha fatto eco il Presidente Obama che ha affermato, rivolgendosi ai genitori della vittima: “Se avessi un figlio, avrebbe il suo stesso aspetto”. Eppure un ragazzo nero con una felpa - nell'Occidente emancipato, capistalista, libero e democratico - viene ancora preso per uno spacciatore e niente di più. E viene ucciso. Anche se, nel manuale della guardia di quartiere si legge: “ Deve essere ricordato ai membri che loro non hanno poteri di Polizia e, quindi, non devono portare con sé armi né possono fare inseguimenti”.
Il sociologo Zygmut Baumann , nel suo saggio intitolato “Paura liquida” scrive: “Paura è il nome che diamo alla nostra incertezza: alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare - che possiamo o non possiamo fare - per arrestarne il cammino o, se questo non è in nostro potere, almeno per affrontarla...La generazione meglio equipaggiata di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza.” (…) Il paradosso nell’analisi della paure diffuse che, nate e alimentate dall’insicurezza, saturano la vita liquido-moderna è che viviamo senza dubbio - per lo meno nei paesi sviluppati - nelle società più sicure mai esistite...I messaggi che arrivano dai luoghi del potere politico, propongono più flessibilità come unico rimedio a un livello già intollerabilie di insicurezza, prospettando ulteriori sfide e una maggiore privatizzazione dei disagi: in ultima un’insicurezza ancora minore (…). Incitano all’incolumità individuale, in un mondo sempre più incerto e imprevedibile e dunque potenzialmente pericoloso”: ormai la cultura della paura ha invaso le nostre società e modificato i nostri pensieri e gli stili di vita. La paura causa necessità di sicurezza e questa si tramuta in volontà di controllo. Ogni singola minaccia, vera o presunta, scatena aggressività e autodifesa.
E proprio appellandosi al diritto di legittima difesa, in quanto si sentiva minacciato dal ragazzino, Zimmermann, quasi a un anno di distanza dall'accaduto, è stato assolto.
I genitori potranno rivolgersi ad un tribunale civile, mentre le autorità dovranno decidere se avviare un procedimento federale.
L'opinione pubblica, non solo quella americana, ha già espresso il proprio parere: tantissime persone, infatti, sono scese in piazza per manifestare di nuovo contro la decisione della giuria della Florida mentre anche molti giornalisti e intellettuali si interrogano sul significato di quanto è successo.

martedì 23 luglio 2013

Calderoli - Kyenge: tra scuse e dimissioni



Fa ancora discutere il fattaccio accaduto qualche giorno fa quando, il vicepresidente del Senato - mentre era impegnato in un comizio - dal palco ha dichiarato che quando vede il Ministro per l'Integrazione non può non pensare ad un orango. E sappiamo che il vicepresidente del Senato è Roberto Calderoli e il Ministro per l'Integrazione è Cècile Kyenge.
Ancora una volta una vicenda di razzismo e di vergogna, almeno per la parte civile dell'Italia, un'Italia che continua a collezionare brutte figure. “Faccio appello a Maroni, leader della Lega, perchè chiuda questa pagina rapidissimamente altrimenti si entra in una logica di scontro totale che non serve a lui, non serve a nessuno, non serve al Paese. E' una pagina veramente insostenibile”, queste le dichiarazioni del premier Enrico Letta che ha messo in discussione anche l'appoggio alla Regione Lombardia per Expo 2015, mentre Maroni ribatte che la Lega non è razzista, ma “combatte le idee sbagliate sull'immigrazione come lo ius soli”.
In Italia, una petizione online ha raccolto migliaia di firme per chiedere le dimissioni di Calderoli, così come sui social network, e lo ha fatto formalmente anche il Partito Democratico con una nota. All'estero molte testate giornalistiche e capi di Stato hanno criticato duramente il comportamento di Calderoli e anche un portavoce dell'ONU ha sottolineato che l'affermazione di Calderoli “è assolutamente scioccante per chiunque la faccia, ma ancor di più se a formularla è una persona che è stata ministro del governo in passato e che ha un ruolo importante. Non è la prima volta che politici italiani fanno questo tipo di dichiarazioni. Il fatto che ora vi sia un grande dibattito e forti condanne pubblliche è positivo, ma non nasconde il fatto che sia assolutamente inaccettabile”.
Intanto il lavoro del ministro Kyenge è ancora intralciato anche dal punto di vista politico: nei giorni scorsi, infatti, si è recato a Pescara per un dibattito sul tema della cittadinanza e, nella notte, alcuni esponenti di Forza Nuova hanno affisso dei cappi simbolici con, alle estremità, manifesti e scritte contro l'immigrazione.
Cècile Kyenge, ancora una volta, ha dovuto ribadire la propria posizione: “ Dobbiamo far passare dei messaggi che non istigano a odio e violenza. Sicuramente non sarà il mio compito di rispondere alla violenza con la violenza. Il mio compito è quello di dare una guida ai nostri giovani, all'Italia perchè l'Italia non è razzista e chi vuole soffocare questa parte dell'Italia non razzista farà fatica a farlo”.
Per fortuna l'Italia non è del tutto un Paese razzista, ma resta l'amarezza di dover constatare quanto nel nostro Paese sia difficile operare nella direzione del bene comune non solo a causa di problemi oggettivi - quali, ad esempio, la corruzione o la sete di potere - ma anche per una mentalità troppo spesso ancora gretta ed ottusa e che appartiene a coloro che dovrebbero dare il buon esempio e non false scuse in ritardo.

lunedì 22 luglio 2013

Il discorso di Malala per il diritto all'istruzione

Stan Honda/AFP/Getty Images

Malala Yousafazai (di cui abbiamo già raccontato la storia) - la ragazza che rivendicò il diritto allo studio per tutte le ragazze pakistane come lei e che, per questo motivo, fu ferita gravemente alla testa dai talebani - ha compiuto sedici anni. Le Nazioni Unite le hanno dedicato il “Malala Day”: “Ecco la frase che i taleban non avrebbero mai voluto sentire 'Buon sedicesimo compleanno, Malala', così l'ex Premier britannico, Gordon Brown, ha dato inizio alla giornata. Una giornata segnata dal discorso della ragazzina, candidata al Nobel per la pace per il suo impegno sui diritti umani. “Malala tu sei la nostra eroina, sei la nostra grande campionessa, noi siamo con te, tu non sarai mai sola”: il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-Moon, ha ringraziato Malala con queste parole dopo il discorso che ha ricevuto l'ovazione di tutti i rappresentanti delle istituzioni presenti nella sala del Palazzo di Vetro.
Un discorso importante.








Cari fratelli e sorelle ricordate una cosa. La giornata di Malala non è la mia giornata. Oggi è la giornata di ogni donna, di ogni bambino, di ogni bambina che ha alzato la voce per reclamare i suoi diritti.
Ci sono centinaia di attivisti e di assistenti sociali che non soltanto chiedono il rispetto dei diritti umani, ma lottano anche per assicurare istruzione a tutti in tutto il mondo, per raggiungere i loro obiettivi di istruzione, pace e uguaglianza.
Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e migliaia di altre sono state ferite da loro. Io sono soltanto una di loro. Io sono qui, una ragazza tra tante, e non parlo per me, ma per tutti i bambini e le bambine. Voglio far sentire la mia voce non perché posso gridare, ma perché coloro che non l’hanno siano ascoltati. Coloro che lottano per i loro diritti: il diritto di vivere in pace, il diritto di essere trattati con dignità, il diritto di avere pari opportunità e il diritto di ricevere un’istruzione.
Cari amici, nella notte del 9 ottobre 2012 i Taliban mi hanno sparato sul lato sinistro della fronte. Hanno sparato anche ai miei amici. Pensavano che le loro pallottole ci avrebbero messo a tacere. Ma hanno fallito. E da quel silenzio si sono levate migliaia di voci. I terroristi pensavano che sparando avrebbero cambiato i nostri obiettivi e fermato le nostre ambizioni, ma niente nella mia vita è cambiato tranne questo: la debolezza, la paura e la disperazione sono morte. La forza, il potere e il coraggio sono nati. Io sono la stessa Malala. Le mie ambizioni sono le stesse. Così pure le mie speranze sono le stesse.
Cari fratelli e sorelle io non sono contro nessuno. Nemmeno contro i terroristi. Non sono qui a parlare in termini di vendetta personale contro i Taliban o qualsiasi altro gruppo terrorista. Sono qui a parlare a favore del diritto all’istruzione di ogni bambino. Io voglio che tutti i figli e le figlie degli estremisti, soprattutto Taliban, ricevano un’istruzione. Non odio neppure il Taliban che mi ha sparato. Anche se avessi una pistola in mano ed egli mi stesse davanti e stesse per spararmi, io non sparerei. Questa è la compassione che ho appreso da Mohamed, il profeta misericordioso, da Gesù Cristo e dal Buddha. Questa è il lascito che ho ricevuto da Martin Luther King, Nelson Mandela e Muhammed Ali Jinnah. Questa è la filosofia della non-violenza che ho appreso da Gandhi, Bacha Khan e Madre Teresa. E questo è il perdono che ho imparato da mio padre e da mia madre. Questo è quello che la mia anima mi dice: siate in pace e amatevi l’un l’altro.
Cari fratelli e sorelle, tutti ci rendiamo conto dell’importanza della luce quando ci troviamo al buio, e tutti ci rendiamo conto dell’importanza della voce quando c’è il silenzio. E nello stesso modo quando eravamo nello Swat, in Pakistan, noi ci siamo resi conto dell’importanza dei libri e delle penne quando abbiamo visto le armi. I saggi dicevano che la penna uccide più della spada, ed è vero.
Gli estremisti avevano e hanno paura dell’istruzione, dei libri e delle penne. Hanno paura del potere dell’istruzione. Hanno paura delle donne. Il potere della voce delle donne li spaventa. Ed è per questo che hanno appena ucciso a Quetta 14 innocenti studenti di medicina. È per questo che fanno saltare scuole in aria tutti i giorni. È per questo che uccidono i volontari antipolio nel Khyber Pukhtoonkhwa e nelle Fata. Perché hanno avuto e hanno paura del cambiamento, dell’uguaglianza che essa porterebbero nella nostra
società.
Un giorno ricordo che un bambino della nostra scuola chiese a un giornalista perché i Taliban sono contrari all’istruzione. Il giornalista rispose con grande semplicità. Indicando un libro disse: “I Taliban hanno paura dei libri perché non sanno che cosa c’è scritto dentro”. Pensano che Dio sia un piccolo essere conservatore che manderebbe le bambine all’inferno soltanto perché vogliono andare a scuola. I terroristi usano a sproposito il nome dell’Islam e la società pashtun per il loro tornaconto
personale. Il Pakistan è un paese democratico che ama la pace e che vorrebbe trasmettere istruzione ai suoi figli. L’Islam dice che non soltanto è diritto di ogni bambino essere educato, ma anche che quello è il suo dovere e la sua responsabilità.
Onorevole Signor Segretario generale, per l’istruzione è necessaria la pace, ma in molti paesi del mondo c’è la guerra. E noi siamo veramente stufi di queste guerre. In molti paesi del mondo donne e bambini soffrono in altri modi. In India i bambini poveri sono vittime del lavoro infantile. Molte scuole sono state distrutte in Nigeria. In Afghanistan la popolazione è oppressa dalle conseguenze dell’estremismo da decenni. Le giovani donne sono costrette a lavorare e a sposarsi in tenera età. Povertà, ignoranza, ingiustizia, razzismo e privazione dei diritti umani di base sono i problemi principali con i quali devono fare i conti sia gli uomini sia le donne.
Cari fratelli e sorelle, è giunta l’ora di farsi sentire, di lottare per cambiare questo mondo e quindi oggi facciamo appello ai leader di tutto il mondo affinché proteggano i diritti delle donne e dei bambini. Facciamo appello alle nazioni sviluppate affinché garantiscano sostegno ed espandano le pari opportunità di istruzione alle bambine nei paesi in via di sviluppo. Facciamo appello a tutte comunità di essere tolleranti, di respingere i pregiudizi basati sulla casta, sulla fede, sulla setta, sulla fede o sul genere. Per garantire libertà e eguaglianza alle donne, così che possano stare bene e prosperare. Non potremo avere successo come razza umana, se la metà di noi resta indietro. Facciamo appello a tutte le sorelle nel mondo affinché siano coraggiose, per abbracciare la forza che è in loro e cercare di realizzarsi al massimo delle loro possibilità.
Cari fratelli e sorelle vogliamo scuole, vogliamo istruzione per tutti i bambini per garantire loro un luminoso futuro. Ci faremo sentire, parleremo per i nostri diritti e così cambieremo le cose. Dobbiamo credere nella potenza e nella forza delle nostre parole. Le nostre parole possono cambiare il mondo. Perché siamo tutti uniti, riuniti per la causa dell’istruzione e se vogliamo raggiungere questo obiettivo dovreste aiutarci a conquistare potere tramite le armi della conoscenza e lasciarci schierare le une accanto alle altre con unità e senso di coesione.
Cari fratelli e sorelle non dobbiamo dimenticare che milioni di persone soffrono per ignoranza, povertà e ingiustizia. Non dobbiamo dimenticare che milioni di persone non hanno scuole. Lasciateci ingaggiare dunque una lotta globale contro l’analfabetismo, la povertà e il terrorismo e lasciateci prendere in mano libri e penne. Queste sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un maestro, una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione ai mali del mondo. L’istruzione potrà salvare il mondo.


venerdì 19 luglio 2013

Lampedusa in Festival



Un'altra manifestazione interessante vivacizza culturalmente l'estate italiana.
Si tratta del LampedusainFestival che, quest'anno, è giunta alla quinta edizione. 
Dal 19 al 23 luglio l'isola si anima delle opere di filmmakers che raccontano storie, incontri, flussi migratori e culture che appartengono al bacino del Mediterraneo.
Con il patrocinio del Comune di Lampedusa e di Linosa, il festival è stato selezionato, nel 2012, dall'UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) come buona pratica contro il razzismo ed è stato insignito, per due anni consecutivi, della Medaglia d'Onore da parte del Presidente della Repubblica.
La promozione dei valori dell'accoglienza e dell'incontro, della diversità e del dialogo sono gli argomenti principali approfonditi durante i momenti culturali che vanno ad arricchire il programma, oltre ad un'analisi delle cause che spingono migliaia di persone a lasciare la propria terra.
Il concorso cinematografico, infatti, per l'edizione di apertura dell'estate 2013, presenta un focus dal titolo: “Migrare: le ragioni di una scelta”. La domanda di partenza é: “Quali sono le percezioni, diffuse in Occidente, delle condizioni di vita, delle culture e delle situazioni politiche all'interno dei Paesi di provenienza delle persone che migrano? L'obiettivo è quello di tematizzare lo scarto tra le società che ricevono queste persone e le società da cui esse provengono nell'ottica del superamento dei pregiudizi, degli stereotipi e della retorica e per favorire lo scambio della ricchezza culturale e la proposta di soluzioni ai numerosi problemi di ordine pratico che i migranti si trovano a dover affrontare una volta arrivati nei Paesi occidentali.
La Settima arte, da sempre - attraverso immagini, musiche e parole - parla un linguaggio universale, comprensibile a tutti e può, quindi, essere uno strumento valido per osservare la realtà in maniera critica e costruttiva; uno strumento capace di registrare tensioni e disagi, ma anche speranze e aperture. Undici le pellicole passate alla fase finale del concorso tra cui: “Il limite” di Rossella Schillaci, “Vol spècial” di Fernand Melgar, “Mohamed il pescatore” di Marco Leopardi e “ Timbro rosso” di Laura Di Pietro (Artigiani digitali).
Il Festival propone, inoltre, molti appuntamenti con mostre, musica, teatro e dibattiti. Segnaliamo, tra i tanti: la tavola rotonda “Buone pratiche – Beni comuni: l'importanza di fare rete” a cui parteciperanno, il 20 luglio, alcuni amministratori della Rete dei Comuni Solidali e dell'Associazione Comuni Virtuosi; la presentazione del libro “Le nostre braccia” di Andrea Staid; lo spettacolo teatrale, previsto per il 22, “Bilal - Pensi di saper distinguere il Paradiso dall'Inferno?” tratto dal romanzo-inchiesta di Fabrizio Gatti e a cura di ConsorzioScenico; l'incontro “Amnesty International e Lampedusa: una storia di diritti umani”; la proiezione del film “La primavera siamo noi”. Le donne in Tunisia dopo la rivoluzione: l'autrice, Cristina Mastrandrea, intervista Amina Tyler, attivista del movimento FEMEN TUNISIA.

Per il programma completo del festival: www.lampedusainfestival.com

giovedì 18 luglio 2013

USA: un passo indietro per i diritti civili



Cinque giudici conservatori contro quattro progressisti: la Corte Suprema americana ha abolito la sezione del “Voting rights Act” secondo la quale nove Stati del sud - Alabama, Alaska, Arizona, Georgia, Louisiana, Mississipi, South Carolina, Texas e Virginia, con un passato di discriminazioni accertate - sono obbligati a chiedere un'autorizzazione per modificare i propri sistemi elettorali.
Il “Voting rights Act” - la storica legge promossa da Martin Luther King Jr. e approvata nel 1965 dopo lunghe battaglie anche sanguinose - ha permesso, da allora, il diritto di voto a molte generazioni di cittadini neri ed anche ai rappresentanti di altre minoranze, quali: i nativi americani, gli asiatici e gli ispanici.
I giudici conservatori hanno affermato che, rispetto al 1965, la società è cambiata e così sono cambiate anche le condizioni di valutazione usate per determinare quali Stati abbiano bisogno del controllo, da parte del governo centrale, sulle modifiche riguardanti il diritto di voto, controllo inserito nella sezione 5 del “Voting rights Act” proprio per impedire pratiche discriminatorie e razziste nei confronti di alcune categorie di cittadini.
John G. Roberts, Presidente della Corte suprema, ha scritto: “ Nel 1965, gli Stati potevano essere divisi in due gruppi. Quelli con una storia recente di bassa registrazione e affluenza al voto e quelli senza queste caratteristiche...Oggi la nazione non è più divisa su quei criteri, eppure il “Voting rights Act” continua a sopravvivere”. Ruth Bader Ginsburg, esponente dei progressisti, ha replicato: “ La Corte,oggi, abolisce una norma che si è dimostrata adatta a bloccare le discriminazioni di un tempo”.
E' bene ricordare,inoltre, che prima delle elezioni presidenziali del 2012, in diversi Stati “repubblicani” sono state introdotte norme per limitare o rendere più arduo l'accesso alle urne per le persone più svantaggiate, come ad esempio: limitazioni degli orari di apertura dei seggi, l'obbligo di munirsi del documento di identità o l'impossibilità di registrarsi nelle liste elettorali il giorno stesso delle votazioni.
Il Presidente, Barak Obama, dopo aver espresso la sua profonda delusione per il passo indietro nei diritti civili, ha parlato di “un brutto colpo per la democrazia” e ha chiesto al Congresso “di varare una legislazione che assicuri che ogni americano abbia un accesso uguale alle urne”.

mercoledì 17 luglio 2013

Festival della libera circolazione e un appello importante



16-17 luglio ad Altamura; 19-20 luglio a Matera. Queste le date per la nuova edizione del Festival della libera circolazione che, insieme a La carovana dello ius migrandi, si propone di affermare un cambiamento autentico per ridare slancio, unità e visibilità al movimento antirazzista e ai diritti dei migranti.
Promosso da Rete Primo marzo, dal settimanale on-line Corriere immigrazione, con l'apporto dell'Osservatorio Migranti Basilicata, il Festival prende in considerazione molte questioni urgenti, tra le quali: la cittadinanza, l'asilo, il permesso di soggiorno, i diritti politici, il lavoro e lo studio dei cittadini stranieri, i luoghi di detenzione per i migranti, le politiche di controllo delle frontiere, il ruolo dei media, il razzismo e il caporalato. Gli argomenti verranno approfonditi attraverso incontri, workshop, proiezioni e dibattiti. Per il programma completo della manifestazione, si può consultare il sito: www.liberacircolazione.it
In particolare, per venerdì 19 luglio dalle 17.30 alle 19.30, è previsto un incontro con i movimenti antirazzisti e per i diritti dei migranti del Sud Italia, a Matera. Il tema è stato anticipato durante un'assemblea che si è svolta un paio di settimane fa a Firenze, organizzata dall'associazione Prendiamo la parola: l'intento è stato quello di costruire una manifestazione nazionale, che si svolgerà il prossimo autunno, per l'affermazione dei diritti di tutti e di tutte.
Riportiamo l'appello proposto dalle associazioni che hanno preso parte all'assemblea di Firenze che, anche noi, riteniamo utile e importante

APPELLO PER LA COSTRUZIONE DI UN PERCORSO
PER UNA MANIFESTAZIONE NAZIONALE CONTRO IL RAZZISMO
E PER I DIRITTI DEI E DELLE MIGRANTI

Negli ultimi anni l'aggravarsi di una crisi economica di cui non si intravede la fine ha fatto crescere le contraddizioni e il disagio sociale. Le discriminazioni e la mancanza di diritti sono sempre più evidenti e contestualmente sono aumentate le manifestazioni di razzismo, sia a livello istituzionale che nella società.

Per questo, il 6 luglio associazioni, esponenti di partiti, organizzazioni sindacali e singole persone si sono riuniti in un’assemblea per discutere ed elaborare una proposta di piattaforma in grado di tenere conto e di valorizzare le numerose esperienze di lotta e di vertenzialità maturate in questi anni nei territori. L’obiettivo – ambizioso ma necessario – è di coinvolgere tutte le soggettività democratiche e tutti i cittadini e le cittadine nella costruzione di un percorso comune di mobilitazione per la convocazione di una manifestazione nazionale – contro il razzismo e per i diritti dei e delle migranti - che possa stimolare, favorire e sostenere lo sviluppo della coscienza civile e di difesa dei diritti per tutti/e sul territorio.

La proposta che facciamo è una proposta aperta, non intende e non può essere esaustiva ma vuole essere uno stimolo per favorire percorsi di convergenza, perché crediamo sia necessario unire le forze per dare una prospettiva alla difesa dei diritti dei e delle migranti e contrastare ogni forma di razzismo e discriminazione.

Non si tratta solo di diritti dei e delle migranti, ma di una prospettiva di diritti per tutta la società, da costruire insieme a partire dalle seguenti parole chiave, qui sviluppate solo parzialmente e in forma sintetica come base di discussione:

Razzismo 
Denunciamo e combattiamo il razzismo istituzionale e diffuso e ogni forma di discriminazione verso tutte le minoranze. L’esasperazione indotta dalla crisi sta pericolosamente riproponendo e fomentando sentimenti xenofobi e razzisti.

Diritti
Chiediamo l’immediato riconoscimento della cittadinanza italiana per i bambini e le bambine nati/e o cresciuti/e in Italia e, una modifica complessiva della legge che faciliti l’ottenimento della cittadinanza, semplificando l’iter burocratico e superando le restrizioni esistenti. Chiediamo il diritto di voto attivo e passivo nelle elezioni amministrative per i e le migranti residenti in Italia. Chiediamo il diritto alla casa e l’abolizione delle restrizioni nei requisiti per l’abitabilità, che va riconosciuta a pieno titolo in tutte le strutture. Chiediamo il pieno diritto alla salute come diritto soggettivo e di eguale fruibilità.

Lavoro
Rivendichiamo il diritto al lavoro previsto dalla costituzione e parità di diritti nei posti di lavoro, superando le discriminazioni, valorizzando le competenze e il know-how dei migranti, a partire dal riconoscimento dei titoli di studio. Chiediamo la regolarizzazione di tutti e tutte coloro che vivono e lavorano in questo paese. Chiediamo l’abolizione del contratto di soggiorno che altro non è che uno strumento di ricatto e di maggiore precarietà per i/le migranti. Va combattuto lo sfruttamento tramite il lavoro nero e le tante forme di precarietà legali e semi-legali diffuse in particolare nel lavoro agricolo, nel settore della logistica, nell’edilizia, nel turismo e nel lavoro domestico, dando risposte concrete alle tante lotte che si sono susseguite negli ultimi anni, a partire da quelle in seguito alle sanatorie, che hanno generato solo truffe, ingiustizie e soprusi.

Asilo
Serve una legge che garantisca un vero sistema di accoglienza con strutture, risorse e strumenti adeguati e che rimuova gli ostacoli e i limiti nella procedura per l’ottenimento dell’asilo attraverso l’introduzione di una legge che prenda spunto dalla legislazione avanzata esistente in altri paesi europei in materia di protezione internazionale. Per il superamento dei vincoli imposti dalla Convenzione di Dublino e per l’introduzione dell’asilo europeo.

Libertà di circolazione e Politica di ingresso
Chiediamo l’abrogazione della legge Bossi-Fini, del cosiddetto “pacchetto sicurezza” e di tutte le norme punitive dei e delle migranti contenute in quel decreto e l’introduzione di norme che consentano l’ingresso legale in questo paese, superando la logica dei flussi, nella quale si stanno invece introducendo ulteriori restrizioni. Contro la politica dei respingimenti e gli accordi bilaterali in materia.

Luoghi di reclusione
I CIE, nei quali le condizioni di detenzione sono ulteriormente peggiorate, vanno chiusi. Denunciamo anche la situazione nei tanti altri luoghi in cui i e le migranti vengono reclusi. Pensiamo ad esempio agli aeroporti, ai posti di frontiera, ecc.

Memoria e identità
Affinché le identità non si cristallizzino in forme escludenti ma si arricchiscano delle identità plurali, multiformi e meticce che oggi popolano l'Italia. Affinché la memoria delle ingiustizie originate dal razzismo, da politiche discriminatorie e dalla negazione dell’identità di interi popoli non venga cancellata, ma sia la base per uno sguardo non indulgente sul passato e per la costruzione di un futuro basato sul rispetto reciproco, la parità di diritti e la giustizia sociale.
Proponiamo di avviare da subito una discussione che consenta di organizzare delle assemblee o iniziative a livello cittadino nella seconda settimana di settembre. In queste sedi locali si potranno sviluppare ed articolare meglio i temi proposti in vista di un nuovo appuntamento nazionale per sabato 21 settembre a Firenze, con l’obiettivo di convocare una manifestazione nazionale entrò la prima quindicina di novembre.
Dalla discussione è emerso che le importanti iniziative già convocate, come la manifestazione del 28 settembre a Brescia e la manifestazione nazionale per il diritto all’abitare del 19 ottobre, vanno valorizzate come appuntamenti importanti su cui convergere nell’ambito di un percorso complessivo di mobilitazione e di lotta da costruire insieme.




martedì 16 luglio 2013

L' arresto del bambino di cinque anni



Si chiama Wadi 'Maswadeh ed è nato il 24 settembre 2007: ha cinque anni e nove mesi. Vive in Cisgordania, con la sua famiglia, e ha lanciato una pietra. Un gesto, ormai, ripetuto dai bambini e ragazzi che sono cresciuti in una situazione di guerra e circondati da un muro, gesto alimentato dalla cultura dell'odio e dall'esasperazione.
E Wadi, per quell'azione, è stato arrestato.
Fermato per quasi due ore presso la Tomba dei patriarchi a Hebron dai militari dell'esercito israeliano, viene fatto salire su una jeep e portato a casa dove si è nascosto dietro ad alcuni materassi per poi essere arrestato insieme a suo padre, Karam.
La vicenda è stata filmata e resa pubblica dal gruppo umanitario israeliano, B'Tselem, che ha denunciato il fatto anche a mezzo stampa in quanto l'età minima per la responsabilità penale, in Israele e nei Territori, è di 12 anni.
Nel video si vede il bambino circondato dai militari che si consultano via radio con altre persone; Wadi ha paura, piange, batte i piedi per terra. Un passante palestinese lo accompagna e lo convince a salire sull'auto delle autorià. Una volta a casa, però, l'incubo non è finito: i soldati continuano a sostenere che la vicenda venga sottoposta all'attenzione della polizia palestinese, bendano e ammanettano Karam e portano lui e il figlio in un posto di blocco. Ma le autorità palestinesi li dovranno rilasciare immediatamente.
Interessante notare che, nel filmato, un tenente colonnello israeliano rimprovera duramente i suoi sottoposti per aver fermato padre e figlio a telecamere accese. Le sue parole sono significative: “ Si sta danneggiando la nostra immagine pubblica. I detenuti vanno trattati bene quando ci sono le telecamere in giro”.
In questo caso Internet, le riprese video, i mezzi di informazioni sono stati utili per aprire, ancora una volta, una finestra su quell'area di mondo dove lo stallo geopolitico non risparmia nemmeno i più piccoli.

lunedì 15 luglio 2013

Das is Walter (esplorando Sarajevo durante la maratona fotografica 2012)


La maratona fotografica di Sarajevo - manifestazione organizzata nell'agosto del 2012 da Associazione Feedback, Shot Reportage Travels, Udruženie Urban e Lara Ciarabellini - è l'occasione di visitare la città in tutto il suo fermento culturale e di entrare in contatto con le realtà delle associazioni e degli artisti locali. Eppure la tragedia del conflitto balcanico è ancora vicina: uscendo dal centro storico, si visitano i quartieri in cui le ferite della guerra sono ancora molto visibili. Culmine della visita l'esplorazione del monte Trebević sul quale, in occasione delle Olimpiadi invernali del 1984, erano state costruite strutture sportive e d'accoglienza, tristemente convertite ad avamposti militari durante il tragico assedio della città.

Abbiamo rivolto alcune domande a Massimo Alì Mohammad, regista del documentario

Il documentario mostra la città di Sarajevo ancora ferita dalla guerra: quali sono i sentimenti delle persone comuni riguardo al recente passato? E come si può descrivere la situazione attuale?

Sì, la città di Sarajevo è ancora ferita dalla guerra, come testimoniano i segni ancora visibili dei colpi d'arma sui palazzi. I sentimenti delle persone comuni sono contrastanti, come immaginabile in un contesto del genere. E' molto toccante avere a che fare con la generazione dei giovani, come è accaduto nel caso della maratona fotografica (ricordiamo frutto del gemellaggio tra l'associazione Feedback di Ferrara e Urban di Sarajevo. Ti rendi conto come per loro la scala delle priorità sia completamente rivoluzionata e di come abbiano acquisito una visione della vita più disicantata, ma non per questo meno costruttiva. La cultura è in continuo sviluppo e rappresenta sicuramente una delle realtà fondanti della società odierna. Bisogna ricordare che però, fuori dalla città, la situazione è molto più arretrata, basti pensare alle zone ancora non messe in sicurezza dalle mine. Ci vuole tempo...


Qual è il ruolo dell'arte - in particolare della fotografia - in un'area di Europa che vive ancora una situazione complicata?
L'arte, come dicevo in precedenza, è una grande spinta sociale per lo sviluppo di nuove realtà, anche lavorative per le nuove generazioni. Non bisogna trascurare che l'arte, compresa la fotografia, lavora molto sulla memoria, in un delicato equilibrio tra il ricordo e il progresso. Perché sicuramente non si può lasciare che tutto il passato recente cada in un immediato oblio ma, allo stesso tempo, non deve costituire un blocco che ne impedisca la giusta trasformazione.


Quali sono le nuove prospettive culturali per la città e per i giovani?

La realtà della fotografia è in grandissimo sviluppo, così come molto toccante l'esposizione di arte contemporanea (Ars Aevi). I giovani sono impegnati con passione in diverse realtà associative e molto spesso luoghi in disuso dai tempi della guerra sono concessi in libera gestione per l'organizzazione di nuove realtà (cercate per curiosità il Kino Bosna).

Ci può anticipare il significato del titolo del documentario?
Il titolo del documentario fa riferimento alla frase finale al film simbolo della resistenza di Sarajevo contro l'invasione nazista (Walter brani Sarajevo, Walter difende Sarajevo; di Hajrudin Krvavac, 1972). Walter è un leader partigiano in incognito che si oppone alle forze nemiche, il film si conclude con la frase "Questo è Walter", ovvero la città intera è la resistenza, non un unico uomo, ma qualcosa di indissolubile. Ancora oggi "Das ist Walter" resta un motto di resistenza molto utilizzato, anche ad esempio alcune reti wi-fi pubbliche si chiamano così.


sabato 13 luglio 2013

Un convegno a Montecitorio dal titolo “La verità necessaria - I processi di riconciliazione dei Paesi delle Primavere arabe”


La pace e la riconciliazione dei popoli dilaniati dalle guerre passano per la verità, particolarmente sulla drammatica questione delle violenze sessuali come strumento bellico o nelle situazioni post-conflitto contro donne, ma anche bambini e uomini...Ricordare è un esercizio molto doloroso. Non tutte le vittime ce la fanno...Ma i racconti possono contribuire a incamminarsi verso il futuro, per gli individui, ma anche per le comunità e le società. Solo raccontando la verità possono tornare pace e riconciliazione”: così la Presidente della Camera, Laura Boldrini, ha aperto il convegno intitolato “La verità necessaria - I processi di riconciliazione dei Paesi delle Primavere arabe”, che si è tenuto martedì 2 luglio presso la sala Mappamondo di Palazzo Montecitorio. Un'iniziativa voluta dalla Camera dei deputati, che si è avvalsa del patrocinio del Ministero degli Affari Esteri ed è stata organizzata in collaborazione con la Ong Ara Pacis Initiative e con l'associazione libica Observatory for Gender in Crisis. La prima testimonianza è stata, infatti, quella intensa e drammatica di un padre che è riuscito a portare via il proprio figlio da una prigione libica dov'era stato brutalmente torturato. Ma la testomonianza, se possibile, ancora più forte è stata quella di una donna con il volto e il corpo coperti dal niqab, l'abito islamico che lascia scoperti solo gli occhi, indossato, in questa occasione, per mantenere l'anonimato. Con voce tremante la donna racconta di stupri, sevizie e scosse elettriche che le hanno fatto prima perdere il bimbo che aspettava, poi l'hanno resa sterile. E' stata arrestata dopo che lei ed alcune amiche erano state riprese da Al Jazeera mentre invitavano le altre studentesse a scendere in piazza contro Gheddafi: ''Mi hanno arrestata, e tenuta nuda per tutto il tempo. Gli stupri erano continui, poi le scariche elettriche. Chiedevo che chiudessero la porta almeno quando dormivo. Le mie amiche, non le ho piu' viste. E la mia famiglia che mi dice, se non ti fossi messa a fare i proclami oggi non ti sarebbe successo nulla''.
Al convegno sono intervenuti: Souhayr BELHASSEN, Presidente onoraria della Fédération
Internationale des Droits de l’Homme (FIDH), Ayman AL SAYYAD, Direttore del mensile egiziano Weghat Nazar ed ex Consigliere del Presidente Morsi, Burhan GHALIOUN, Professore di sociologia politica alla Sorbonne, ex Presidente e oggi membro dell’organo esecutivo del Consiglio nazionale siriano, Hajer EL GAID, Parlamentare e membro della Commissione per i Diritti umani del Congresso generale nazionale della Libia, Maria Nicoletta GAIDA, Presidente dell’Ara Pacis Initiative, Annick COJEAN, giornalista de Le Monde ed autrice de
Le prede: nell’harem di Gheddafi, Lina TIBI, poetessa e attivista per i diritti delle donne siriane e Marta DASSÙ, Viceministro degli Affari esteri a cui sono state affidate le conclusioni dei lavori.
La giornalista Laura Goracci ha moderato l'incontro e lo ha presentato dicendo: “In alcuni dei Paesi delle Primavere arabe sono in atto – pur tra difficoltà e battute d’arresto – importanti processi di riconciliazione, che si inseriscono in una fase di profonda trasformazione di tutta la regione mediterranea. In tali contesti, alla pacificazione interna ed alla giustizia transizionale si affianca la necessità di dare voce alle vittime dei conflitti, premessa indispensabile per la costruzione di società democratiche e libere. L’iniziativa intende promuovere una maggiore sensibilizzazione sul tema della verità e della riconciliazione nei Paesi delle Primavere arabe, nonché contribuire a fornire alcuni esempi di buone prassi che potrebbero essere applicate laddove le violenze non sono ancora cessate”. Tra le proposte vi è quella, in discussione in Libia, per equiparare le vittime di violenze sessuali durante il regime di Gheddafi alle vittime di guerra, con diritto a compensazioni e ad assistenza.



 Riportiamo anche una riflessione dell' 'On. Khalid Chaouki , pubblicato dall' Huffington Post il 6 luglio 2013 e intitolato:

Primavere arabe nonostante tutto. La sofferenza delle donne

C'è un libro forte e coraggioso, un libro scritto da Annick Cojean, giornalista di Le Monde che squarcia il velo sull'harem di Gheddafi. Si chiama "Le prede" e racconta un personaggio che ha fatto dello stupro un'arma 'politica' per rafforzare la sua dittatura. Lo fa prendendo le parti delle vittime.
Una tematica delicata quella degli stupri negli scenari di guerra e post-conflitto, un dramma perdurante, una ferita che ancora fa male. Questo il tema del convegno che ho avuto l'onore di aprire insieme alla Presidente della Camera Laura Boldrini alla Camera dei Deputati; un incontro forte, importante, che ha toccato le corde più profonde dei presenti.
Le vittime e i loro liberatori sono intervenuti per raccontare le violenze e i soprusi subiti dai regimi dei paesi delle primavere arabe. Hanno rotto il silenzio sull'harem di Gheddafi che ha violentato e umiliato molte donne e giovanissime ragazze. Un tiranno che ha banchettato con tanti, uomini di Stato e personalità illustri e che, non tanti anni fa, ha piantato le tende sul suolo italiano, accolto dall'allora presidente del consiglio Berlusconi con tutti gli onori.
Ecco, quel che è emerso chiaramente nella giornata di oggi è che non è possibile un processo di riconciliazione senza la verità, e che la verità reclama giustizia, e la reclama a gran voce.
La mia speranza è che nei paesi della sponda sud del mediterraneo, in particolare in Siria ed Egitto, si riprenda lo spirito delle Primavere arabe. Io voglio continuare a chiamarle così, e continuare a sognare un futuro di libertà e democrazia per questi Paesi che hanno fatto già diversi passi in avanti.

Per questo c'è bisogno di un'Europa unita e di un'Italia più attiva su questo fronte, per recuperare il dialogo con questi paesi e costruire un linguaggio nuovo con i popoli della sponda sud, un linguaggio intessuto di verità di responsabilità reciproca, un dialogo che preveda una sana autocritica, necessaria per migliorare.



venerdì 12 luglio 2013

Khalid for president ! : il documentario





Khalid Chaouki

Khalid for president ! ripercorre le tappe del percorso, politico e personale, di Khalid Chaouki, giornalista italiano di origine marocchina e primo deputato italiano di Seconda Generazione eletto al Parlamento Italiano nelle fila del Partito Democratico.
Il lavoro cinematografico è stato prodotto da Babel ed è stato scritto e diretto da Arrigo Benedetti: Khalid Chaouki, nato in Marocco nel 1983, a soli 9 anni, si trasferisce con la famiglia in Italia, crescendo tra Parma e Raggio Emilia.
Nel documentario Khalid racconta senza la vita politica - con la sua elezione a deputato della XVII Legislatura della Repubblica Italiana nella circoscrizione XX Campania 2 per il PD - ma racconta anche della sua famiglia e dell'Islam.

Il documentario andrà in onda questa sera, venerdì 12 luglio 2013, su Cielo, alle ore 21.00
con repliche fino al 18 agosto.



Abbiamo intervistato Arrigo Benedetti

Il documentario è stato preceduto da una sceneggiatura? Come avete preparato il film?

Il documentario è nato per caso. Durante la presentazione dei candidati nuovi italiani alla sede del PD Khalid (che giá conoscevo) mi disse che stava per cominciare la sua campagna elettorale. Prima tappa Lampedusa. La sceneggiatura è stata scritta dai fatti dai suoi impegni dai suoi viaggi.

Quanto è difficile, per un nuovo italiano, essere considerato italiano?

Per quanto possa vale la risposta di un italiano penso che sia abbastanza difficile. Ma la cosa più paradossale è che è ancora più difficile per quelli che sono più italiani di tutti, cioè i nuovi italiani di seconda generazione. È più conflittuale per questi ragazzi perché lo sentono molto di più, in modo quasi viscerale. E rimanere sospesi in uno stato di attesa non fa sentire loro pienamente cittadini.

Come conciliare le due culture di appartenenza, quella italiana e quella marocchina?

Guardate Il documentario e le scene dove si racconta la famiglia di Khalid. Guardate le seconde generazioni che vivono in Italia e amano il tricolore parlano con forte accento regionale ma senza dimenticare da dove vengono.

Qual è il futuro dell'Italia quando si parla di immigrazione, di inclusione e di “seconde generazioni”?

Il futuro dell'Italia si lega al futuro dei flussi migratori di tutto il pianeta. L'immigrazione è ancora il grande tema. Lo è nell'Unione Europea, negli Stati Uniti. L'Italia deve affrontare l'immigrazione con un'ottica di consapevolezza del fenomeno globale, e cercare di reinterpretare quello che accade in una chiave nazionale, dove l'inclusione e la partecipazione alla vita civile sono i presupposti per poter gestire qualcosa spesso più grande di noi.

Dal punto di vista cinematografico: sembra che, in alcuni momenti, la cinepresa sospenda la narrazione, come a voler lasciare alcuni minuti allo spettatore per formulare riflessioni...Quali altre scelte di regia o di sonoro sono state fatte nel raccontare questa storia?

Sì è vero la sospensione ha quella funzione. E i luoghi sono fondamentali per dare allo spettatore anche un immaginario non solo narrativo ma anche visivo. Sono luoghi simbolici. Macchina a spalla, audio ambiente, una sorta di inseguimento del protagonista. Un tentativo anche di lasciare alla sorpresa un ruolo importante. La fotografia e la musica, che spesso è non musica, rende il documentario meno giornalistico e ogni tanto quasi di finzione, anche se tutto quello che si racconta è la realtà.