giovedì 28 febbraio 2013

Il rifugio, documentario di Francesco Cannito e Luca Cusani : profughi abbandonati in alta montagna


Nel giungo 2011, 116 profughi, provenienti dalla Libia, sono stati trasferiti in un albergo disabitato sulle Alpi, a 1800 metri. Per mesi hanno vissuto in completo isolamento nell'attesa che venisse riconosciuto il loro status di rifugiati. Il documentario, intitolato Il rifugio di Francesco Cannito e Luca Cusani, racconta la loro vita sospesa tra sogni e aspettative deluse ed è stato proiettato presso la sede del Naga, a pochi giorni dallo scadere del piano “Emergenza nord-africa” che abbandonerà per strada i profughi.
 

Abbiamo rivolto alcune domande a Luca Cusani

Quando avete girato il documentario? E come vi siete relazionati alle persone che hanno partecipato a questo lavoro?

Abbiamo girato dall'agosto 2011 per circa un anno perchè la vicenda è durata a lungo e non si sapeva se, con l'arrivo dell'inverno, gli immigrati sarebbero scesi a valle e, quando hanno cominciato a smistarli nei paesini, a quel punto abbiamo continuato a seguirli per vedere come andava a finire.
Erano tutti uomini, alcuni giovani, altri con qualche anno in più; tutti dell'Africa sub-sahariana. Alcuni erano diffidenti e chiusi, qualcuno da subito si è messo in gioco per raccontare la propria storia e noi abbiamo seguito chi si è dimostrato disponibile.
C'è stato un momento di tensione perchè loro volevano andare via da lì, ma le autorità non glielo permettevano: la nostra presenza, a quel punto, è stata ben accetta perchè potevamo avere un effetto sulle autorità stesse per il fatto di essere lì con le cineprese...

Perchè il loro arrivo è stato gestito come un'emergenza?

L'interpretazione data dalla cooperativa che si è occupata di loro è che i politici non volevano prendersi carico di questa cosa, anzi questa ondata di rifugiati dava fastidio e,quindi, la situazione è stata gestita in modo tale da metterli il più lontano possibile.
Inoltre, è stata gestita dalla Protezione Civile, secondo lo schema che abbiamo visto anche negli anni scorsi: la cosa è stata derubricata come “emergenza” e, quindi, gestita in maniera molto libera, anche affidandosi ai privati. Queste persone, infatti, sono state messe in una struttura privata che ha percepito 46 euro al giorno per ogni profugo, per quattro mesi, con un guadagno di circa 500 mila euro.

Per queste persone, invece, cosa vuol dire essere “rifugiati”?

Lo status di rifugiato permette di stare tranquilli, di avere i documenti in regola, la protezione sussidiaria etc. Però in Italia è difficile ottenere tutto questo: mancano le strutture e non si effettuano inserimenti lavorativi, ad esempio.
Queste persone sono state tenute in stand-by per più di un anno: alcuni non hanno ottenuto i documenti, ma anche quelli che li hanno ottenuti non hanno risolto i problemi pratici. Alcuni profughi sono rimasti in Italia, magari grazie all'aiuto di qualche connazionale; altri sono rimasti nella struttura di Monte Campione e dal 28 febbraio non si sa che fine faranno; altri ancora hanno tentato di andarsene.


Perchè molti di loro non hanno ottenuto i documenti?

Perchè la valutazione da parte delle Commissioni considera una serie di fattori: per esempio, se il Paese di provenienza sia effettivamente rischioso, le storie personali, le condizioni da cui si vuole scappare. Il tutto deve essere supportato da evidenze, da prove. E' una strada molto stretta che tanti non riescono a percorrere.

Il documentario fa emergere tre storie. Puoi anticiparcele?

Abbiamo seguito, in particolare, un nigeriano che si autoproclama un “profeta” e che, per motivi religiosi, è scappato dal Paese percorso da grandi tensioni tra il movimento islamico e i cristiani; un profugo del Gambia fuggito, invece, per motivi politici (in quanto oppositore del regime), con il padre ucciso dalle autorità e lui stesso torturato; e un altro ragazzo, sempre nigeriano, che era approdato in Libia dove era diventato un calciatore professionista, ma - a causa dell'esodo dopo la guerra - è arrivato in Italia, sperando di poter ricostruirsi una vita anche grazie allo sport, e, invece, questo non è accaduto.


mercoledì 27 febbraio 2013

Anche gli immigrati lasciano l'Italia

Sono oltre 32 mila gli stranieri cancellati dall'anagrafe, nel 2011: secondo i dati dell'Istat, infatti, sono aumentate le cancellazioni e diminuite sensibilmente le iscrizioni nei mesi dell'anno successivo. Ma chi sono gli immigrati che lasciano l'Italia?
A questa domanda ha risposto una ricerca promossa dalla Fondazione Leone Moressa, di Mestre (VE), secondo la quale sono soprattutto europei che lasciano il “Belpaese” a causa della crisi economica.
I ricercatori della Fondazione spiegano: “ Si tratta di una popolazione che presenta una maggiore fragilità, rispetto a quella italiana, di fronte alla crisi. Questa fragilità e la presenza di alternative migliori altrove possono essere indubbiamente i due fattori di spinta all'abbandono dell'Italia. Un'altra uscita plausibile dalla disoccupazione o dalla precarietà occupazionale può essere quella dell'imprenditoria che, nel caso di quella straniera, ha infatti dimostrato una buona resistenza davanti alla sfavorevole congiuntura economica. Tuttavia tale scelta non può risultare preferibile all'abbandono del Paese a causa degli alti tassi di sforzo e di rischio che comporta”.
Secondo l'analisi le cancellazioni all'anagrafe riguardano – tra i cittadini europei- soprattutto i rumeni; tra gli asiatici, i cinesi e gli indiani; tra gli americani, sono soprattutto i brasiliani a tentare altre strade fuori dal territorio italiano. Restano, invece, numerose le iscrizioni all'anagrafe da parte di persone provenienti dal Bangladesh.
La Fondazione Moressa ha, inoltre, pubblicato, nel 2011, il primo Rapporto sull'Economia dell'Immigrazione, edito da Il Mulino e patrocinato dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dal Ministero degli Affari Esteri. Il rapporto raccoglie anni di ricerca e di studio sulle dinamiche economiche, occupazionali e sociali, legate ai flussi migratori in Italia, con l'obiettivo di mettere il luce la relazione che intercorre tra immigrazione e sistema economico, sottolineando il ruolo e il contributo che gli immigrati esercitano sullo sviluppo economico dei Paesi di destinazione.
Il Rapporto fornisce, così, uno strumento utile, aggiornato e oggettivo per tracciare un profilo corretto dei fenomeni migratori, affinché questi non facciano parte soltanto delle agende politiche sulla sicurezza,ma vengano riconosciuti per il loro apporto di competitività e di prosperità al tessuto sociale.

Riportiamo, di seguito, un paragrafo del Rapporto sull'Economia dell'Immigrazione.


 

Dentro e oltre la crisi

Una possibile lettura delle ricerche proposte in questo volume concerne l’impatto della crisi nel breve e nel medio periodo sul processo di integrazione degli stranieri. La recessione economica che ha interessato il nostro
Paese è diventata ben presto una crisi sociale, con gravi ripercussioni sull’inclusione e il benessere dei cittadini italiani e stranieri. In generale la crisi ha colpito in misura maggiore le fasce più vulnerabili della popolazione, di cui sono parte anche molti immigrati.
Il mercato del lavoro ha subito un contraccolpo significativo. La diminuzione dell’occupazione straniera corrisponde anche a una significativa contrazione della domanda di manodopera straniera proveniente dalle imprese e dai servizi: tra il 2008 e il 2010 i posti previsti dalle aziende per i lavoratori stranieri non stagionali sono diminuiti del 37,2%. La concentrazione della richiesta di manodopera immigrata nelle professioni meno qualificate non ha certamente contribuito a tutelare i lavoratori stranieri. La crisi ha quindi accentuato e aggravato problemi e diseguaglianze preesistenti: già a livello precrisi una famiglia straniera su quattro arrivava con grande difficoltà alla fine del mese.
In generale, l’effetto immediato del peggioramento delle condizioni occupazionali sembra essere stato quello di un rallentamento dei flussi di ingresso; un fenomeno che ha coinvolto l’Italia, ma anche altri paesi dell’Unione europea, come Irlanda, Spagna e Gran Bretagna. Parallelamente alcuni paesi, tra cui l’Italia, hanno adottato misure volte a contenere ulteriormente gli ingressi regolari e irregolari. In questo senso occorre riflettere sulle dinamiche economiche di medio e lungo periodo, dal momento che la domanda di lavoratori stranieri nell’Unione europea è destinata ad aumentare. In particolare il tentativo di diminuire i flussi legali dell’immigrazione potrebbe
portare all’aumento dell’immigrazione irregolare e al contempo al prolungare della crisi, riducendo la disponibilità di manodopera in alcuni settori e contemporaneamente esporre i lavoratori stranieri ad un maggior rischio di sfruttamento. Ciò significa anche adottare norme e misure sociali volte a tutelare i lavoratori immigrati, anche in caso di perdita del posto di lavoro.
La crisi può quindi diventare un’occasione per interrogarsi sulle attuali politiche migratorie in Italia e per valutare la loro effettiva capacità di includere gli stranieri nel tessuto sociale da un lato, e di valorizzarne le potenzialità e le risorse dall’altro. Ciò presuppone una riflessione approfondita sul ruolo dell’immigrazione per lo sviluppo economico e sociale del Paese.

martedì 26 febbraio 2013

2013: l'anno europeo dei cittadini



L' Unione Europea (UE) si fonda sui valori della dignità umana, della libertà, della democrazia e dell'uguaglianza; sullo Stato di diritto e sulla difesa dei diritti umani, compresi quelli delle persone appartenenti a una minoranza.
E proprio il 2013 sarà l'anno dei cittadini: verrà posto l'accento sui diritti di cui godono, nell'Unione, tutti coloro che hanno la cittadinanza. O almeno questa è la promessa.
Perchè istituire un “anno europeo per i cittadini”? Perchè, come si legge nei documenti ufficiali, se i cittadini sono consapevoli dei propri diritti e li esercitano, ne beneficiano in quanto individui, ma ne traggono vantaggio anche le società, l'economia e l'Unione stessa.
I diritti dei cittadini europei sono enunciati nella seconda parte del Trattato sul funzionamento dell'Unione Europea e sanciti nel capo V della Carta dei diritti fondamentali dell'UE e riguardano, ad esempio: il diritto di circolare e di soggiornare liberamente all'interno dell'UE e il diritto di non subire discriminazioni sulla base della nazionalità; il diritto di voto e di candidarsi - per ogni cittadino dell'UE che risieda in un altro Paese dell'Unione - alle elezioni comunali o del Parlamento europeo alle stesse condizioni dei cittadini di tale Paese; diritto di presentare alla Commissione una proposta legislativa.
Interessante anche ricordare una decisione – entrata in vigore nel 2007, ma valida fino alla fine del 2013 – che istituisce il programma “Diritti fondamentali e cittadinanza” nell'ambito del programma più generale dal titolo “Diritti fondamentali e giustizia”.
Tale programma promuove – sostenendo le azioni intraprese dalla Commissione europea, dagli Stati membri dell’Unione europea (UE) e dalle organizzazioni non governative - lo sviluppo di una società europea fondata sul rispetto dei diritti fondamentali quali riconosciuti nell’articolo 6 del trattato sull’Unione europea, compresi i diritti derivati dalla cittadinanza dell’Unione.

A tal fine il programma persegue i seguenti obiettivi:

  • rafforzare la società civile e incoraggiare un dialogo aperto, trasparente e regolare con essa riguardo ai diritti fondamentali;
  • combattere il razzismo, la xenofobia e l’antisemitismo;
  • promuovere una migliore intesa interconfessionale e multiculturale;
  • promuovere una maggiore tolleranza in tutta l’Unione europea;
  • migliorare i contatti, lo scambio di informazioni e la creazione di reti tra le autorità giudiziarie e amministrative e le professioni giuridiche;
  • sostenere la formazione giudiziaria per migliorare la comprensione reciproca tra le autorità e i professionisti in questione.


Inoltre, gli obiettivi specifici del programma sono:
  • promuovere i diritti fondamentali e informare i cittadini dell’Unione dei loro diritti, compresi quelli che derivano dalla cittadinanza dell’Unione;
  • incoraggiare i cittadini dell’UE a partecipare attivamente alla vita democratica dell’Unione;
  • esaminare il rispetto dei diritti fondamentali nell’Unione europea e negli Stati membri, nell’applicazione del diritto dell'Unione;
  • sostenere le organizzazioni non governative e gli altri operatori della società civile per rafforzare la loro capacità di partecipare attivamente alla promozione dei diritti fondamentali, dello stato di diritto e della democrazia;
  • creare strutture adeguate al fine di promuovere il dialogo interconfessionale e multiculturale a livello di Unione europea.
Un programma ricco di iniziative e buoni propositi che possono fare da guida, se effettivamente applicati, anche al resto del mondo.

lunedì 25 febbraio 2013

Fame di diritti - di Christian Elia, giornalista, esperto di Mediterraneo, Balcani e Medio Oriente


 
L’autopsia non è giunta ad alcuna conclusione. L’inchiesta israeliana non ha rilevato segni di tortura. Saber Aloul, medico palestinese nominato dall’Autorità Nazionale Palestinese come perito di parte, si dice certo che la morte sia avvenuta a causa delle sevizie subite. Un sudario di impunità pare avvolgere il corpo di Arafat Jaradat, 35 anni, detenuto palestinese morto in cella – nel carcere di Megiddo – sabato 23 febbraio.
Era stato arrestato lunedì scorso, a Hebron, in Cisgiordania, mentre protestava contro l’edificazione di case per i coloni che, in violazione del diritto internazionale, continuano a prendere la terra dei palestinesi. Oggi, lunedì 25 febbraio, sono attesi i funerali di Arafat e si temono scontri. Alcuni parlano di Terza Intifada, ma in realtà la forma d protesta che ormai dilaga tra i detenuti palestinesi è lo sciopero della fame. Ieri non meno di 4mila prigionieri palestinesi hanno rifiutato il cibo, mentre in tutta la Cisgiordania si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà a Samer Issawi e ad altri quattro detenuti che da giorni praticano lo sciopero della fame.
Torna alla mente uno dei film più toccanti degli ultimi anni, che forse avrebbe meritato una riflessione più accurata: Hunger, di Steve McQueen, interpretato magistralmente da Michael Fassbender. La storia è quella di Bobby Sands, dell’Ira e dell’Irlanda. Ma non è importante il dove quanto il tema, che spiega più di mille dibattiti sugli attentati suicidi. Quando il corpo è l’arma, quando la vita non ha più valore, si è arrivati a un punto del conflitto che ha superato il più rischioso dei confini: quello dove le parti in causa, reciprocamente, si disconoscono l’umanità. Quello dove le parti, dentro di loro, non sentono più la vita come degna di essere vissuta. La crisi economica e le rivolte arabe hanno totalmente spento i riflettori sulla questione palestinese. La fame e la morte, in quella terra, parlano a tutti noi, senza concedere il lusso di guardare altrove.












Christian Elia 

William Kentridge: riflettere sulla contemporaneità




Sudafricano di Johannesburg, classe 1955, William Kentridge è un artista completo, eclettico e profondo. Disegnatore, incisore, cineasta crea installazioni oniriche e visionarie, film animati contaminati dalla musica e dalla danza, dalla poesia e dal teatro: per esplorare la contemporaneità.
La sua Arte è in mostra al MAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) di Roma, fino al 3 marzo 2013 con un'esposizione intitolata William Kentridge. Vertical Thinking, a cura di Giulia Ferracci. Il nucleo della mostra è dato dall'installazione “The refusal of Time” ed è, come racconta la curatrice: “Un'istallazione colossale, un'esplosione di musica, immagini, ombre cinesi con, al centro dello spazio, una scultura lignea che ricorda le macchine di Leonardo Da Vinci”. Si tratta, infatti, di una riflessione sul tempo standardizzato dalle convenzioni globali.
Ma Kentridge, oltre a proporre riflessioni metafisiche, sa anche calarsi nella realtà, intrecciando, ad esempio, gli avvenimenti del suo Paese d'origine (il Sudafrica) con i lavori dei grandi maestri del Passato e marchiando le opere con il proprio stile, uno stile che mescola acqueforti e intagli, disegni e materiali di archivio, video e fumetto. L'argomento che gli sta più a cuore è il tema dell'apartheid, la “roccia”, come lui ama definire la segregazione razziale, quella roccia, quel macigno contro cui anche l'arte è destinata a scontrarsi. Come molti altri artisti, anche suoi connazionali (quali, ad esempio, la Gordimer e Coetzee), Kentridge non affronta spesso l'apartheid in maniera diretta e frontale, ma lo fa attraverso artifici artistici che restituiscono agli spettatori sensazioni e vertigini, che suggeriscono associazioni di idee, che costringono ad andare oltre l'apparenza per scoprire il significato nascosto della sua analisi e della sua riflessione. Ecco, quindi, che, in “Zeno Writing”, la vicenda del protagonista del romanzo “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo diventa metafora della società sudafricana contemporanea; oppure in “Flagellant”, liberamente tratto da “Ubu Roi” di Alfred Jarry, torna il tema della segregazione; oppure nel grande arazzo “North Pole Map” viene evocato l'attraversamento dei confini.
Uno sguardo sul Presente, quello dell'artista sudafricano, sensibile e raffinato, per un giudizio implacabile.



 

domenica 24 febbraio 2013

Madre dignità di Moni Ovadia

E' da poco uscito in libreria il nuovo libro di Moni Ovadia, dal titolo Madre dignità, edito da Einaudi, Stile libero.
Moni Ovadia, artista, cantante e interprete, attore, regista e capocomico, nato da una famiglia ebraico-sefardita in Bulgaria (ma che parla un milanese impeccabile, come lui stesso ama ripetere), declina il valore della dignità in ogni sua sfumatura e, dice, che appartiene a tutti, anche al peggior delinquente, il quale deve essere privato della libertà, ma non della propria dignità.
Madre dignità parla degli ultimi della Terra, dei poveri, dei diseredati, di tutti coloro i quali sono fuori dal mercato e dai diritti, ma che hanno un unico bene prezioso: quel valore che il rispetto per se stessi. La dignità, secondo Ovadia, è al fondamento dei diritti delle persone, altrimenti sarebbero (e sono) in balìa della schiavitù, della sopraffazione e del nichilismo.
Passando dall'analisi dei testi sacri, dei conflitti etnici, delle parole dei poeti fino ad arrivare alle storie quotidiane, l'autore dimostra come la dignità sia un valore universale che prescinde dalle origini, dall'etnie, dalle condizioni culturali e sociali perchè le domande che tutta l'umanità deve porsi sono semplicemente tre: Io dov'ero? Io cosa ho fatto? Qual è la mia responsabilità? Così la dignità (forse) è ancora salva.

La dignità umana è inviolabile ed è un valore che non ha prezzo. Non può esistere dignità sociale o collettiva senza dignità individuale della persona, così come non può esistere dignità della persona senza dignità sociale. La cosiddetta rivoluzione liberale, nel grembo delle sue derive mercantili, ha generato il più efficace e terrificante dei totalitarismi, e cioè il totalitarismo del denaro e del profitto, responsabile dei due più vasti e perduranti crimini della storia: il colonialismo e l'imperialismo. La micidiale deriva ideologica del sedicente liberismo ha fatto carne di porco della dignità della persona, nel suo aspetto individuale come in quello sociale, e i suoi sacerdoti si ingegnano cinicamente a persistere, giorno dopo giorno, in quest'opera nefasta”, dalla quarta di copertina.



 

Verso lo sciopero degli immigrati lavoratori

A breve scopriremo il risultato delle votazioni per il nuovo governo italiano e vedremo se e come i diritti umani verranno presi in considerazione. Ma si sta avvicinando anche un'altra data importante, quella del 1 marzo 2013, in cui svolgerà la IV edizione della “Giornata del Primo Marzo – Una giornata senza di noi”, ovvero lo sciopero generale dei lavoratori migranti.
La prima iniziativa nasce nel 2010, ispirata a La journée sans immigrés: 24h sans nou, un movimento nato in Francia, un movimento meticcio che riunisce autoctoni, stranieri e seconde generazioni con l'intento di far capire all'opinione pubblica quanto sia determinante l'apporto del lavoro dei migranti all'economia e al funzionamento del Paese. Il colore giallo è quello scelto per caratterizzare quella giornata: il colore del cambiamento, senza alcun riferimento politico. Ogni persona, che ha aderito all'iniziativa, ha indossato un braccialetto, un nastrino, un indumento gialli.
Dal 2010 sono nati anche in tutta Italia tanti comitati Primo Marzo che hanno visto coinvolti cittadini, stranieri e italiani, associazioni, esponenti della politica e delle istituzioni.
La manifestazione del 2013, come le precedenti, parte dalla domanda: “Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno?”: a partire da questo, vuole suggerire una riflessione sulla dignità dell'essere umano, sul diritto alla libera circolazione, e sul riconoscimento dell'impegno di chi è riuscito a trovare un'occupazione lavorativa, per contrastare il razzismo, le discriminazioni e per il riconoscimento della ricchezza (non solo materiale) che può derivare dal carattere multiculturale della nostra società.

sabato 23 febbraio 2013

Morire di nostalgia a 14 anni (e un film come dedica)


Habtamu Scacchi aveva solo 14 anni. Era di origini etiopi ed era stato adottato da due coniugi italiani che lo amavano moltissimo.
L'altro ieri si è tolto la vita, impiccandosi.
Era residente a Paderno Dugnano e il suo corpo è stato ritrovato in un campo di Biassono, abbastanza vicino al luogo in cui viveva e studiava.
Ma in precedenza si era già allontanato da casa: un anno fa si trovava in villeggiatura sul lago D'Orta, nel novarese, e da lì era scappato, portando con sé una cartina geografica, e agli agenti che lo avevano fermato, per poi ricondurlo dai suoi genitori, aveva detto di provare una forte nostalgia e di desiderare di rivedere i familiari rimasti in Etiopia.
Il 15 febbraio scorso il ragazzino si era allontanato di nuovo dalla cittadina di residenza, senza documenti né telefono cellulare, e i genitori avevano subito dato l'allarme perchè preoccupati da un biglietto lasciato dal figlio. Sul foglio di carta, infatti, Habtamu aveva scritto: “Non ce la faccio più a vivere in Italia, voglio morire”. E così, purtroppo, è stato.
Un adolescente che, oltre alle inquietudini proprie dell'età, portava dentro di sé il peso dello strappo dalle proprie origini e dai propri affetti e, probabilmente, anche il disagio – non ancora risolto – di una doppia appartenenza, di una doppia identità.

Ad Habtamu vogliamo dedicare la recensione del romanzo e dell'omonimo film Vai e vivrai di Radhu Mihaileanu (editi entrambi da Feltrinelli). Nei film e in letteratura, spesso, c'è il lieto fine; nella realtà, altrettanto spesso, purtroppo, no.

VAI e VIVRAI di Radhu Mihailenau



Tra il 1984 e il 1985, migliaia di africani aspettano di essere imbarcati sugli aerei per essere portati in salvo in Israele. Sì, perchè quegli africani sono ebrei etiopi, i falasha.
Molti di loro non riescono, per vari motivi, a scappare dalla carestia e rimangono al campo profughi in Sudan e, quasi sicuramente, andranno comunque incontro alla morte, per fame, per sete, per malattia. Proprio per evitare questo, una madre cristiana spinge il proprio bambino verso un'altra donna, affidandoglielo e chiedendole di portalo con sé in Terra Santa, come un falasha. Il bambino dovrà abbandonare il proprio vero nome – si farà chiamare Schlomo – la propria religione, il proprio Passato.
Una volta giunto in Israele , dove viene adottato da una famiglia di ebrei illuminati, la sua esistenza non sarà facile: ogni successiva conquista avverrà a seguito di dolore e di sofferenza perchè è un bambino nero in una società di bianchi, una società complessa caratterizzata dal razzismo tra ebrei askenaziti e sefarditi, un conflitto – questo – che si va ad aggiungere a quello con i palestinesi.
Lo stesso Mihaileanu, nato da una famiglia di ebrei rumeni, è dovuto scappare dal regime di Ceausescu e ora vive a Parigi e, dopo il successo di Train de Vie, ha proposto la storia dei falasha, una storia poco conosciuta, ma molto interessante. Nel caso degli ebrei etiopi, infatti, è la prima volta nella storia dell'umanità, secondo l'opinione del regista, che dichiararsi ebrei può servire per salvarsi la vita, anche se sempre a caro prezzo.
Lo stile del racconto cinematografico (ma anche il libro è altrettanto profondo) mescola il documentarismo con l'epopea per scandagliare gli stati d'animo del protagonista che viene seguito in tutte le tappe della vita. Il titolo originale della pellicola, infatti, è Va, vis, deviens: Va, vivi e diventa. Schlomo è un bambino, poi un adolescente e poi un giovane uomo e, nel corso degli anni, porta sempre dentro di sé la nostalgia per la propria terra, per la propria cultura, per la propria madre che cerca nel cielo, guardando le fasi della luna.
Il film e il romanzo riportano un testo universale, quindi: si parla della ricerca di equilibrio tra due identità diverse; si parla della ricchezza potenziale che due appartenenze veicolano; e si parla di maternità: Schlomo si confronta con tre madri. La madre biologica, quella adottiva (importantissima la scena in cui la donna lecca il viso del figlio per dimostrare ai genitori razzisti dei compagni di scuola che essere neri non significa avere qualche malattia) e Sara, la donna che lo farà diventare padre.
Ma, soprattutto, la Mamma Africa: quella che ha generato lui e tutti quelli come lui, quella terra e quella cultura che gli ha dato i tratti somatici e la fierezza, i moti dell'anima e il suo Passato. Per andare incontro al futuro, e a una nuova vita, Schlomo dovrà fare ritorno alle proprie radici,  camminare a piedi nudi, come in pellegrinaggio, sulla terra arida del proprio Paese per riabbracciare colei da cui tutto è partito.




venerdì 22 febbraio 2013

STRANIERI: un titolo semplice per uno spettacolo incisivo


Sette persone: quattro donne e tre uomini, chiusi nello scantinato di una qualsiasi città europea e imprigionati nella loro condizione di “clandestini”.
Una ragazza laureata costretta a chiedere l'elemosina; una donna araba, privata della maternità, un'altra, russa, costretta a prostituirsi e Alina che spera di diventare una modella. E poi: l' uomo che viene dalla Libia e sogna di aprire un ristornate, un altro che vuole imparare la lingua e comprarsi una bella, grande casa; e il ragazzo aggressivo, dall'Est, ma dal cuore tenero.
Questi sono i protagonisti di Stranieri, uno spettacolo teatrale - vincitore del Premio Scintille all'ultima edizione del Festival Asti Teatro - e presentato, qualche giorno fa, al Tieffe Teatro Menotti di Milano, davanti ad un pubblico gremito di giovani.
Sì, sono straniere le persone di cui si vuole parlare, ma sono soprattutto uomini e donne che hanno affrontato viaggi pericolosi, in barche instabili o nascosti nei camion; uomini e donne che non conoscono bene la lingua del Paese che dovrebbe accoglierli; che non hanno un lavoro né stabile né dignitoso; che sognano e sperano; che tengono duro anche quando la vita è sempre più faticosa.
Sono gli immigrati, quelli irregolari che non hanno ancora ottenuto il permesso di soggiorno e sono quelli che chiedono asilo perchè nei loro Paesi c'è la guerra o sono discriminati per le proprie idee religiose o politiche; e sono appesi ad un foglio di carta e alla burocrazia, in eterna attesa di una risposta e di un riconoscimento.
Sono gli “invisibili”, quelli che non hanno amici e non sono gli amanti di nessuno, come recita la poesia che chiude lo spettacolo.
La scrittura, la regia e la messa in scena di Stranieri è a cura della Compagnia Zwischentraum Theatre, un'esperienza di lavoro nata alla fine del 2011, in Svizzera. Gli attori, e registi, hanno nazionalità diverse (Germania, Italia, Canada e Belgio),ma hanno condiviso la stessa formazione artistica presso la Scuola Teatro Dimitri. La loro scelta è quella del teatro “fisico”, di comunicare attraverso il linguaggio del corpo: con la danza, con l'acrobatica e con la pantomima. E, a questo, si aggiungono la musica e le parole per emozionare, ma anche riflettere sui temi di attualità.

Abbiamo rivolto alcune domande agli attori e alle attrici del collettivo Zwischentraum Theatre:


Cosa vuol dire lavorare in un “collettivo”?

Lavorare in un collettivo vuol dire portare, ognuno, il proprio punto di vista, le proprie paure, i propri desideri. Non è facile, a volte ci si scontra perchè ognuno ha le proprie idee e anche forti e formare un pensiero teatrale diventa complicato, ma alla fine, si trova il filo rosso, ciò che che ci tiene insieme.

Come vi siete documentati per preparare lo spettacolo ?

Ognuno di noi ha svolto una ricerca su quello che sarebbe diventato il suo personaggio e, insieme, ci siamo dati stimoli a vicenda, consigliandoci libri, film o discutendo dei fatti di cui abbiamo sentito parlare. Alcune fonti – letterarie e cinematografiche – sono state, ad esempio, Bilal di Fabrizio Gatti o Nel mare non ci sono coccodrilli di Fabio Geda, come testi scritti; oppure, come film, Illegal, Hotel Rwanda, Il viaggio della speranza e molti altri ancora.
La costruzione dello spettacolo è stata molto lunga: il nucleo esiste da un anno e mezzo, ma ci abbiamo lavorato a tranche di 20 giorni e, nel frattempo, abbiamo avuto modo di studiare, di prepararci

Qual è il significato della scenografia che avete scelto per Stranieri?

E' ancora un punto di discussione. Per adesso vuole ricreare l'idea di un'unica stanza e la difficoltà di vivere in tanti, insieme, in quello spazio. Abbiamo cercato di separare gli uomini dalle donne per sottolineare la promiscuità di generi che gli immigrati devono accettare per forza, come anche il fatto di condividere lo stesso letto...
La scenografia è essenziale e simbolica - non legata al realismo della situazione – ma vuole rendere la claustrofobia e la mancanza di privacy

Perchè avete scelto di recitare, principalmente, con il corpo?

Noi non siamo attori di prosa, ma ci basiamo sull'espressione del corpo che ha tantissimi colori: può essere poetica e rude, evocativa e concreta, ma mai didascalica.



 

Rapporto Human Rights Watch: l'Italia respinge in Grecia i minori non accompagnati




La Grecia e l'Italia affrontano continuamente pressioni migratorie perchè sono Paesi alle frontiere esterne dell'Unione europea.
Ahmed è uno dei tanti migranti. E' riuscito a nascondersi sotto un camion e salire a bordo di un battello diretto verso un porto italiano. Dopo 18 ore di viaggio, incastrato tra la cima di una scatola ed un asse, è riuscito ad arrivare in Italia, ma qui la polizia lo ha arrestato. Ahmed era un minorenne, scappato dall'Afghanistan che racconta di non aver avuto un traduttore a disposizione che lo aiutasse a spiegare la sua storia: in Italia non ha mai avuto né un avvocato, né un rappresentante di una Ong che lo informassero sui suoi diritti. Dopo quattro ore dal suo arrivo, Ahmed è stato rispedito in Grecia sulla stessa nave sulla quale era arrivato.
Questa è una delle storie riportate dal sito di Human Rights Watch su cui si può leggere il rapporto, pubblicato il 22 gennaio scorso, sui respingimenti in Grecia degli stranieri che chiedono asilo nel nostro Paese.
Basato su 29 interviste a migranti e richiedenti asilo – uomini e ragazzi – che sono stati rispediti in Grecia da parte dei funzionari di frontiera italiani (oltre che sugli interventi di operatori e funzionari di governo), il rapporto documenta le procedure burocratiche a cui vengono sottoposte le persone che, ogni anno, raggiungono il suolo italiano nascoste sui traghetti, dopo viaggi pericolosi e interminabili.
Nonostante le indicazioni del Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti dell'Infanzia e il Piano d'Azione dell'UE sui Minori non accompagnati, molti dei migranti intervistati hanno lamentato di essere stati confinati in cattive condizioni e di essere stati addirittura ammanettati per tutta la durata del viaggio di ritorno in Grecia senza avere la possibilità di accedere a cibo, acqua e servizi igienici.
Si sono verificati, inoltre, numerosi casi di errori nella procedura di screening del minore (per esempio nel rilevamento dell'età) che si aggiungono, come detto, alla mancanza di fornitura di avvocati, interpreti, servizi che vadano a protezione della persona e dei suoi diritti.
In base al diritto internazionale, invece, l'Italia “ha l'obbligo di verificare se chi esprime il timore di una persecuzione qualora respinto abbia invece bisogno delle protezioni internazionali accordate ai rifugiati”. Le norme internazionali statuiscono anche che un minore non accompagnato debba essere accolto affinché ne vengano garantiti i migliori interessi”, sempre come si legge sul rapporto di Human Rights Watch.
Una volta ritornati in Grecia non esistono strutture di accoglienza adeguate, per cui molte persone respinte dall'Italia sono abbandonate a se stesse oppure destinate ai centri di detenzione e qui le loro condizioni sono state definite dal Commissario europeo per gli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, “semplicemente terribili”.

giovedì 21 febbraio 2013

Ragazzina di colore vittima di aggressione e razzismo


Ragazzi “perbene”, con I-Pad, cellulari di ultima generazione e computer hanno aggredito, ieri, una coetanea a Grosseto.
La ragazzina è stata colpita e picchiata da altre ragazze, mentre i maschi le incitavano e riprendevano le scena che poi è stata pubblicata in un video su youtube. La vittima, durante l'aggressione, è stata più volte apostrofata con l'epiteto di “zoccola” mentre molti di loro gridavano la frase “la negra ce le busca”.
Sull'accaduto è intervenuto l'attuale Ministro per l'Integrazione, Andrea Riccardi, il quale ha dichiarato: “E' un caso che non può essere derubricato come una semplice ragazzata. Per questo ho dato mandato all'Unar di far piena luce sulla vicenda. Alla ragazza aggredita e alla sua famiglia va la solidarietà e la vicinanza di tutto il governo. Occorre fare una riflessione più generale sulla condizione dei nostri giovani: il bullismo, in questo caso a sfondo razzista, amplifica le sofferenze e le umiliazioni inflitte alla vittima con l'esposizione alla gogna di internet. Istituzioni, mondo della scuola e della società civile sono chiamate a un'azione preventiva ed educativa più accorta”.
Gli adolescenti sono, infatti, lo specchio della società; ma la “società” è composta da individui e, tra questi, siamo noi più grandi, gli adulti, a dover educare i giovani, a dover indicare la direzione giusta e a dare l'esempio.
In un bellissimo saggio di qualche anno fa, intitolato L'Epoca delle passioni tristi, due psichiatri e sociologi - Miguel Benasayag e Gérard Schmit – scrivono che: “Viviamo in un'epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava “le passioni tristi”: un senso pervasivo di impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, alla quale bisogna rispondere “armando” i nostri figli. I problemi dei più giovani sono il segno visibile della crisi della cultura moderna...Si continua a educarli come se questa crisi non esistesse, ma la fede nel progresso è stata ormai sostituita dal futuro cupo, dalla brutalità che identifica la libertà con il dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri”.
Questo tipo di società è incapace di educare e di guidare lo sviluppo del giovane, è incapace di insegnare il senso di responsabilità e il rispetto reciproco tra le persone. Solo l'educazione e l'accesso alla cultura possono arginare la barbarie: e noi, per cominciare a ristabilire i confini e il valore della dignità, decidiamo di non pubblicare la fotografia della ragazzina aggredita - per proteggerla, anche se in maniera tardiva – e di non mostrare il video, proprio per non alimentare ulteriormente forme di “voyerismo” e per non dare visibilità gratuita a quel gruppo di ragazzi e ragazze che hanno esercitato la violenza su una sola persona, secondo loro più debole.

mercoledì 20 febbraio 2013

L'Iran e la censura protagonisti al Festival Internazionale del Cinema di Berlino


 
Jafar Panahi non era presente alla 63ma edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino per la presentazione del suo ultimo film intitolato Closed curtain.
Il regista iraniano de Il palloncino bianco e vincitore del Leone d'oro con Il cerchio - imprigionato nel 2010 per aver partecipato alle manifestazioni di piazza e oggi agli arresti domiciliari con l'accusa di propaganda antigovernativa e con il divieto, per vent'anni, di girare film, di scrivere sceneggiature, di viaggiare e di rilasciare interviste - torna, quindi, con un'opera presentata al pubblico di un festival importante, sfidando le autorità.
Closed curtain è stato realizzato, infatti, in grande segretezza e racconta proprio la prigionia del regista nella sua casa al mare. Nelle note di regia si legge: “Ho scritto la sceneggiatura mentre ero molto depresso, cosa che mi ha portato a esplorare un mondo irrazionale, lontano dalle convenzioni”.
E, infatti, il film del cineasta iraniano non è di facile lettura: in una villa di fronte al mare vive un uomo (il co-regista Kamboziya Partovi), in compagnia di un cagnolino saltato fuori da un borsone sigillato, è lì dentro, ha chiuso tutte le finestre e le ha coperte con teli neri in compagnia del suo cane e i cani, dal regime, sono considerati impuri e, quindi, vengono spesso sterminati. Poi entrano in scena altri due personaggi, in particolare una ragazza di nome Melika, ex giornalista embedded con istinti suicidi inseguita dalla polizia per aver fatto bisboccia in spiaggia con un gruppetto di amici; scopriremo che la ragazza non esiste, è probabilmente una proiezione dell'uomo che rimane solo, nella casa vuota. Un uomo, un artista in esilio, con le proprie frustrazioni, con la propria rabbia, con i propri desideri.
Un film metacinematografico, che accumula segni simbolici ( da segnalare l'inquadratura che apre il film) in una narrazione che si fa sempre più ritmata e sofisticata e che fa riflettere sulla censura, sulle pratiche di un governo dittatoriale, ma soprattutto sulla psicologia di una persona che è costretta a dialogare con se stessa.
E il tema della censura è stato affrontato anche da Shrin Neshat , presente a Berlino non come regista o videoartista, ma come giurata, la quale ha affermato che: “ Non ci sarà una nuova generazione di cineasti iraniani. (I registi) possono lavorare solo all'interno del Paese, ma poi nulla riesce ad uscire fuori” . E ha aggiunto che, comunque, il film di Jafar Panahi “verrà giudicato come opera d'arte e non per meriti politici”.



Un nigeriano si oppone al decreto di espulsione: a ferro e fuoco il CIE di Ponte Galeria


Alle porte di Roma, il centro di identificazione ed espulsione (CIE) di Ponte Galeria è stato messo a ferro e fuoco da alcuni detenuti nigeriani dopo che uno di loro, Victor di 29 anni, si è opposto al decreto di espulsione emesso nei suoi confronti. Alcuni immigrati, suoi connazionali, hanno dato alle fiamme materassi e suppellettili, altri sono saliti sui tetti dell'istituto. Durante la rivolta è stata ferita alla mano una poliziotta e sono dovute intervenire tre squadre dei vigili del fuoco.
La rappresentanza nigeriana è la più numerosa, all'interno di questa struttura, con circa il 40% della popolazione maschile ospite (43 su 132 persone). L'immigrato nigeriano non è stato rimpatriato, altri otto sono in stato di fermo giudiziario, mentre gli altri immigrati (non nigeriani) sono rimasti indifferenti all'accaduto.
Ma il gesto di Victor e dei suoi connazionali non è l'unico Nei giorni scorsi un cittadino ivoriano si è dato fuoco all'aeroporto di Fiumicino dopo il respingimento della sua richiesta di asilo: piuttosto che entrare in un CIE o tornare in patria, ha preferito tentare di togliersi la vita. E, sempre di recente, un altro cittadino africano si è gettato sotto la metropolitana romana.
Il Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, sostiene che le condizioni nei CIE italiani siano proprie di un lager e che le persone “ospiti” al loro interno, in realtà, si vengano a trovare in una condizione di vera e propria tortura psicologica perchè i CIE sono luoghi di privazione della libertà personale e di sistematica violazione dei diritti umani: persone che non hanno commesso alcun reato sono, infatti, private della libertà e dei diritti solo perchè si trovano nel nostro Paese senza un permesso di soggiorno.
Anche questi ultimi episodi dimostrano che si debba continuare a parlare dei CIE per rivedere le condizioni di vita dei migranti al loro interno e che si debba varare una radicale riforma delle leggi sull'immigrazione.








martedì 19 febbraio 2013

Profughi siriani in Libano: paura, disagi, razzismo


Ventidue mesi di guerra in Siria continuano ad avere conseguenze drammatiche per la popolazione: mancano, in molte aree del Paese, energia elettrica e viveri. Nelle zone in cui sono in corso i combattimenti – che si inaspriscono soprattutto nelle città di Aleppo, Damasco e Homs – il prezzo degli alimenti è aumentato di quasi il doppio e, se i prodotti sono disponibili nei supermercati, le persone non hanno denaro sufficiente per acquistarli.
Il WFP (World Food Programme, Programma Alimentare Mondiale) cerca di prestare soccorso alle persone, lavorando a stretto contatto con il partner locale – la Mezzaluna Rossa Arabo-Siriana – e fornendo assistenza alimentare a gran parte dei 14 governatorati siriani, anche se molte zone sono irraggiungibili per problemi di sicurezza.
Il WFP cerca di dare aiuto alla popolazione rimasta nella case attraverso la distribuzione di buoni pasto che possono essere utilizzati per ottenere formaggio, latte, yogurt e uova, ma è necessario aiutare anche tutti i rifugiati che hanno cercato riparo in Giordania, Turchia, Iraq e Libano.
Riportiamo alcune testimonianze di chi è rimasto in Siria e di chi ha deciso di scappare, raccolte dal sito de La Repubblica nei giorni scorsi:
...Le prime volte che la corrente saltava tutto si fermava, ora si festeggia se c'è energia per un'ora. Ora è arrivato l'inverno e non c'è carburante in città. Il freddo ci ha obbligato a bruciare i mobili per scaldarci”, racconta Mohamed.
...Riuscivo a dormire solo quando ero davvero esausto, poi erano le esplosioni a svegliarmi. La sopravvivenza quotidiana era diventata un lavoro di squadra, come quando a turno, si andava a fare il bucato comune”, dice Rabia.
Vorrei che tutto tornasse come prima, che il tempo andasse all'indietro. Purtroppo so che non può succedere”, queste le parole di Zaher.
Medici Senza Frontiere e altre ONG, spiegano che in Libano la situazione, per i profughi siriani, è ancora più difficile perchè le autorità hanno deciso di non allestire dei campi per loro (soprattutto donne e bambini) per cui i rifugiati sono ospitati da alcune famiglie oppure vivono in alloggi di fortuna, come ad esempio: garage, scuole o altri edifici abbandonati, fattorie. Il problema (e il timore) è che l'arrivo di una gran quantità di rifugiati – per la maggior parte musulmani sunniti – possa alterare gli equilibri all'interno di un Paese, il Libano, in cui un terzo della popolazione è sunnita, un terzo sciita e un terzo cristiana.
A questo si aggiunge la presenza delle milizie e della comunità palestinese, presenti sul territorio dal 1995 a seguito della guerra civile: come dimostra un video di Anti-Racism Movement, l'arrivo dei nuovi profughi desta paure mai sopite e pregiudizi rivolti ai rifugiati siriani, pregiudizi riguardanti, in particolare, i temi del lavoro e delle violenze sessuali.
Una situazione, quindi, che si fa, via via, sempre più complessa e che deve destare preoccupazione e interesse da parte delle forze internazionali.

lunedì 18 febbraio 2013

I Rom si raccontano


Che nell'agenda politica e in campagna elettorale non siano presenti i diritti umani è abbastanza evidente: ancor di più si evita di parlare dei Rom, dei Sinti o di altre minoranze se non con toni allarmistici.
Nel mese di gennaio, secondo un monitoraggio effettuato da Casa della carità di Milano, si sono registrati sui media italiani almeno 51 episodi di incitamento al razzismo e 155 casi di informazione scorretta. Informazione scorretta perchè, nonostante i pregiudizi ancora diffusi sui Rom, molte famiglie appartenenti a questa etnia hanno fatto il possibile per uscire dalla situazione di povertà e di esclusione. Molti di loro, infatti, oggi possiedono una casa e un lavoro e mandano regolarmente i figli a scuola.
Solo attraverso una conoscenza diretta e approfondita si superano i pregiudizi ( e le paure ad essi legate) sulle persone, sui popoli, sulle situazioni: per questo motivo, Casa della carità ha organizzato, per martedì 19 febbraio alle ore 18.00 presso l'Auditorium, l'incontro dal titolo: “Essere cittadini oltre ogni discriminazione. I Rom si raccontano”. All'incontro parteciperanno le famiglie rom seguite dalla Fondazione Romanì Italia e dal Centro Ambrosiano di Solidarietà e con loro dialogheranno Don Virginio Colmegna, presidente di Casa della carità, Marco Aime – antropologo dell'Università degli Studi di Genova e autore del libro “La macchia della razza” – e Nazzareno Guarnieri, presidente della Fondazione Romanì Italia.


La Fondazione Romanì Italia promuove, inoltre, la “Campagna Tre Erre” (3R): Rispetto per te stesso, Rispetto per gli altri, Responsabilità per le tue azioni.
Con il contributo di privati, istituzioni, enti pubblici, aziende e istituti di ricerca, la campagna si pone l'obiettivo di far accettare l'identità e la diversità di tutte le minoranze, senza più costringerle a nascondersi.
Il progetto, infatti, vuole dare una risposta ragionata alla rappresentazione sociale negativa che si abbatte sui bambini e i giovani rom, con questa campagna di comunicazione progettata - con la partecipazione attiva di professionisti rom della comunicazione - per il riconoscimento pieno dei diritti di rom e sinti: solo così queste persone potranno intraprendere percorsi positivi, sull'esempio di quelli già imboccati dai partecipanti alla serata del 19 febbraio.

domenica 17 febbraio 2013

La squadra di calcio israeliana contro l'acquisto di due giocatori musulmani

La squadra israeliana è il Beitar Gerusalemme: i suoi tifosi sono stai protagonisti, negli anni, di episodi e aggressioni razziste nei confronti delle minoranze etniche e religiose, al grido di “Il Beitar sempre puro” e , domenica scorsa, hanno ripreso con le pratiche discriminatorie, durante la partita con il Bnei Sakhnin, un'altra squadra israeliana a maggioranza araba: 400 poliziotti e 200 guardie private , schierati al Teddy Stadium, hanno impedito la scoppio della violenza tra le due tifoserie.
Ma non è bastato. Il giocatore Gabriel Kadiev – nuovo acquisto del Beitar e primo non ebreo nella storia del club – è stato oggetto di insulti e cori razzisti fin dal suo ingresso in campo.
Il Beitar e la squadra del quartiere sudoccidentale di Gerusalemme e si è sempre “vantata” di non avere , tra le sue fila, né arabi né musulmani, ma l'annuncio, da parte dei dirigenti, dell'acquisto di Kadiev e di Zaur Sadaev (anche lui ceceno e musulmano) ha fatto scoppiare il risentimento dei tifosi.
Ma chi è il presidente della società israeliana? Si tratta di Arcadi Gaydamak, trafficante d'armi di origine russa e presidente anche del partito di estrema destra - il Social Justice (!) - e amico del presidente ceceno Kadyrov, accusato di ripetute violazioni dei diritti umani. Nonostante queste premesse, Gaydamak ha confermato l'acquisto, per la sua squadra, dei due giocatori ceceni e musulmani i quali sono accolti, a ogni allenamento, da sputi e parolacce e sono costretti a vivere sotto scorta per paura di essere aggrediti dalla loro stessa tifoseria.
Il Presidente israeliano, Shimon Peres, ha scritto una lettera alla Football Association in cui si legge che: “Il razzismo ha colpito il popolo ebraico in un modo più invasivo rispetto a qualsiasi altra nazione nel mondo. Tutto il paese è sconvolto da questo fenomeno e non sarà mai d'accrdo nel venire a patti con esso”. Anche l'ex primo Ministro ha detto di non voler più assistere a questi episodi e ha aggiunto che: “ Si tratta di una questione che riguarda tutti noi. O riusciremo a tagliar fuori questo gruppo di razzisti o siamo tutti come loro”. 



sabato 16 febbraio 2013

A teatro: La donna che sbatteva nelle porte



Tratto dall'omonimo romanzo di Roddy Doyle, pubblicato in Italia da Guanda Editore, lo spettacolo teatrale  La donna che sbatteva nelle porte, per la regia di Giorgio Gallione, è in scena a Milano, al teatro Elfo Puccini, fino al 24 febbraio 2013.
Marina Massironi è la protagonista, Paula che, come nel libro, inizia il racconto, da sola sul palco, e ripercorre la sua vita in un lungo flashback.
Il monologo si svolge in una scenografia quasi surreale: una stanza foderata di prato. Non ci sono - a differenza del testo scritto ambientato nei sobborghi di Dublino -indicazioni geografiche o temporali perchè, purtroppo, quella di Paula è una vicenda universale, che appartiente a tante, troppe donne.
La storia di Paula è una storia tragica: aveva creduto di poter riscattare una vita difficile e piena di errori con il matrimonio e la maternità  e, invece, col passare del tempo, la figura del marito si sgretola così come crollano tutte le sue illusioni. L'uomo è alcolizzato e violento: la prima sberla, poi un'altra e poi la violenza sempre più cieca. Non c'è speranza per la donna - anche se il testo è percorso da un sottile filo di humor nero - che, oltre ai segni fisici, porta dentro di sè il senso di colpa nei confronti dei figli.
"Chiedetemelo, chiedetemelo, chiedetemelo", ripete spesso Paula: un grido di aiuto, lei incapace di dire agli altri quello che subisce dal marito, spera che qualcuno glielo chieda. 
Ma, alla fine dello spettacolo (riprendendo l'epilogo del  romanzo), la donna dice: "Ho fatto qualcosa di buono". E' riuscita a parlare.


San Valentino contro la violenza sulle donne

Il giorno di San Valentino,  festa dell'amore e degli innamorati, si è trasformato in una danza planetaria, a cui hanno partecipato uomini e donne che hanno usato il proprio corpo per un inno alla vita e per dire BASTA alle violenze contro le donne, BASTA alla violenza fisica e psicologica. 
In moltissime piazze, in Italia e nel mondo, è stato organizzato un flash mob gigantesco: chiunque, ovunque si trovasse, si è messo a ballare in pubblico sulle note di Break the chain.
L'iniziativa, dal titolo One billion rising, Un miliardo insorge, è stata lanciata da Eve Ensler, l'autrice della celebre pièce teatrale I monologhi della vagina attraverso la quale l'autrice sta portando avanti, da anni, una battaglia per promuovere la dignità femminile; la Ensler è anche a capo di una Ong, la V-Day, che si batte contro la violenza domestica, gli stupri, le mutilazioni genitali, la schiavitù sessuale, ancora presente, purtroppo, in molte aree del mondo.
In un collegamento telefonico dal Congo con i media di tutto il mondo, il 14 febbraio scorso, Eve Ensler ha raccontato che: " Il Congo, dove ho trascorso molto tempo, è una realtà devastata da 13 anni di guerra civile in cui sono morte 7 milioni di persone e milioni di donne sono state stuprate, torturate e uccise. Ho visto cosa succederebbe se permettessimo alla violenza di continuare. In Africa ho visto donne fra le più forti del mondo alzare la testa, unirsi e insieme cercare di uscire dalla caverna del patriarcato nella quale sono costrette. Sono capaci di trasformare il dolore in forza...E la danza, forma di espressività spesso usata dalle donne afrcane, diventa espressione libera del proprio corpo, quindi ribellione".
All'iniziativa hanno aderito oltre 5000 associazioni, innumerevoli Ong e istituzioni e l'evento  verrà replicato perchè la lotta alla violenza non si può esaurire in un giorno soltanto. Per ulteriori informazioni si può consultare il sito www.onebillionrising.org


venerdì 15 febbraio 2013

Intervista a Gaia Vianello, sceneggiatrice del documentario "Aicha è tornata"

Aicha è tornata , documentario diretto da Juan Martin Baigorria e Lisa Tormena, propone le testimonianze di alcuni migranti marocchini che, dall'Europa, vengono rimpatriati o per loro volontà e senza accompagnamento oppure con un percorso assistito in quanto espulsi; si parla, dunque, di "migrazione di ritorno". I registi hanno raccolto le parole (ma anche i silenzi, le lacrime, i sorrisi) soprattutto di donne, giovani e meno giovani, molte delle quali nate in Francia e in Italia che, per vari motivi, sono tornate in Marocco.
Gaia Vianello ricorda che il film è autoprodotto e si inserisce nell'ambito di un progetto di reinserimento socio-economico degli immigrati di ritorno. Uno dei tanti problemi da affrontare è stata la quasi totale assenza da parte delle donne alle attività proposte, nonostante la migrazione femminile dal Marocco sia quasi pari a quella maschile. Si è posta, quindi, l'esigenza di indagare a fondo il fenomeno per conoscere meglio queste donne.


Cosa si intende con l'espressione "fenomeno migratorio di ritorno"?

Le migrazioni di ritorno sono uno degli aspetti del percorso migratorio e possono essere di diverso tipo: transitorie o permanenti, volontarie o forzate. La distinzione fondamentale è dunque quella tra ritorni e rimpatri, ovvero tra l’intenzionalità dei primi rispetto all’involontarietà e coercizione dei secondi.
Dal punto di vista del migrante che vive questa esperienza, il ritorno in patria può essere percepito e vissuto come reinserimento e in certi casi miglioramento della propria condizione nel paese d’origine, oppure come perdita del proprio status precedente la migrazione.
Rispetto alla comunità d’origine, l’esperienza del ritorno può vedere nel migrante la figura dell’eroe, ovvero colui che avendo avuto successo all’estero veda riconosciuto dalla famiglia e comunità il proprio rientro come avanzamento economico, sociale e culturale. Ma il ritorno può anche rappresentare un fallimento del progetto migratorio, nel caso in cui le difficoltà socio-economiche incontrate all’estero non abbiano permesso la realizzazione del successo sperato.
Nel caso di “Aicha è Tornata” vengono trattate le migrazioni di ritorno femminili in una specifica area del Marocco, quella di Tadla Azilal e Chaouia Ouardigha, che rappresenta il maggiore bacino migratorio dal Marocco verso il sud dell’Europa, in cui la spinta migratoria è data prevalentemente da motivi economici e di miglioramento della qualità della vita. La maggioranza dei rientri in quest’area non sono volontari nel senso stretto del termine, ma nella maggior parte dei casi dovuti o ad espulsione o a motivi indipendenti dalla volontà dei migranti di ritorno, che possono andare dalle difficoltà economiche, alla difficoltà d’integrazione o a problemi familiari.

Quali sono le attuali politiche europee rivolte alle persone che hanno deciso o sono state costrette a rimpatriare? E cosa si potrebbe migliorare ?

Nell’agenda della gestione politica dei flussi migratori il tema dei ritorni rappresenta spesso una questione centrale, obbiettivo per molti governi, in particolare per quello che riguarda il ritorno dei migranti illegali.
L’Italia e l’Unione Europea hanno avviato un programma per i rimpatri assistiti, implementato dall’OIM e da diverse ONG, che permette ai migranti che desiderano o sono costretti a tornare in patria di avere un’assistenza per l’organizzazione del ritorno, per il reinserimento socioeconomico una volta rientrati, oltre ad un incentivo economico per coprire le spese di viaggio.
Il Programma d’Azione sul ritorno sostiene sia i ritorni volontari che forzati di cittadini di Paesi terzi, coprendo tutte le fasi della percorso: quella antecedente la partenza, il ritorno stesso, il ricevimento e la reintegrazione del Paese di destinazione.
Sulla base della mia esperienza lavorativa personale, questi programmi hanno una loro utilità per i servizi di assistenza che offrono, ad esempio il sostegno legale o psicologico nel paese d’origine, rimangono tuttavia deboli nell’affrontare la causa principale per cui i migranti hanno deciso di lasciare la loro patria, ovvero il lavoro. Trattandosi di programmi a breve termine non riescono ad avere un impatto efficace sul reinserimento lavorativo dei migranti e questo rischia di innescare un circolo vizioso che porta il migrante rientrato a voler partire nuovamente.
Da questo punto di vista sarebbe necessario pensare a programmi sul medio e lungo periodo, che possano prendere in considerazione tutte le diverse tappe del percorso migratorio, con un particolare accento sulla prevenzione e sensibilizzazione, oltre alla creazione di possibilità alternative nei paesi d’origine, che possano sostituirsi alla necessità di cercare altrove condizioni migliori di vita.

Tra le storie che hai riportato nel documentario, qual è quella che ti ha colpito di più?

Le donne protagoniste del documentario sono tutte persone che ho conosciuto attraverso il mio lavoro di cooperante in progetti di reinserimento socio economico dei migranti di ritorno e con le quali sono riuscita ad instaurare, nel corso dei due anni trascorsi a Khouribga e Beni Mellal, un rapporto di fiducia reciproca.
Le loro storie sono per diversi aspetti tutte molto toccanti. Ne riporto tuttavia una in particolare, che non abbiamo potuto inserire nel documentario perché non abbiamo avuto il consenso della famiglia della giovane donna.
All’inizio della mia ricerca sulle migrazioni di ritorno femminili una delle prime donne ad essermi stata presentata è una ragazza di sedici anni, Amal.
Amal parla un perfetto italiano con accento romagnolo, è andata in Italia con i genitori a soli due anni, a Faenza, dov’è cresciuta, ha frequentato le elementari, quindi le medie per poi iscriversi al liceo.
Quando compie quindici anni il padre decide di riportare la famiglia in Marocco, perché sente che le sue figlie stanno perdendo la cultura d’origine. Amal e la sorella riescono a convincere i genitori a lasciarle lì, almeno per poter finire il liceo. Tuttavia dopo pochi mesi le due ragazze si rendono conto che da sole è troppo dura, non riescono a studiare e mantenersi e sono dunque costrette a far ritorno a Beni Mellal.
Amal parla e scrive perfettamente in italiano, ma l’arabo lo parla male e soprattutto non sa né leggerlo né scriverlo, così non viene ammessa al liceo. Finisce dunque a lavorare nel piccolo negozio di alimentari dei suoi genitori, continuando a sognare di poter tornare dai suoi amici a Faenza.
Dopo la prima intervista ho perso di vista Amal e sono tornata a trovarla solo dopo due anni, con l’idea di proporle di essere una delle protagoniste del documentario una collega dell’ong marocchina con cui lavoravamo mi ha però sconsigliato di contattare la famiglia e andarla a trovare per evitare problemi con il padre, raccontandomi che l’anno precedente i genitori le avevano combinato un matrimonio con un uomo di quarant’anni che abita nelle campagna vicino a Beni Mellal, dove Amal adesso si è trasferita.