sabato 31 maggio 2014

24° Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina


di Ivana Trevisani

Ringraziamo tantissimo Ivana Trevisani per questo suo contributo.




Ancora una volta, anche quest'anno, la qualità della filmografia proposta dal 24° Festival Africano d'Asia e America Latina (che si è svolto a Milano dal 6 al 12 maggio 2014) ha potuto offrirci il dono di avvicinamento al vero.

Il vero della vita che il linguaggio cinematografico, se di qualità, nella sua libertà di restituzione è in grado di dire più di ogni analisi, dissertazione, speculazione, oltre ogni dilagante opinionismo.

I film proposti, sia nella cifra della fiction che del documentario, sono riusciti a dar conto del vero del vivere, proponendoci il quotidiano semplice di persone semplici, che senza eroismi ma eroicamente riescono a superare difficoltà piccole o grandi, intoppi o tragedie.

La quotidianità è il registro adottato dal siriano Mohamed Malas per restituire il dramma della guerra fratricida che sta dilaniando il suo Paese. Non è l' enfasi dell'abituale voyerismo occidentale centrato sul sangue, le ferite, i corpi morti e gli scheletri dei palazzi bombardati a renderci il dolore della guerra. A restituircelo è piuttosto ciò che ogni singola persona vive, palesato con misura, senza facile retorica dai volti e dalle lacrime dei ragazzi di una casa- cortile. La casa e il cortile dove si svolge il quotidiano dei dodici ragazzi e della padrona di casa, a cui l'eco della tragedia che si sta consumando e della sua progressiva recrudescenza giunge, giorno dopo giorno, evocata e mai espressa a reportage, dai suoni del fuori, fragore di bombe ed esplosioni, e dalle parole di chi da fuori ritorna o chiama al cellulare. Un fuori non lontano, il centro stesso di Damasco in cui è situata la casa cortile di “Ladder to Damascus”(“Scala per Damasco”) girato clandestinamente dal regista nel suo Paese.

La quotidianità tuttavia non sempre e non necessariamente deve essere segnata dal negativo, anche in situazioni di vita difficili, è il messaggio affidato dagli autori al collettivo “Stripelife – Gaza in a Day” (“Stripelife-Gaza in un giorno”). La scelta di mostrare una giornata di vita a Gaza nelle sue sfaccettature di “normalità”: giochi di ragazzi, lavoro, relazioni, ha consentito agli autori di aggirare le consuete restituzioni dell'area in cifra esclusivamente tragica, per dar conto di una capacità del vivere che permane e riesce a portare una popolazione e ogni suo singolo, oltre una situazione che pure resta drammatica, senza lasciarsene sopraffare.

Ma il quotidiano torna a farsi duro nella vita dell'interprete di “Om Amira” (“La mamma di Amira”), dell'egiziano Naji Esmail, l'infaticabile venditrice di patate fritte in una viuzza del Cairo, nei pressi della più famosa piazza Tahir. La sopportazione della durezza, della fatica, del rischio di donna sola nella notte cairota dietro il suo fornello di friggitrice, è resa possibile solo dal desiderio di salvezza della propria figlia. Ogni goccia di sudore, ogni piccolo guadagno della madre, destinati all'operazione della figlia cardiopatica, al di là di ogni esito possibile.

La forza di donna è messa al centro anche da Mario Rizzi nel suo documentario “Al intithar” (“L'attesa”), storia di ordinaria quotidianità di Eklas, vedova, madre di quattro figli, confinata nel campo per profughi siriani di Zaatari nel deserto giordano. Anche qui, mettendosi alle spalle di una vita difficile e dall'orizzonte chiuso, la protagonista riesce, giorno dopo giorno, ad affrontare e superare le difficoltà economiche e psicologiche della condizione di attesa sospesa del campo, per sé e i figli e mantenendoli in una relazione di reciproco sostegno, per proteggere il nucleo residuo di una famiglia distrutta.

La potenza femminile ancestrale è celebrata dal corto “Margelle” (“Il bordo del pozzo”) del marocchino Omar Mouldoira, dipanata dalla trasmissione del mito alle relazioni dell'oggi. nella breve ma intensa storia di un comune triangolo familiare, madre figlio padre. Ma il film, come dichiarato dallo stesso regista. vuole anche coraggiosamente proiettare un cono di luce sulla paura, pure ancestrale, che di tale potenza ha l'uomo arabo.

Anche i due cortometraggi tunisini “Les soulières de l'Aid” (“Le scarpe della festa”) di Anis Lassoued e “Zakaria”, di Leila Bouzid, ugualmente trattano delle difficoltà, delle reciproche incomprensioni nei rapporti genitori figli figlie, ad ogni latitudine, nella Tunisia d'origine come nella Francia dell'approdo migratorio.

Ma se per la figlia dell'immigrato “Zakaria”, il gruppo dei coetanei riesce a condizionarne la libertà di scelta e allontanarla, senza una motivazione realmente maturata in sé, dalla famiglia, in un altro cortometraggio firmato da Carine May e Hakim Zouhani, “La virée à Paname” (“Un giro in centro”) le difficoltà nelle relazioni familiari e con i compagni di quartiere, non fermano il giovane aspirante scrittore. Le pressioni non arrestano il cammino dell'adolescente che cerca il riscatto all'emarginazione, in una ricerca di sé che si rivela non corrispondergli, ma che ha voluto comunque tentare di esplorare.

Ancora la possibilità di lettura semplice ed immediata della realtà algerina a cinquant'anni dall'indipendenza si può trovare in “Ouine Algeria” (“Dov'è l'Algeria?”), documentario dell'algerino Lemnaouer Ahmine, e più precisamente negli incontri, qua e là nel Paese, dell'autore con pochi “esperti” e più persone comuni e familiari ritrovati. Lo stesso regista nell'incontro con il pubblico del Festival ha dichiarato come nessun analista politico o intellettuale sarebbe riuscito a spiegare in un fulmineo lucido flash, esposto da un familiare intervistato, un Algerino qualsiasi, la questione “islamismo di stato o secolarismo”, che pare inquietare più l'occidente che l'Algeria. Un cittadino comune, ma certo credente e di fervente pratica segnalata dal vistoso “callo della preghiera” in mezzo alla fronte, che dichiara la convinzione argomentata della necessaria separazione tra Stato e religione.

Ouandiè e Sosa, uniche concessioni a figure emblematiche, servono agli autori di “Une feuille dans le vent” (“Una foglia nel vento”) del camerunese Jean-Marie Teno e “Mercedes Sosa, la voz de Latinoamérica” (“Mercedes Sosa, la voce dell'America Latina”) dell'argentino Rodrigo H. Vila, per riaffermare la necessità di mantenere viva la memoria. Ernestine, figlia dell'attivista politico camerunese Ernest Ouandiè, assassinato in circostanze poco chiare e mai conosciuto da Ernestine, nell'intensa lunga intervista confessione afferma “La prima morte è quella vera, la seconda è il silenzio”, alludendo all'oblio calato sulla storia del padre e momenti oscuri archiviati della storia del Paese.

L'invito a non dimenticare è pure rinnovato ad ogni passaggio della biografia di Mercedes Sosa, non solo voce, ma presenza forte e significativa nella vita politica latinoamericana, restituita in un commovente inreccio di vita pubblica e familiare, a ricordo della storia di Mercedes e di quella dell'Argentina anche nei giorni più bui della dittatura.

Restare nel presente senza cancellare il passato e non facendosi soverchiare dal futuro, è il messaggio del visionario “Bastardo” del tunisino Nejib Belkadhi, vincitore del festival. Nessuna antenna GSM, che forse porta ricchezza economica, può rendere piena la vita, l'unica antenna che consente il vero ancoraggio a se' è la consapevolezza piena di dove siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando, sapere chi vogliamo diventare.

venerdì 30 maggio 2014

Residenza negata ai rifugiati



E' stato da poco approvato, in Italia, il decreto legge denominato “Piano Casa” secondo il quale è vietato l'accesso alla registrazione della residenza per coloro che occupano illegalmente un edificio.

Secondo l'UNHCR (L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) questo comporterebbe un ostacolo maggiore nell'inclusione dei rifugiati in Italia che causarebbe anche una spirale di isolamento: sarebbe difficile, per i richiedenti asilo, accedere alle cure sanitarie, iscrivere i bambini a scuola, trovare un lavoro legale.

L'UNHCR ricorda quante migliaia di persone siano costrette a sopravvivere in palazzi abbandonati nelle più grandi città (Milano, Torino, Roma ad esempio), sia per una mancanza di attenzione nei loro riguardi sia per le contraddizioni burocratiche: senza la resindenza, infatti, non è possibile ottenere una carta di identità e senza questo documento è, ovviamente, impossibile accedere ai servizi socio-sanitari di base con una conseguente privazione dei diritti fondamentali.

Dall'Italia alla Turchia.         


www.baruda.net
L' Alto commissariato delle Nazioni Unite è protagonsita anche ad Ankara, ma in un altro senso: oltre 45 giorni di una resistenza tenace che si sta svolgendo in un parcheggio, in Via Tiflis, proprio davanti alla sede dell'UNHCR. Si tratta di rifugiati afghani - donne, uomini e anche bambini - che protestatno per i gravi ritardi nelle risposte alle loro richieste di asilo politico.  

La comunità afghana in Turchia si è riunita grazie a Internet e a Skype per poi radunarsi nel parcheggio, con tendopoli e cartelli scritti in persiano, turco e inglese. Tutti chiedono che venga dato risalto alla protesta perchè temono di essere deportati di nuovo in Afghanistan e di dover tornare sotto l'incubo del regime talebano, ma nello stesso tempo, sono stremati dal fatto di dover rimanere bloccati in un “limbo”, senza destinazione, senza lavoro, senza casa e senza nessun tipo di assistenza, anche perchè per molti di loro, privi della cittadinanza UE, la Turchia può essere soltanto un Paese di transito.

C'è chi ha iniziato lo sciopero della fame e c'è chi si è cucito le labbra: ma siamo noi a dover dare voce a chi ha provato a chiedere più volte e poco è stato ascoltato.

giovedì 29 maggio 2014

Don Andrea Gallo e le sue creature

Cari amici e lettori,
oggi vi proponiamo il video dell'incontro sulla figura di Don Andrea Gallo. Durante l'incontro, che si è tenuto presso il Centro Asteria di Milano e che ha fatto parte della "Carovana dei diritti", abbiamo avuto il piacere di parlare con Maurizio Fantoni Minnella, regista del documentario Benvenuti nel ghetto e coautore, insieme al sacerdote, del libro Io non mi arrendo (Baldini&Castoldi).
Abbiamo presentato il documentario che vede protagonisti Don Gallo, la sua amata e contraddittoria città, Genova, e la comunità di transgender più grande d'Italia. Per riflettere sul valore del rispetto, del prendersi cura, della solidarietà. Per parlare di convivenza tra transgender e immigrati. Per ricordare un uomo che è stato padre di tanti.



Vi ricordiamo che tutti i nostri video sono anche disponibili sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani

mercoledì 28 maggio 2014

E dopo le elezioni cosa succederà?



Si sono concluse le votazioni per eleggere i rappresentanti dei vari Stati presso il parlemento europeo: conosciamo i risultati dei partiti in Italia e all'estero e possiamo farci un'idea generica della situazione.

Ma noi vogliamo ricordare i programmi sul tema dell'immigrazione dei partiti che sono stati più votati dai cittadini italiani durante le elezioni di domenica 25 maggio 2014...tra promesse, slogan e minacce.

Renzi ha scritto “I progressisti europei hanno il compito di dare un segno diverso all'UE sulle politiche di immigrazione e asilo e su quello della politica euromediterranea”, sottolienando che la diversità sia una ricchezza e che l'Europa debba essere il continente, geografico e politico, della solidarietà e dell'integrazione. Le proposte, a tale riguardo, sarebbero quella di trasfromare Frontex (l'organismo che si occupa della gestione delle frontiere esterne) in un corpo europeo comune a tutti gli Stati membri per sollevare l'Italia dall'essere la prima, e l'unica, a fronteggiare il problema dei flussi migratori. E, come seconda proposta, è prevista quella di trovare accordi con i Paesi da cui provengono i migranti attraverso il sostegno ai processi di democratizzazione e di sviluppo economico e sociale. Infine, il PD prevede, per gli immigrati già arrivati in Italia, la definizione di politiche comuni per l'inserimento nel mondo del lavoro e dello studio e “l'estensione dell'accesso alla cittadinanza per i bambini nati in Europa da genitori stranieri (lo ius soli europeo) o per i residenti di lunga durata”.

Molto articolato il programma, sempre in tema di migrazioni, del partito L'altra Europa per Tsipras: secondo il testo, di quattro pagine, “ l'Europa deve diventare uno spazio culturale aperto, con un'identità plurale e dinamica, capace di fondare le relazioni tra gli stati membri e con i paesi terzi sul reciproco rispetto, sul riconoscimento dele specifiche diversità culturali, sulla promozione delle libertà e dei diritti fondamentali, sul mantenimento della pace tra i popoli, sulla garanzia del principio di uguaglianza, sul rifiuto di goni forma di discriminazione, sul ripudio della xenofobia e del razzismo”. Questo sul piano teorico. Sul paino pratico, la lista Tsipras ha aderito alla campagna “L'Europa sono anch'io” che prevede dieci punti importanti: ratifica della convenzione sui diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, diritto di voto amministrativo ed europeo, riforma della cittadinanza europea, dirittio di arrivare legalmente in Europa, politiche migratorie aperte agli immigrati per il loro inserimento nel mondo del lavoro, libertà personale e chiusura dei CIE, diritto ad un'accoglienza dignitosa, parità di accesso ai sistemi welfare, lotta contro il razzismo e la xenofobia, tutela dei diritti dei minori.
Di tutt'altro avviso la Lega Nord. Matteo Salvini ha detto: " Crediamo che il futuro nella gestione dell'immigrazione dovrà passare per una più stretta collaborazione tra le forze di polizia e le unità addette a prevenire l'immigrazione illegale degli Stati membri che sono in prima linea e sono più colpiti dal problema, senza però l'ingerenza di Bruxelles". Insiste, quindi, sulla soluzione "militarista" e sul ripristino del reato di immigrazione clandestina.
Insomma, si stanno cerando nuovi equilibri in Italia e nel resto d'Europa e noi terremo monitarata la situazione.



Intanto ripubblichiamo l'intervento del fotografo Mauro Prandelli che, durante un icnonrto pubblico organizzato da Associazione per i Diritti Umani, ci ha parlato approfonditamente di Frontex.


Roots Run Deep di Hamde Abu Rahma



di Monica Macchi. La ringraziamo molto per questo articolo.
 




Un libro fotografico su Bil’in, piccolo villaggio a ovest di Ramallah, a pochi chilometri dalla linea verde internazionale, dove il governo israeliano ha iniziato a costruire il muro dell'apartheid sottraendo oltre la metà delle terre coltivate e ampliando l’insediamento israeliano di Modi'in Ilit.

Le foto mostrano gli effetti dell’occupazione; prima di tutto effetti economici: i moltissimi senzatetto a cui hanno demolito le case come questo che ha caricato sull’asino tutto ciò che gli è rimasto (visto che Israele non permette neppure l’accesso ai materiale di costruzione), alberi sradicati, animali denutriti.


Foto 2


E poi gli effetti psicologici soprattutto sui bambini costretti a giocare con le bombe e a respirare violenza e soprusi ai check point e nei raid notturni con aggressioni fisiche, percosse, continui insulti, umiliazioni e abusi sempre più difficili da superare.





Ma le foto mostrano anche la resistenza pacifica e creativa dei palestinesi, trasformati in Avatar

 


o Babbo Natale a cui ben presto si uniscono attivisti israeliani e internazionali e la dura reazione dell'esercito israeliano con gas lacrimogeni, skunky water (acque sporca “chimica” di cui nessuno conosce la composizione), proiettili di gomma, arresti indiscriminati


 
 

foDi Bil’in parla anche il documentario Five broken cameras” che ha vinto il premio “World Cinema Documentary” al Sundance Film Festival 2012 e il premio per il miglior documentario al Festival del Cinema di Gerusalemme del 2012, è stato il primo film palestinese ad essere stato nominato all’Oscar (nella categoria “Miglior Documentario”).

http://formacinema.files.wordpress.com/2013/02/brokencameras.pdf



PS. Hamed ha iniziato a far fotografie dopo l’uccisione di suo cugino Bassem proprio durante una delle manifestazioni nonviolente perché “anche se il mondo rimane in silenzio, restare un testimone silenzioso non era più possibile per me”.

www.hamdeaburahma.com


martedì 27 maggio 2014

Quale protezione?



 La protezione internazionale tra recepimento delle direttive rifuse e prassi amministrative

ASGI e ASMiRA vi invitano a partecipare al seminario formativo Quale Protezione? La protezione internazionale tra recepimento delle direttive rifuse e prassi amministrative, organizzato in collaborazione con ASGI, che si terrà venerdì 30 maggio a partire dalle ore 10.30, presso l’aula 208 dell’Università degli Studi di Milano, via Festa del Perdono 7.




PROGRAMMA DEL SEMINARIO:




Ore 10.30: L’accesso alle frontiere ed il sistema di protezione europeo comune d’asilo


Presiede e modera: Alessia Di Pascale, Università degli Studi di Milano

Respingimenti e operazioni di controllo delle frontiere: Luca Masera, Università degli Studi di Brescia

Una panoramica sulle riforme del sistema europeo comune d’asilo: Giuseppe Morgese, Università degli Studi di Bari Aldo Moro


Il regolamento Dublino III: applicazione e tutela giurisdizionale: Maria Cristina Romano, Avvocato Foro di Milano





Ore 14.00: L’accesso alla domanda e i diritti dei titolari di protezione internazionale



Presiede e modera: Gianfranco Schiavone, Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus

 L’accesso alla domanda di protezione internazionale: Livio Neri, Avvocato Foro di Milano

Esaminare le domande di protezione internazionale: la rifusione della Direttiva Qualifiche: Francesca Paltenghi, Componente ACNUR della Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano


Il contenuto della protezione alla luce della trasposizione della nuova Direttiva Qualifiche: Noris Morandi, Avvocato Foro di Firenze


Ore 16.00: Tavola rotonda tra operatori sociali e legali ed azioni strategiche a tutela dei richiedenti e titolari di protezione

 Presiede e modera: Livio Neri

Dichiarazione di ospitalità tra prassi, previsioni normative e azioni legali: Louise Glassier, Naga

Ampliamento sistema SPRAR e nuove emergenze: Beppe Traina, SPRAR



Gli operatori nei CIE e nei CARA: previsioni sulla riapertura milanese: Luca Bettinelli, Caritas



Ore 18.00
Conclude: Paolo Bonetti, Università degli Studi di Milano-Bicocca

 Al fine di partecipare al seminario è richiesta l’iscrizione entro mercoledì 28 maggio 2014, compilando l’
apposito modulo.
La quota di iscrizione, pari a €10, può essere corrisposta tramite bonifico bancario o in contanti il giorno del seminario. I soci di ASMiRA e di ASGI, esenti dal pagamento della quota di iscrizione, sono pregati di fornire un documento giustificativo della loro adesione ad una delle due associazioni.

 Sarà possibile registrarsi a partire dalle ore 9.30.






No al campo Rom di Via Cesarina a Roma


 L’Associazione 21 luglio lancia una mobilitazione on line per chiedere al sindaco Marino di bloccare il progetto di un nuovo “campo rom” in via della Cesarina


Bloccare immediatamente la progettazione del nuovo «villaggio della solidarietà» in via della Cesarina e riconvertire le ingenti risorse economiche previste - 2 milioni di euro - in progetti di inclusione per rom e cittadini romani in emergenza abitativa e sociale.

L’Associazione 21 luglio ha lanciato una
mobilitazione on line invitando i cittadini a scrivere al sindaco di Roma Ignazio Marino per chiedere un suo intervento diretto nella questione.

Oggetto della mobilitazione, identificata dall'ironico avvertimento “Roma, nun fa’ la stupida” e dall’hashtag Twitter #DiscriminareCosta, è il progetto del nuovo insediamento per soli rom in via della Cesarina che l’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale intende realizzare nei prossimi mesi. Il nuovo “villaggio della solidarietà” sarà costruito sullo stesso terreno laddove, fino a 5 mesi fa, sorgeva uno degli 8 “villaggi” della Capitale. Il 16 dicembre 2013 ai 137 rom residenti nell'insediamento era stato imposto il trasferimento nel
centro di raccolta di via Vissoe lo spazio era stato smantellato e chiuso in vista dell’inizio dei lavori di costruzione del nuovo “campo”, così come disposto dall’assessore Rita Cutini.Lo scorso 8 aprile, Associazione 21 luglio, Amnesty International Italia e altre nove organizzazioni avevano scritto al sindaco Marino per esprimere la loro contrarietà alla decisione dell’assessore Cutini, evidenziando da un lato la reiterazione di una politica segregativa nei confronti dei rom e, dall'altro, puntando l’indice sul tema dell’efficacia della spesa pubblica.Una settimana più tardi, il Consiglio municipale del III Municipio, dove insiste l’insediamento, aveva chiesto al primo cittadino la sospensione dei lavori e la riconversione del denaro previsto nella realizzazione di progetti utili sia ai rom che ai cittadini del Municipio. Ai due appelli era seguito il silenzio dell’Assessorato.

Secondo l’Associazione 21 luglio il progetto dell’assessore Cutini di costruire l’ennesimo luogo di segregazione su base etnica per i rom della Capitale, oltre a configurarsi come lesivo dei diritti umani di tali comunità, rappresenta l’espressione di una scelta economicamente insostenibile.Ad oggi, infatti, quando i lavori del rifacimento del nuovo insediamento non sono ancora iniziati, l’Assessorato ha già sostenuto una spesa di circa 500 mila euro per l’affitto del terreno, i lavori di rimozione di amianto e il mantenimento dei rom “parcheggiati” nel centro di raccolta di via Visso. Per portare a compimento i lavori, è la spesa stimata dall'Associazione 21 luglio, il Comune investirà ancora 1,5 milioni di euro.Sulla
pagina web dell’iniziativa #DiscriminareCosta lanciata quest’oggi dall'Associazione 21 luglio, è attivo un contatore che indicherà in tempo reale la spesa sostenuta giornalmente dall'Assessorato a guida Cutini per gli interventi preventivi alla realizzazione del nuovo insediamento.Dalla stessa pagina, fino alle ore 24 del 29 maggio, i cittadini, utilizzando l’apposito form, potranno inviare direttamente un’email al sindaco Marino per chiedergli di sospendere il progetto dell’Assessorato e riconvertire le risorse previste in progetti di inclusione che vadano a beneficio anche di cittadini non rom in disagio abitativo e sociale.

Per maggiori informazioni:
Danilo Giannese
Responsabile Comunicazione e Ufficio stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
Email:
stampa@21luglio.orgwww.21luglio.org


lunedì 26 maggio 2014

Padre Dall'Oglio forse è stato ucciso. Un duro colpo per tutto il mondo



Prima timidamente, poi in maniera sempre più deflagrante si è diffusa, sui media italiani, la terribile notizia: Padre Paolo Dall'Oglio è stato ucciso.
Il religioso gesuita, negli anni '80, aveva riformato in Siria la comunità cattolico-siriaca Mar Musa presso il Monastero di san Mosè l'Abissino, situato nel deserto a nord di Damasco e da allora era diventato un punto di riferimento fondamentale nel dialogo interreligioso con gli esponenti dell'Islam.
Il suo attivismo lo aveva reso inviso al governo siriano tanto da essere espulso dal regime di Assad nel 2012. Rientrato in Siria nel 2013, Dall'Oglio si era immediatamente recato nel nord, controllato dai ribelli, per impegnarsi in difficili trattative per la liberazione di un gruppo di ostaggi, a Raqqa, e per tentare di ristabilire il rapporto tra jihadisti e curdi. Ma il 27 luglio 2013 viene rapito da un gruppo di fondamentalisti vicini ad al-Quaida.
Questa mattina, 26 maggio 2014, il sito TahrirSy è stato il primo a battere la notizia della morte, per impiccagione, del sacerdote ad opera proprio di un membro di un gruppo fondamentalista islamico (il SIS).
Pare che la fonte della tragica notizia sia un cittadino siriano che dice di non averlo detto prima per paura di essere ucciso a sua volta.
Usiamo il condizionale, usiamo cautela perchè è una notizia ancora da verificare definitivamente.
Un pensiero o una preghiera per ringraziare, da oggi e per sempre, Padre Paolo Dall'Oglio, un padre di tutti e per tutti. Sperando che la notizia sia infondata.


Un'altra Africa. Intervista a Gianni Biondillo



L'Africa non esiste , edito da Guanda, è il nuovo lavoro di Gianni Biondillo, un libro diverso da quelli che ben conosciamo dell'autore milanese.
Scrittore e viaggiatore, Biondillo ha visitato Eritrea, Ciad, Egitto, Uganda e Etiopia anche a seguito di alcune Ong e ci riporta un'immagine inconsueta del continente africano: un continente vivace e contraddittorio, ricco di materie prime e di cultura, dinamico e mai arrendevole. Un'Africa vicina a noi e lontana dai luoghi comuni.


Abbiamo intervistato per voi Gianni Biondillo che ringraziamo molto per la sua disponibilità.


Qual è l'Africa che non esiste?

 

Innanzitutto quella dei pregiudizi: quest'idea che esista un continente grande come un paesino, che è tutto uguale, da Nord a Sud, da Est a Ovest, quando anche soltanto per la dimensione geografica, l'Africa è smisurata. Come dico nell'introduzione: la distanza che esiste tra il Nord e il Sud è la stessa tra Portogallo e Cina, quindi non si può parlare di un'unica identità e di un'unica cultura.
E poi c'è l'Africa che non vogliamo vedere: gli sbarchi, le fughe, le guerre e noi ci giriamo dall'altra parte, come se fosse un problema che non ci appartiene, come se l'Africa fosse su un altro pianeta.

 

E' stato in Eritrea, Ciad, Egitto, Uganda e Etiopia: l'Etiopia, ad esempio, registra una crescita economica del 7,5% a differenza di quello che si può pensare in Occidente. Quali sono gli altri stereotipi da scardinare?


L'idea che noi abbiamo dell'Africa è legata ad un immaginario vecchio di cinquant'anni come, ad esempio, quello del bambino con il ventre gonfio e con la mosca agli occhi. E' un'idea - a volte anche un po' buonista – di un continente immobile e sempre uguale a se stesso.
In realtà l'Africa è un continente estremamente dinamico e contraddittorio. La demografia fa la differenza: solo la Nigeria fra una o due generazioni avrà una popolazione pari a quella europea e questo ci fa capire che non possiamo fingere di non sapere che tutto sta cambiando.
Quando sono stato in Etiopia - che è un viaggio molto particolareggiato nel libro – ho avuto a che fare con situazioni molto diverse tra loro. Già solo ad Addis Abeba ci sono gli slum, le bidonville, ma anche grattacieli e cantieri dappertutto. Anche l'economia e i referenti economici stanno cambiando: la sede dell'Unione africana, che sta ad Addis Abeba, è un edificio modernissimo, costato milioni di dollari ed è un regalo della Repubblica Popolare Cinese.


Ci può parlare del cimitero di Asmara e del cinema dei rifugiati in Ciad?


La prima volta che sono stato in Africa sono stato ad Asmara e ho scoperto l'esistenza di una città italiana a tutti gli effetti: negli edifici, nell'urbanistica, nelle abitudini: ho visto il passeggio, l'aperitivo, mangiare il babà...tutto questo fatto dagli asmarini e non da italiani.
Alla fine di un percorso della città arrivo al cimitero ed è pieno di italiani: storie di vite italiane, bloccate lì. Storie che non dovremmo dimenticare come non dovremmo dimenticare il nostro passato colonialista.
Il cinema dei rifugiati è un'altra cosa straordinaria per me perchè mi sono ritrovato al confine con la Repubblica Centrafricana (di cui solo oggi si inizia a parlare, ma già anni fa sono stato testimone dei problemi causati dalla guerriglia interna) e ho incontrato questo enorme campo profughi con tanta gente disperata, ma anche lì c'era un desiderio di speranza: si sono costruiti una baracca di legno e di paglia, hanno preso un televisore con delle videocassette e facevano una proiezione ogni sera, partecipatissima.

 

Come lavorano le Ong attive sul territorio?


Dipende dalle dimensione delle Ong. Certe cose mi hanno dato fastidio perchè la grande organizzazione umanitaria, famosa in tutto il mondo, raccoglie una grande quantità di soldi mentre ho la sensazione che queste grandi Ong siano solo degli “stipendifici” con persone che non si danno molto da fare.
Ci sono, invece, altre organizzazioni, piccole e con meno soldi, che lavorano bene nel campo dell'istruzione, della sanità o combattono contro la malnutrizione infantile. Più sono piccole e più facile risulta controllare la filiera, mentre più l'organizzazione è grande e più è facile che i soldi si perdano prima di arrivare sul territorio.


Comunque quello che ho capito è che più andavo in Africa e meno ne sapevo...




domenica 25 maggio 2014

L'importanza delle fiabe

Si è svolta a Ramallah, qualche settimana fa, la cerimonia di presentazione del progetto L’unicità delle leggende e delle favole beduine narrate dagli occhi dei bambini, realizzato da Vento di Terra e Tamer Institute. Un anno di lavoro nelle comunità beduine del centro della Cisgiordania, a stretto contatto con gli studenti delle scuole e gli insegnanti palestinesi, che ha dato vita al secondo libro di fiabe beduine e ad un film-documentario.Obiettivo è la valorizzazione della cultura popolare beduina, una cultura millenaria schiacciata dall’avanzare delle ruspe israeliane e dalla colonizzazione del Deserto di Gerico.
Il testo è bilingue -italiano arabo- e sarà distribuito tra le scuole aderenti nei due versanti progettuali. “Fiabe tradizionali raccontate dai bambini beduini ai bambini del mondo” è un passo ulteriore del nostro comune cammino di pace e comprensione tra culture diverse. Il libro, le cui prime copie sono giunte in Italia, è completato da un video sulla percezione della natura da parte delle comunità Jahalin. Alla cerimonia erano presenti Barbara Archetti per VdT, Giulia Orecchia in rappresentanza degli illustratori italiani, la direttrice del Tamer Institute Renad Qubaid, Bassam Barakat per il Ministero Palestinese dell’Educazione e Abu Soleiman, portavoce delle comunità beduine.       

          


IL PROGETTO                                     

Il progetto ha l'obiettivo di fare promozione del diritto all’esistenza, attraverso l’arte. Il riconoscimento della cultura tradizionale beduina ha permesso di valorizzare questa popolazione all’interno della società palestinese e fuori, a livello internazionale. Attraverso gli occhi dei bambini e il coinvolgimento dell’intera comunità è stato possibile riprendere in mano valori e storie che negli ultimi tempi rischiavano di andare perduti.
Nelle pagine del libro gli stili, le storie, le linee e i colori delle favole danno vita a personaggi variegati, come il piccolo Mohammed, in lotta con la mostruosa Ghoula che gli ha mangiato mamma e papà; la mamma capra Anasiye, che con le sue corna d’oro uccide il lupo e salva i suoi capretti; la dispettosa volpe del deserto Huseini, ancora in fuga da un lupo arrabbiato che non ha gradito l’essere stato preso in giro.
Il progetto, iniziato a gennaio 2013, ha visto coinvolti 500 bambini beduini di 10 diverse comunità in tutta la Cisgiordania, 30 insegnanti palestinesi, sei artisti palestinesi e italiani e 20 insegnanti di scuole ed asili italiani. Uno scambio interculturale che ha permesso di avvicinare mondi solo apparentemente lontani.
Gli autori hanno lavorato su due livelli: uno informale, tramite la promozione alla lettura con il Bibliobus, libreria mobile che ha viaggiato in diverse comunità beduine, portando ai bambini libri e attività ricreative che non li facessero sentire isolati. E uno formale, con un percorso di formazione per gli insegnanti palestinesi che lavorano nelle scuole beduine, attraverso la metodologia dell’arte e il processo di apprendimento partecipativo.
E' stato organizzato un laboratorio di scrittura creativa per due mesi, durante il quale si è risposto ad alcune domande, quali: come si racconta una storia? Quali sono gli strumenti per farsi ascoltare? Come utilizzare il corpo, la respirazione, il cambio di tonalità? Sono poi seguiti laboratori di illustrazione con sei illustratori: tre italiani (Giulia Orecchia, Emanuela Bussolati e Dario Cestaro) e tre palestinesi (Lubna Taha, Anastasia Qarawani e Abdallah Qarawiq). I bambini hanno chiesto ai loro genitori di raccontare le storie tradizionali e le hanno poi riportate nei laboratori al poeta Anas Abu Rahma e a Denis Asaad, la narratrice (hakawatia, figura centrale nelle comunità beduine). È nato così un nuovo dialogo con la famiglia e i bambini si sono sentiti portatori di quei valori tradizionali che rischiavano di andare perduti. Non solo: si sono sentiti orgogliosi di essere beduini, consapevoli dell’unicità e della ricchezza della loro cultura”, racconta Natalia Fais, project manager in loco per Vento di Terra.
Insieme al libro, i bambini beduini di Wadi Abu Hindi e Anata hanno anche girato un film, “I saggi abitanti del deserto”. Con la supervisione di artisti italiani e palestinesi – Ahmad Bakri, Pietro Bellorini e Marianna Bianchetti – è nato un documentario di 30 minuti in cui i bambini mostrano la ricchezza della natura e raccontano la necessità e la bellezza di vivere in armonia con animali e piante, un messaggio che arriva facilmente al cuore dei bambini di tutto il mondo.
Per ricevere il libro “Fiabe tradizionali raccontate dai bambini beduini ai bambini del mondo”? Scrivi a ventoditerra@ventoditerra.org o chiama il numero 02.39.43.21.16


sabato 24 maggio 2014

Requiem dal sottosuolo




Lettera43.it

301: questo è il numero delle vittime della tragedia avvenuta in miniera. Siamo a Soma, in Turchia. E il popolo si mobilita, si alza il livello di rabbia contro il governo di Erdogan accusato di non aver garantito norme di sicurezza adeguate in nome del guadagno perchè, a seguito della privatizzazione della miniera, il costo di una tonnellata di carbone è sceso a 24 dollari - contro i precedenti 130 - e tutto sulla pelle dei lavoratori. E allora anche Smirne, Ankara, Istanbul si uniscono a Soma, alle famiglie dei minatori, tutti cittadini che non accettano di barattare le proprie vite e quelle dei propri cari in nome di una modernità che arricchisce pochi e potenti e annienta gli altri. La risposta della polizia è stata dura: i manifestanti sono stati caricati con gas lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua.
I dirigenti della società privata, la Soma Komur, che gestiva l'impianto avevano tentato una difesa, affermando di non essere stati negligenti perchè gli impianti erano a norma e controllati: ma a distanza di pochi giorni, sono partiti i primi arresti. Circa venti persone, tra dirigenti e responsabili tecnici, e per tre di loro l'accusa provvisoria è di omicidio plurimo colposo.
Abbiamo già affrontato tante, troppe volte, il tema delle morti sul lavoro: con il film di Costanza Quatriglio dal titolo Con il fiato sospeso, con il romanzo La fabbrica del panico di Stefano Valenti, con il pezzo sugli operai cinesi che persero la vita nel rogo di Prato e altre situazioni che abbiamo riportato, di volta in volta, nei nostri articoli o attraverso le parole, i ricordi, le testimonianze di chi ci ha rilasciato le interviste.
In ogni parte del mondo le regole spietate del capitalismo mietono vittime, rubano le esistenze di donne, uomini, spesso anche bambini. Non è mai sufficiente continuare a ripetere che le regole del mercato vanno cambiate, che non ci possono più essere persone di serie A e persone di serie B e che ricominciare dall'etica e dall'umanità sarebbe l'arricchimento più grande.


venerdì 23 maggio 2014

Falcone, Borsellino e l'amore della signora Agnese






Era il 23 maggio 1992 quando un bomba fece saltare in aria l'auto su cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e i ragazzi della scorta. Dopo poche setimane, il 19 luglio, il destino era segnato anche per il giudice Paolo Borsellino e altri poliziotti che cercavano di proteggerlo.



Il nostro impegno deve essere costante nel ricordare il sacrificio di tutti coloro che hanno lottato contro la crminialità organizzata – ciascuno a suo modo – perchè queste persone hanno lottato anche per noi. Il loro impegno, quindi, deve essere anche il nostro per ripristinare la cultura della legalità, dell'onestà e della giustizia.



Ecco, quindi, che vogliamo onorare la memoria di Borsellino e di sua moglie, la Signora Agnese Piraino Leto che ci ha lasciati da poco, suggerendo la lettura del libro Ti racconterò tutte le storie che potrò, scritto dal giornalista Salvo Palazzolo con la signora Agnese, edito da Feltrinelli. Un testo importante e intimo che racconta l'etica di un uomo, ma anche l'amore di una coppia e il calore di una famiglia.

 



Abbiamo rivolto alcune domande a Salvo Palazzolo che ringraziamo di cuore per averci concesso l'intervista.


Perchè la signora Leto Borsellino ha deciso di regalare ai lettori una storia così personale?


La signora Agnese sapeva di avere un terribile male, sapeva di non avere più molti giorni da vivere. Eppure, non rinunciava a partecipare alla vita del paese. E si arrabbiava quando sentiva che i magistrati di Palermo e Caltanissetta erano minacciati con delle pesanti lettere anonime. “Non arrivano dalle celle dei mafiosi – mi disse il giorno in cui ci incontrammo, nel febbraio dell’anno scorso – ma da uomini infedeli delle istituzioni”. Ecco perché Agnese aveva deciso di scrivere, per accendere i riflettori su una situazione drammatica: “Quelle minacce puntano a creare un clima di tensione – mi disse ancora - è lo stesso clima che ho vissuto prima della morte di Paolo”. Così, iniziò il suo racconto, “il racconto delle tante vite che ho vissuto” ripeteva lei: “E’ un racconto che dovrà dare forza e speranza, perché non si ripeta più l’incubo delle stragi mafiose”.


Un romanzo, un saggio, una denuncia. Come sono stati gli anni successivi a quel tragico 19 luglio 1992?


Per Agnese Borsellino sono stati anni di grande impegno civile, per chiedere verità sui delitti di mafia rimasti impuniti. Diceva: “La verità appartiene a tutti gli italiani, ecco perché non possono essere solo i magistrati a cercarla”. Dopo quel drammatico 1992, tanto si è fatto per arrivare alla verità, ma tanto è stato ostacolato, proprio sulla morte di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta: non sappiamo ancora chi ha messo in atto quel terribile depistaggio del falso pentito Scarantino, di certo un depistaggio istituzionale che nasconde ancora alcuni degli autori della strage di via d’Amelio.


La signora parla apertamente di una telefonata di Francesco Cossiga in cui si fa riferimento ad un colpo di Stato: ci può spiegare meglio quel momento e il senso di quella telefonata?


E’ uno dei misteri che Francesco Cossiga si è portato nella tomba. Se lo chiedeva anche Agnese, e l’ha scritto nel libro: “Cosa volesse dirmi esattamente con quelle parole non lo so”. E ha aggiunto: “Però, la voce di Cossiga non la dimenticherò mai: via d’Amelio è stata da colpo di Stato, così disse. Evidentemente, voleva togliersi un peso. Dunque, qualcuno sa”. Scrive proprio così la signora Borsellino: “Qualcuno ha sempre saputo, e non parla. È un silenzio diventato assordante da quando i magistrati di Caltanissetta e di Palermo hanno scoperto ciò che Paolo aveva capito: in quella terribile estate del 1992 c’era un dialogo fra la mafia e lo Stato. Ma ancora non sappiamo in che termini, e soprattutto non conosciamo tutti i protagonisti”.


Lucia, Manfredi e Fiammetta sono i figli della signora Agnese e di Paolo Borsellino: quale il rapporto con un padre diventato, suo malgrado, un eroe civile?

Loro portano nel cuore e nella mente il ricordo di un papà premuroso, sensibile, un papà giocherellone, che amava raccontare storie sempre divertenti. Nel suo libro, Agnese ha voluto lasciarci il ritratto di una famiglia normale, che ha saputo sempre trovare dentro di sé la forza di reagire ai momenti difficili: all’inizio degli anni Ottanta, Paolo Borsellino aveva iniziato la sua vita blindata, per istruire con Giovanni Falcone e con gli altri colleghi del pool il primo maxiprocesso alle cosche. Erano gli anni in cui Cosa nostra avviava la grande mattanza a Palermo. Paolo Borsellino trovava una grande forza proprio nella sua famiglia.



Qual è l'appello che la signora Leto Borsellino ha voluto lanciare con questo libro?


Agnese ha lasciato a tutti noi un incarico importante: quello di raccontare le storie della nostra terra. Storie, come quella di Paolo Borsellino, che ha fronteggiato l’organizzazione Cosa nostra sforzandosi innanzitutto di capire le ragioni del fenomeno, che è così subdolo per le sue complicità all’interno delle istituzioni e della società civile. Agnese ci invita a raccontare le tante storie di ribellione e riscatto che ci sono nelle nostre città, storie spesso sconosciute o dimenticate. Credo che questo ci abbia voluto dire lasciandoci un grande racconto di speranza.




giovedì 22 maggio 2014

La Nigeria in scacco


Due atroci attentati hanno colpito ancora la Nigeria. La mano armata è quella della cellula terroristica di Boko Haram probabilmente in risposta all'attenzione internazionale sul rapimento delle centinaia di studentesse nella zona a Nord-Est del Paese. Almeno 118 le vittime delle due autobombe esplose nello Stato di Jos, Stato centrale della Nigeria. Ma non è detto che il computo dei corpi sia terminato.

Intanto prosegue la mobilitazione mondiale per la liberazione delle ragazze: l'Amministrazione comunale della città di Milano ha esposto uno striscione sulla facciata di Palazzo Marino e, ieri 21 maggio 2014, dalle 12.30 alle 13.30 si è tenuto un momento di riflessione e di preghiera presso il Tempio Civico; un momento voluto anche dal Forum delle religioni di Milano in cui si è rivolto un pensiero anche ai lavoratori della miniera di Soma, in Turchia, e alla giovane mamma sudanese in prigione perchè cristiana.

Elisabetta strada, la prima firmataria presso il Comune di Milano ha affermato: “ Milano si aggiunge al coro di voci che, in tutto il mondo, stanno chiedendo la liberazione delle ragazze nigeriane, rapite perché volevano studiare. Con l’adesione a #bringbackourgirls chiediamo fermamente anche che la comunità internazionale si impegni per mettere fine a queste violenze e che il Ministero degli Esteri intervenga con il Governo della Nigeria affinché venga posta fine a questa terribile tragedia che coinvolge tante ragazze e giovani donne". E noi invitiamo tutti i nostri lettori ad aderire alla campagna #bringbackourgirls.


Alessandra Ballerini e il saggio "La vita ti sia lieve. Storie di migranti e di altri esclusi"


L'Associazione per i Diritti Umani ha avuto la bella opportunità di intervistare Alessandra Ballerini, avvocato civilista, esperta in diritti umani e immigrazione, autrice del libro “La vita ti sia lieve. Storie di migranti e di altri eslcusi”, edizione Melampo.

Abbiamo parlato e riflettuto su molti argomenti: l'accoglienza, il ricongiungimento familiare, le condizioni di sopravvivenza dentro e fuori dai CIE, chi sono i nuovi italiani e la loro situazione giuridica e molto altro.

L'incontro si è svolto lo scorso 10 maggio, presso il Festival Center, nell'ambito del Festival del cinema africano, d'Asia e America latina.

Ringraziamo tantissimo gli organizzatori del festival e Alessandra Ballerini.



Di seguito il video che potete trovare anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani insieme a tutto il nostro materiale che abbiamo caricato per voi.
 
 
 
 








mercoledì 21 maggio 2014

I frutti del carcere

Ci è pervenuta questa comunicazione che riteniamo interessante. Se sarete a Milano...

La Cordata, i Cittadini Solari X Milano, A&I e il Comitato X Milano zona 1 sono felici di invitarvi alla 2a edizione de I FRUTTI DEL CARCERE, la mostra mercato delle produzioni carcerarie. Anche quest'anno la manifestazione si svolgerà nel giardino de La Cordata in via San Vittore 49 dalle 10 alle 19 del 24 maggio. Saranno presenti 26 espositori con prodotti che spaziano dal cibo all'abbigliamento, dall'artigianato artistico ai servizi per le aziende.
Programma della giornata: alla mattina la tavola rotonda "Dare lavoro ai detenuti: tra opportunità economica e impegno sociale"; nel pomeriggio "A che punto siamo?", intervista pubblica a rappresentanti delle istituzioni sulla situazione legislativa e le misure per l'inclusione sociale.
Durante tutta la giornata funzionerà un servizio di
caffetteria e buffet a cura di "In_Opera" cooperativa sociale.

Un grazie particolare al Trio Amadei; nel primo pomeriggio ci offrirà un intermezzo musicale con gli strumenti della Liuteria del carcere di Opera.
Il nostro
ringraziamento va infine al Consiglio di Zona 1 per il patrocinio e il contributo che hanno concesso alla manifestazione.
Aiutateci a diffondere questa iniziativa inoltrando questa email ai vostri amici e invitandoli tutti tramite Facebook e Google+.
 
Grazie e arrivederci al 24 maggio!
Il comitato organizzatore de I Frutti del Carcere
 
In caso di pioggia la manifestazione si svolgerà all'interno de La Cordata. Bus 50, 58, 68, 74, - Tram 16, 19 - MM1 Conciliazione, MM2 Sant'Ambrogio - Bikemi via San Vittore ang. via Morozzo Della Rocca

Le paure di alcuni, le difficoltà di altri



Modica, provincia di Ragusa. Alcuni giorni fa. Sessanta genitori di bambini che frequentano un istituto scolastico statale dichiarano di non voler mandare i propri figli in gita per paura che possano contrarre malattie perchè gli autobus utilizzati sarebbero gli stessi usati per trasferire gli immigrati da Pozzallo alla masseria San Pietro sistemata per dar loro i primi soccorsi. I genitori dei ragazzi sono convinti che i mezzi di trasporto non vengano disinfettati e che ci sia il rischio di contrarre scabbia, tubercolosi o anche l'Aids.
Il Consigliere comunale, Michele Colombo ha presentato un'interrogazione ufficiale al sindaco Ignazio Abbate.
Si tratta di un problema serio che va sicuramente affrontato e risolto, ma non deve diventare, questo, il pretesto per divulgare altri stereotipi su chi scappa dai propri Paesi d'origine per fame o per guerre e cerca in Europa e in Italia accoglienza e rifugio.
Come dimenticare le immagini dei migranti stipati in un cortile, nudi o semispogliati, sottoposti a getti d'acqua come se si trattasse di animali e non di persone: neanche questo può essere il modo di risolvere eventuali casi di malattie infettive e non. 
Diversa preoccupazione, invece, quella di altri genitori che a Dronero, in provincia di Cuneo, a metà aprile, boicottano la scuola dei figli perchè nelle classi elementari sono iscritti troppi bimbi stranieri.
Il preside, Graziano Isaia, uno dei più giovani dirigenti scolastici italiani con i suoi 37 anni, ha definito, quella dei genitori, come “una guerra affrontata per strada e mai nelle sedi ufficiali, condotta con poca informazione e disponibilità a risolvere i problemi”. Sempre secondo il dirigente, che si è dovuto dimettere, i motivi alla base di questa situazione sono da individuare in “sentimenti inconfessabili: lo sporco, il fastidio, il peso morto, la puzza, l'ignoranza scimmiesca. Chi si sente superiore non si vuole mescolare, è terrorizzato di essere contagiato”. Parole dure, quelle del preside, che si scontrano con quelle dei genitori che, invece di sostenere l' esempio di solidarietà, inclusione e disponibilità verso il prossimo, dicono: “...Cerchiamo il meglio per i nostri figli e la percentuale di stranieri in classe era troppo alta per permettere agli ottimi insegnanti di svolgere il loro lavoro senza rallentamenti”.
Per queste persone, quindi, sarebbe meglio costituire classi di soli alunni stranieri con insegnati mediocri e classi di soli alunni italiani con insegnanti ottimi, così sì che si garantirebbe la crescita cognitiva e affettiva dei futuri adolescenti e dei futuri cittadini.