sabato 31 maggio 2014

24° Festival del Cinema africano, d'Asia e America latina


di Ivana Trevisani

Ringraziamo tantissimo Ivana Trevisani per questo suo contributo.




Ancora una volta, anche quest'anno, la qualità della filmografia proposta dal 24° Festival Africano d'Asia e America Latina (che si è svolto a Milano dal 6 al 12 maggio 2014) ha potuto offrirci il dono di avvicinamento al vero.

Il vero della vita che il linguaggio cinematografico, se di qualità, nella sua libertà di restituzione è in grado di dire più di ogni analisi, dissertazione, speculazione, oltre ogni dilagante opinionismo.

I film proposti, sia nella cifra della fiction che del documentario, sono riusciti a dar conto del vero del vivere, proponendoci il quotidiano semplice di persone semplici, che senza eroismi ma eroicamente riescono a superare difficoltà piccole o grandi, intoppi o tragedie.

La quotidianità è il registro adottato dal siriano Mohamed Malas per restituire il dramma della guerra fratricida che sta dilaniando il suo Paese. Non è l' enfasi dell'abituale voyerismo occidentale centrato sul sangue, le ferite, i corpi morti e gli scheletri dei palazzi bombardati a renderci il dolore della guerra. A restituircelo è piuttosto ciò che ogni singola persona vive, palesato con misura, senza facile retorica dai volti e dalle lacrime dei ragazzi di una casa- cortile. La casa e il cortile dove si svolge il quotidiano dei dodici ragazzi e della padrona di casa, a cui l'eco della tragedia che si sta consumando e della sua progressiva recrudescenza giunge, giorno dopo giorno, evocata e mai espressa a reportage, dai suoni del fuori, fragore di bombe ed esplosioni, e dalle parole di chi da fuori ritorna o chiama al cellulare. Un fuori non lontano, il centro stesso di Damasco in cui è situata la casa cortile di “Ladder to Damascus”(“Scala per Damasco”) girato clandestinamente dal regista nel suo Paese.

La quotidianità tuttavia non sempre e non necessariamente deve essere segnata dal negativo, anche in situazioni di vita difficili, è il messaggio affidato dagli autori al collettivo “Stripelife – Gaza in a Day” (“Stripelife-Gaza in un giorno”). La scelta di mostrare una giornata di vita a Gaza nelle sue sfaccettature di “normalità”: giochi di ragazzi, lavoro, relazioni, ha consentito agli autori di aggirare le consuete restituzioni dell'area in cifra esclusivamente tragica, per dar conto di una capacità del vivere che permane e riesce a portare una popolazione e ogni suo singolo, oltre una situazione che pure resta drammatica, senza lasciarsene sopraffare.

Ma il quotidiano torna a farsi duro nella vita dell'interprete di “Om Amira” (“La mamma di Amira”), dell'egiziano Naji Esmail, l'infaticabile venditrice di patate fritte in una viuzza del Cairo, nei pressi della più famosa piazza Tahir. La sopportazione della durezza, della fatica, del rischio di donna sola nella notte cairota dietro il suo fornello di friggitrice, è resa possibile solo dal desiderio di salvezza della propria figlia. Ogni goccia di sudore, ogni piccolo guadagno della madre, destinati all'operazione della figlia cardiopatica, al di là di ogni esito possibile.

La forza di donna è messa al centro anche da Mario Rizzi nel suo documentario “Al intithar” (“L'attesa”), storia di ordinaria quotidianità di Eklas, vedova, madre di quattro figli, confinata nel campo per profughi siriani di Zaatari nel deserto giordano. Anche qui, mettendosi alle spalle di una vita difficile e dall'orizzonte chiuso, la protagonista riesce, giorno dopo giorno, ad affrontare e superare le difficoltà economiche e psicologiche della condizione di attesa sospesa del campo, per sé e i figli e mantenendoli in una relazione di reciproco sostegno, per proteggere il nucleo residuo di una famiglia distrutta.

La potenza femminile ancestrale è celebrata dal corto “Margelle” (“Il bordo del pozzo”) del marocchino Omar Mouldoira, dipanata dalla trasmissione del mito alle relazioni dell'oggi. nella breve ma intensa storia di un comune triangolo familiare, madre figlio padre. Ma il film, come dichiarato dallo stesso regista. vuole anche coraggiosamente proiettare un cono di luce sulla paura, pure ancestrale, che di tale potenza ha l'uomo arabo.

Anche i due cortometraggi tunisini “Les soulières de l'Aid” (“Le scarpe della festa”) di Anis Lassoued e “Zakaria”, di Leila Bouzid, ugualmente trattano delle difficoltà, delle reciproche incomprensioni nei rapporti genitori figli figlie, ad ogni latitudine, nella Tunisia d'origine come nella Francia dell'approdo migratorio.

Ma se per la figlia dell'immigrato “Zakaria”, il gruppo dei coetanei riesce a condizionarne la libertà di scelta e allontanarla, senza una motivazione realmente maturata in sé, dalla famiglia, in un altro cortometraggio firmato da Carine May e Hakim Zouhani, “La virée à Paname” (“Un giro in centro”) le difficoltà nelle relazioni familiari e con i compagni di quartiere, non fermano il giovane aspirante scrittore. Le pressioni non arrestano il cammino dell'adolescente che cerca il riscatto all'emarginazione, in una ricerca di sé che si rivela non corrispondergli, ma che ha voluto comunque tentare di esplorare.

Ancora la possibilità di lettura semplice ed immediata della realtà algerina a cinquant'anni dall'indipendenza si può trovare in “Ouine Algeria” (“Dov'è l'Algeria?”), documentario dell'algerino Lemnaouer Ahmine, e più precisamente negli incontri, qua e là nel Paese, dell'autore con pochi “esperti” e più persone comuni e familiari ritrovati. Lo stesso regista nell'incontro con il pubblico del Festival ha dichiarato come nessun analista politico o intellettuale sarebbe riuscito a spiegare in un fulmineo lucido flash, esposto da un familiare intervistato, un Algerino qualsiasi, la questione “islamismo di stato o secolarismo”, che pare inquietare più l'occidente che l'Algeria. Un cittadino comune, ma certo credente e di fervente pratica segnalata dal vistoso “callo della preghiera” in mezzo alla fronte, che dichiara la convinzione argomentata della necessaria separazione tra Stato e religione.

Ouandiè e Sosa, uniche concessioni a figure emblematiche, servono agli autori di “Une feuille dans le vent” (“Una foglia nel vento”) del camerunese Jean-Marie Teno e “Mercedes Sosa, la voz de Latinoamérica” (“Mercedes Sosa, la voce dell'America Latina”) dell'argentino Rodrigo H. Vila, per riaffermare la necessità di mantenere viva la memoria. Ernestine, figlia dell'attivista politico camerunese Ernest Ouandiè, assassinato in circostanze poco chiare e mai conosciuto da Ernestine, nell'intensa lunga intervista confessione afferma “La prima morte è quella vera, la seconda è il silenzio”, alludendo all'oblio calato sulla storia del padre e momenti oscuri archiviati della storia del Paese.

L'invito a non dimenticare è pure rinnovato ad ogni passaggio della biografia di Mercedes Sosa, non solo voce, ma presenza forte e significativa nella vita politica latinoamericana, restituita in un commovente inreccio di vita pubblica e familiare, a ricordo della storia di Mercedes e di quella dell'Argentina anche nei giorni più bui della dittatura.

Restare nel presente senza cancellare il passato e non facendosi soverchiare dal futuro, è il messaggio del visionario “Bastardo” del tunisino Nejib Belkadhi, vincitore del festival. Nessuna antenna GSM, che forse porta ricchezza economica, può rendere piena la vita, l'unica antenna che consente il vero ancoraggio a se' è la consapevolezza piena di dove siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando, sapere chi vogliamo diventare.