sabato 31 gennaio 2015

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E' in corso la nuova manifestazione che si intitola “D(i)RITTI al CENTRO!” di cui trovate il programma completo sul sito www.peridirittiumani.com.

Il sito è aggiornato TUTTI i GIORNI con articoli, approfondimenti, interviste e comunicazioni...

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Che ti sia lieve la terra: donne, stranieri e identità




"Nur tentava di rispondere con disinvoltura, ma non era a proprio agio. Continuava a ripetersi: «Questa ragazza è lesbica» e questo pensiero le rendeva difficile concentrarsi sul discorso.
Notò subito, che al contrario del 99% delle donne libanesi, non portava lo smalto e istintivamente nasco­se le proprie unghie laccate nel palmo della mano. Le guardò i piedi «niente scarpe coi tacchi» e i capelli «niente messa in piega, niente colore». Poi si accorse che stava fissando con insistenza il ciondolo che la ragazza aveva al collo, due specchi di venere intrecciati che si insinuavano nell'incavo di un seno ben fatto e abbondante".



Olivia, Irena, Nur, ognuna affronta la propria trasformazione. Tre figure che ci raccontano del presente e di memorie lontane sospese tra i Balcani, l’Italia e il Libano. Le loro storie si alternano e si intrecciano, si rincorrono lungo il bordo orientale del mar mediterraneo, tessendo una trama che unisce l’Occidente al Medioriente.



Questa la traccia per il romanzo di Camilla De Concini (Youcanprint) intitolato “ Che ti sia lieve la terra”.




Abbiamo rivolto alcune domande all'autrice e vi consigliamo di guardare il booktrailer a seguire...








Quattro donne, di cultura e nazionalità diverse, tra Occidente e Medioriente: che cos'hanno in comune?



Le quattro protagoniste del romanzo sono figure femminili forti, autonome, determinate, tre donne e una bambina che non si mettono sotto l'ala protettiva di uomo ma che agiscono e si espongono in prima persona. Tutt'e quattro si trovano a un certo punto a dover prendere in mano la propria vita e nessuna di loro si tira indietro. Le accomuna anche un profondo desiderio di verità, per Nur e per Irena si tratta di scoprire e affrontare, verità scomode che emergono dal passato, per Nima't e Olivia significa invece manifestarsi per quello che sono senza nascondere anche gli aspetti più “sconvenienti” della propria storia e identità.








Altro elemento che le unisce è il fatto di muoversi in un ambiente a volte disagevole a volte semplicemente inusuale e in qualche modo estraneo.



Irena e Nur affrontano entrambe situazioni nuove che le costringono a confrontandosi con le proprie paure e i propri limiti



la prima si mette in viaggio da sola con una pianta come unica compagna. Quando è alla guida della sua panda verde oliva sente la propria solitudine come una sorgente di forza e libertà, ma quando la vede riflessa nello sguardo degli altri la percepisce come qualcosa di triste, quasi squallida.



Nur, donna libanese e madre di una famiglia aperta ma tradizionale, inaspettatamente cerca e scopre la comunità lesbica beiruttina con un sentimento ambivalente di curiosità e disagio.



Nima't e Olivia invece vivono entrambe l'esperienza della migrazione.



La prima è arrivata in Emilia da bambina - insieme alla famiglia - fuggendo da una Beirut divisa e occupata , Olivia invece lascia improvvisamente Bologna e atterra in Libano, catapultata in una nuova vita, scopre pian piano la città, il cibo, la lingua, la gente, ripercorrendo al contrario il viaggio migratorio di sua madre.








Ognuna di loro ha subito una perdita importante e cerca quindi di ristabilire nuovo equilibrio nella propria vita. Irena Olivia e Nur hanno tutte perso una persona molto amata, il lutto è il motore che innesca un profondo processo di trasformazione.






La figure femminili del suo romanzo rovesciano anche alcuni stereotipi sulle donne arabe?



Sì, il ribaltamento degli stereotipi è parte importante dell'urgenza che ho sentito nello scrivere questo romanzo.



Che ti sia lieve la terra è nato a Beirut città che amo e in cui ho vissuto per quattro anni.



Lavorando come cooperante, prima di finire in Libano mi ero sempre detta che non volevo andare a vivere in un paese mussulmano, ero infarcita di pregiudizi nati dall'immagine tristemente stereotipata e uniformante che i nostri media diffondono sul Medioriente e sull'islam.



Pensavo che come donna mi sarei sentita terribilmente a disagio in un territorio che immaginavo oppressivo e privo di libertà per le appartenenti al mio genere e come lesbica ero certa che avrei dovuto nascondermi e fingere in tutti i miei rapporti interpersonali.



In Libano ho trovato invece anche una società civile attiva, persone in lotta per creare uno stato laico, donne forti, determinate e consapevoli e uomini rispettosi, ho scoperto una comunità di femministe e di lesbiche che mi hanno accolta e coinvolta nelle proprie pratiche politiche. Non mi aspettavo niente di tutto ciò! Questo romanzo quindi nasce anche dal desiderio di rovesciare gli stereotipi con cui sono arrivata a Beirut e di permettere alle lettrici e ai lettori di scoprire una città e un paese che non immagineremmo così.







Qual è il rapporto tra le protagoniste, gli uomini e la società ?



Ho cercato di raccontare di donne che abbiano con gli uomini un sano rapporto paritario, estranee a dinamiche di dipendenza o di possesso. Le protagoniste amano gli uomini presenti nella loro vite in maniera “pura” perché non sono legate a loro dalla necessità. Le relazioni si basano quindi su una libertà che nasce dalla scelta quotidiana e non da consuetudini, o paure.








Nima't, per esempio, ha creato con Pietro un rapporto basato sul piacere, tra loro - data la distanza fisica - non ci sono vincoli di esclusività ne' aspettative di stabilità/responsabilità. Quando rimane incinta non pretende che Pietro diventi padre ed anzi e contraria a che lui assuma quel ruolo, per un senso di dovere legato alla morale comune. Olivia ha quindi un padre biologico che considera più un amico adulto o uno zio lontano piuttosto che un genitore. Entrambe sono serene nel rapporto con lui. Le difficoltà sorgono invece nel confronto con gli altri, la loro libertà interiore si scontra con una società che tende a normare le vite private dei cittadini finendo per imporre delle etichette a volte scomode a volte dolorose sulle protagoniste e sulle loro scelte.



Anche Nur, che vive un rapporto più “tradizionale” col marito, esprime un'autonomia che le permette di confrontarsi con Nuad su ogni questione senza sentirsi vincolata a seguirne i consigli o ad abbracciarne il punto di vista. In generale tutti i personaggi del romanzo hanno costruito con gli altri rapporti di rispetto che li porta a relazionarsi positivamente tra loro anche quando non condividono le reciproche posizioni.






Nel testo è centrale il tema del viaggio e quali sono gli altri argomenti veicolati dalle storie?



Nel romanzo sono molti i temi che si intrecciano e spesso è difficile dire quali siano i temi principali e quali i secondari. Come accennavo prima sicuramente il lutto e il suo superamento è uno dei temi da cui è nato il desiderio di scrivere questo romanzo, mi interessava interrogarmi su come percepiscono oggi le persone il tempo che passa, l'invecchiamento, la morte, perché mi sembrano questioni che nell'occidente contemporaneo vengono messe da parte o addirittura negate.



Importante per me era anche parlare delle nuove forme di famiglia siano esse famiglie monogenitoriali o omogenitoriali, perché nonostante in molti contesti siano tutt'ora viste e percepite come eccezionali o problematiche, nella mia esperienza sono invece “banalmente” normali.



Nello scrivere questo romanzo mi interessava anche raccontare di conflitti, guerre, migrazioni, come di situazioni che per molte persone rappresentano la quotidianità.



Ho tentato di affrontare questi temi senza entrare nella sfera del giudizio, ma presentando invece i diversi punti di vista dei personaggi sulle questioni, non per mancanza di un'opinione personale o per evitare di “prendere posizione” quanto per invitare le lettrici e i lettori a un dialogo aperto su gli argomenti.





E' anche una riflessione su come gli stranieri vedono il nostro Paese...



È difficile per me immaginare come gli stranieri vedano il nostro paese, sono italiana e per quanto possa aver viaggiato o vissuto altrove anche per lunghi periodi, non posso negare il fatto che sono nata e cresciute qui, nel mio paese d'origine. Il fatto di aver vissuto all'estero fin da bambina però mi ha fatto incontrare “l'altro” già da piccola e spesso mi ha anche messo nella posizione di essere io “L'altro”, l'outsider. Credo che chiunque si trovi a vivere in un paese straniero porti dentro di sé la sensazione di essere straniero in ogni luogo, un sentimento che a volte rende difficile “tornare a casa” o anche solo capire dove sia “Casa”.



venerdì 30 gennaio 2015

Giustizia: lavoro, pena e reinserimento sociale: gestire condannati non è un affare privato



di Milena Gabanelli

(dal Corriere della Sera, 25 gennaio 2015)
 

"I detenuti bisogna farli lavorare", dice la legge, perché nell'occupazione c'è la miglior garanzia di riabilitazione, e infatti le statistiche dimostrano che quando nel periodo di detenzione si è svolta una regolare attività, le recidive calano drasticamente. Dentro le carceri italiane di lavoro da fare ce n'è, ma siccome - sempre per legge - il lavoro deve essere stipendiato e di soldi non ce n'è per tutti, quasi l'80% dei detenuti guarda il soffitto.

La proposta che avevo lanciato, attraverso Report e le pagine del Corriere (14 gennaio 2014), era di cambiare la norma ispirandosi agli esempi del Nord Europa o ad alcune felici esperienze del Nord America, dove l'amministrazione penitenziaria calcola lo stipendio, ma lo trattiene a compensazione delle spese di mantenimento, lasciandogli 50 euro mensili per le piccole necessità e concedendo benefici e sconti di pena. Un sistema che incentiva il detenuto a darsi da fare, favorisce il reintegro attraverso l'apprendimento di un mestiere, e consente al sistema carcerario di non gravare sulle casse dello Stato.

Poi ci sono gli affidati in prova al servizio sociale, che invece scontano la pena svolgendo attività a titolo gratuito presso enti pubblici, parrocchie, associazioni di volontariato. Significa che, se io sono un privato e ho un'impresa edile, non posso prendermi un condannato a una misura alternativa e farlo lavorare gratis. Nella realtà italiana però i controlli sono pochi, mancano i progetti e alla fine il condannato autocertifica la propria "attività riparatrice".

Inoltre, a differenza degli esempi stranieri, dove, anche in questi casi ad occuparsi del problema è l'amministrazione penitenziaria, che decide e organizza i lavori di pubblica utilità, in Italia abbiamo preferito coinvolgere le cooperative sociali, tra cui anche quelle finite nell'inchiesta mafia capitale. Partendo dalla mia proposta, Letizia Moratti, persona sensibile al mondo del volontariato, ma anche attenta imprenditrice, ha lanciato la sua (19 gennaio scorso), citando l'esperienza della comunità di San Patrignano.

Esempio improprio poiché il tossicodipendente e il condannato non possono essere messi sullo stesso piano: il primo entra volontariamente in comunità e volontariamente ne esce, il secondo no. La sua proposta è quella di sollecitare il ministero della Giustizia ad accogliere il progetto che ha presentato insieme a Banca Prossima, del gruppo Intesa San Paolo, e ad altre realtà del mondo non profit. Il progetto si propone di accogliere mille detenuti in regime di esecuzione esterna della pena, e garantirebbe, secondo l'ex sindaco di Milano, il reinserimento lavorativo, facendo risparmiare allo Stato 200 milioni di euro.

Ora, il reinserimento è una promessa, e non una garanzia, mentre il risparmio di 200 milioni non si capisce da dove salti fuori, visto che, in questo caso, il condannato in carcere non ci andrebbe comunque. La Moratti intende forse sostituirsi ai servizi sociali? L'operazione si finanzierebbe con l'emissione di Sib (Social Impact Bond): una specie di obbligazione che ha un rendimento solo quando vengono raggiunti specifici risultati sociali.
Ma il Sib è considerato un prodotto finanziario altamente speculativo, dove il risparmiatore che investe rischia di rimetterci i suoi soldi perché i risultati potrebbero anche non esserci. E come si misurano i risultati? Attraverso un accordo fra le parti (ovvero lo Stato e la "Moratti Holding") nel quale è definito il criterio di "impatto sociale" positivo delle attività del progetto, a date scadenze. Intenderebbe quindi riunire altre cooperative sociali, finanziarsi con i Sib, per gestire i condannati non pericolosi, farli lavorare gratis e rientrare dei costi vendendo il prodotto del loro lavoro? Se la sostanza è questa, si aprirebbe la strada alla privatizzazione del disagio sociale, con inevitabile speculazione privata del lavoro del condannato. Una pericolosa deriva, dove lo Stato, per incapacità organizzativa, abdica al proprio ruolo.
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L'Associazione per i Diritti Umani segnala lo spettacolo "Questa immensa notte" di Clohe Moss per la regia di Laura Sicignano,  in scena al Teatro Filodrammatici di Milano fino all'8 febbraio. 02 367227550

Hanno condiviso la cella, ma quando escono di prigione non sanno come sostenere l'amicizia al cospetto della nuova, fragile libertà ottenuta. Una storia al femminile sul carcere e su come, una volta entrati, sia impossibile uscirne. anche quando la galera è alle nostre spalle. In scena: Orietta Notari e Raffaella Tagliabue.

giovedì 29 gennaio 2015

Esposto all'autorità nazionale anticorruzione: contro il Centro di raccolta Rom


L’Associazione 21 luglio ha presentato un esposto all’Autorità Nazionale Anticorruzione, guidata dal presidente Raffaele Cantone, per accertare la trasparenza degli atti che hanno portato all’apertura e al funzionamento del Centro di raccolta rom “Best House Rom”, situato a Roma in via Visso 12.



Il centro, classificato dall’Agenzia del territorio come struttura riservata per deposito di merci, è gestito dalla Cooperativa Inopera, nata alla fine del 2008.



Il 6 luglio 2012, con una determinazione dirigenziale a firma di Angelo Scozzafava, ex direttore del Dipartimento Promozione delle Politiche Sociali e della Salute di Roma Capitale, oggi indagato per associazione di tipo mafioso e corruzione aggravata, il Comune di Roma, con affidamento diretto, ha assegnato alla Cooperativa il servizio di accoglienza dei rom sgomberati dall’insediamento di via del Baiardo e di Castel Romano.



Il 16 dicembre 2013, con una nuova determinazione dirigenziale, l’Assessorato alle Politiche Sociali di Roma Capitale ha disposto un ampliamento dell’accoglienza per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dal «villaggio attrezzato» di via della Cesarina.



I locali del “Best House Rom”, dove in questi anni sono stati accolti giornalmente circa 300 rom – tra cui 160 minori – oltre a non garantire la metratura minima prevista dalla legge, non sono dotati di finestre o punti luce dai quali possano filtrare l’aria e la luce naturale.



Il 12 novembre 2014 la senatrice Manuela Serra, membro della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato, dopo aver visitato la struttura aveva dichiarato alla stampa: «Qui mancano i diritti umani, è un anno che ci occupiamo di campi rom, e non ho mai visto niente del genere. Qui le persone sono terrorizzate dal parlare con l'esterno».



Nonostante il “Best House Rom” non rispetti i requisiti strutturali e organizzativi previsti dalla normativa regionale che regola l’apertura e il funzionamento delle strutture socio-assistenziali nella Regione Lazio, la struttura continua ad accogliere famiglie rom con costi elevatissimi. Nel 2014 la gestione del Centro è costata all’Amministrazione Comunale una cifra stimata superiore ai 3 milioni di euro.



«Alla luce della documentazione allegata all’esposto – afferma l’Associazione 21 luglio - spetterà all’Ufficio diretto da Raffaele Cantone stabilire se procedere con un’attività di vigilanza sul “Best House Rom”, una struttura priva delle adeguate autorizzazioni, dal costo economico apparentemente spropositato per il servizio offerto, in cui sono violati sistematicamente i diritti umani delle donne, degli uomini e dei bambini rom che vi vivono».





«Nel centro di accoglienza “Best House Rom" è in atto una sistematica violazione dei diritti umani. Circa 300 rom, di cui più della metà minori, vivono in una condizione di segregazione abitativa e sociale. La struttura, priva di finestre e punti luce, va chiusa così come vanno superati i “campi rom” attraverso l’individuazione dei percorsi di inclusione sociale previsti dalla Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, dei Sinti e dei Caminanti in Italia".



Lo affermano, in una nota congiunta, Luigi Manconi e Manuela Serra, della Commissione Diritti Umani del Senato, Carlo Stasolla, dell’Associazione 21 luglio, e il consigliere di Roma Capitale Riccardo Magi, dopo essere tornati oggi al “Best House Rom”, nella periferia est della Capitale.



Alla visita ha preso parte anche l’Assessore alle Politiche Sociali di Roma Capitale Francesca Danese che ha definito il centro «un mostro, una bruttura figlia delle proroghe dietro le quali si è insediato il malaffare».



«In questo edifico, in stanze piccolissime dove vivono anche fino a dodici persone, ammassate, ci sono bambini che non possono vedere la luce del sole perché non esistono finestre – ha detto Francesca Danese -. Il centro, che ha costi altissimi per l’amministrazione comunale, oltre 700 euro al mese a persona e che non possiede i requisiti igienico-sanitari, deve essere chiuso. Mi sto preoccupando di trovare un sistema di accoglienza rispettoso dei diritti delle persone e stiamo effettuando un monitoraggio al riguardo. Entro un paio di mesi conto di sistemare tutto».



Il “Best House Rom” è uno dei quattro centri di raccolta, riservati a soli rom, gestiti dal Comune di Roma. Inaugurato nel 2012 per accogliere le famiglie rom sgomberate dagli insediamenti informali, nel dicembre 2013 è stato ampliato per consentire l’ingresso dei 150 rom sgomberati dall’ex “villaggio attrezzato” di via della Cesarina. Il centro presenta spazi angusti e inadeguati, non ci sono finestre né punti luce per il passaggio dell’aria e della luce naturale all’interno di stanze dove vivono in media cinque persone. Il Comune di Roma ha speso nel 2014 per questa struttura quasi 3 milioni di euro.



Sul “Best House Rom” si era di recente espresso anche il sindaco Ignazio Marino, in una lettera indirizzata a Carlo Stasolla e a Riccardo Magi, che avevano iniziato uno sciopero della fame, impegnandosi «a trovare una soluzione alternativa per le donne, gli uomini e i bambini che oggi vivono in condizioni non dignitose».



«È più che mai urgente - affermano Manconi, Serra, Stasolla e Magi - chiudere al più presto questa struttura e avviare percorsi di inclusione sociale rivolti alle persone che lì vivono. Si tratterebbe del primo, concreto passo verso una nuova politica della città di Roma nei confronti delle comunità rom, private finora di ogni opportunità e segregate nei campi».


mercoledì 28 gennaio 2015

La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell'Argentina di Bergoglio


 
 
 

La nazione cattolica. Chiesa e dittatura nell'Argentina di Bergoglio di Loris Zanatta, edito da Laterza, indaga l’intreccio di storia politica e religiosa in Argentina, dagli anni Sessanta fino all’ultima dittatura militare, e scopre che all’origine della sua storia è il mito di una nazione cattolica: cattolica si proclamava la dittatura del 1966, cattolica e cresciuta nelle parrocchie era la guerriglia, cattolico il peronismo tornato al potere nel 1973, cattoliche le sue fazioni in guerra tra loro, fino al regime cattolico che pretesero di incarnare i militari giunti al potere nel 1976. Solo allora, dinanzi alla tragedia, una parte crescente della Chiesa e degli argentini iniziò a scoprire le virtù della laicità, della democrazia politica e dello Stato di diritto.







Abbiamo rivolto alcune domande al Prof. Loris Zanatta e lo ringraziamo per il tempo che ci ha dedicato.






Quali sono le radici - culturali e politiche – in cui affonda quel Male che ha portato alla dittatura e alla violenza atroce nei confronti degli oppositori al regime?



Quando una comunità politica, come quella argentina negli anni ’60 e ’70 del XX secolo, precipita in una spirale di violenza politica simile a una guerra civile, è lecito ipotizzare che qualcosa, nella edificazione di quella comunità, non abbia funzionato. Naturalmente la diagnosi di cosa non abbia funzionato suole variare a seconda di chi la enuncia. Taluni metteranno l’accento sui deficit di sviluppo economico, altri sulla fragilità delle istituzioni politiche, altri ancora sugli eccessivi scarti tra un ceto sociale e l’altro, altri ancora andranno alla ricerca di cause esogene. E’ probabile che tutte tali prospettive contengano una parte della spiegazione, che non può mai essere univoca. La mia ricerca interpreta la caduta sul piano inclinato della violenza politica dell’Argentina di quegli anni alla luce del rapporto che nella sua storia si è determinato tra sfera politica e sfera religiosa. E’ lì, a mio giudizio, che risiede il nucleo più profondo dell’intolleranza ideologica esibita allora dai più potenti attori politici argentini: le Forze Armate, le cui atrocità sono ben note, e le varie anime del movimento peronista, anch’esse animate dal demone della violenza politica, di cui è rimasta però scarsa memoria.





Il suo libro riflette, in particolare, sul legame tra Stato e Chiesa, tra politica e clero...



Proprio così. Detto in estrema sintesi, quel che è accaduto in Argentina è che la sfera politica ha stentato a conquistare autonomia dalla sfera religiosa, la quale ha così continuato a proiettatore la sua tipica logica manichea su di essa al punto di trasformare i fisiologici conflitti politici di una società pluralista in vere e proprie guerre di religione. Se ciò è avvenuto in Argentina più che altrove si deve essenzialmente a due ragioni storiche. La prima è di tipo tradizionale: come colonia ispanica, l’Argentina condivide con gli altri paesi latinoamericani un lungo passato in cui unità politica e unità religiosa si sono sovrapposte. Ciò implica una maggiore difficoltà nel delicato passaggio dall’unanimismo religioso del passato al pluralismo politico della modernità. Ma a ciò si aggiunge in Argentina un secondo, esplosivo e peculiare elemento: nessun paese al mondo è stato altrettanto rivoluzionato dai flussi immigratori quanto lo fu l’Argentina a cavallo tra Otto e Novecento. L’alluvione immigratoria, com’è stata spesso chiamata, generò un viscerale problema identitario, perlopiù risolto individuando nella religione cattolica il fondamento ultimo dell’unità e dell’identità argentine. Proprio mentre il paese transitava verso una maggiore modernità economica e una rapida diversificazione politica e ideologica, dunque, l’ossessione identitaria imposta dall’immigrazione indusse il grosso della sua popolazione a cercare riparo in una rinnovata forma di unanimismo: il mito della nazione cattolica. Il trionfo peronista negli anni ’40, ossia di un movimento popolare e maggioritario nel paese che riteneva proprio di incarnare quell’unanimità, sancì il trionfo di quel mito, ma anche la tomba della democrazia rappresentativa di tipo liberale. La successiva egemonia che peronisti da un lato e militari dall’altro si disputarono da allora in poi verteva proprio su chi meglio incarnasse quel mito; su chi cioè fosse il migliore e più fedele custode della cattolicità argentina.




Nella situazione di allora, che spazio aveva lo Stato di diritto?



Lo Stato di diritto fu la grande vittima della storia politica e religiosa argentina. Laddove s’impone un principio di unanimità qual era quello postulato dal mito della nazione cattolica, il principio di pluralità e di tutela dei diritti individuali e delle minoranze che lo Stato di diritto è chiamato a garantire svanisce. Difatti, tutti i principali attori del dramma argentino – militari e guerriglieri, sindacalisti e movimenti studenteschi – non si batterono in nome dello Stato di diritto e della Costituzione, ma di ideali che ritenevano li trascendessero: Patria o Socialismo, Nazione o Rivoluzione. Al cospetto di simili ideali di redenzione, l’individuo e i suoi diritti apparvero loro sacrificabili, così come la divisione tra poteri tipica del costituzionalismo liberale figurava agli occhi di tutti loro d’intralcio alla piena affermazione della volontà del Popolo, in nome di cui affermavano di combattere; Popolo inteso come una comunità unanime. Tra tanti assoluti ideologici, ogni forma di limite legale e istituzionale rimase schiacciato, almeno fino a quando la spirale della morte non raggiunse livelli tali da fare rinsavire una crescente parte della società argentina, che agli inizi degli anni ’80 iniziò a sottolineare l’importanza in sé, senza aggettivi né corollari ideologici, dello Stato di diritto e della democrazia politica.




E qual è oggi la situazione, a distanza di quasi quarant'anni, in termini di giustizia, legalità e diritti, considerando anche le crisi economiche che hanno spezzato il Paese?



Nonostante i passi in avanti compiuti dall’Argentina dal ritorno alla democrazia nel 1983 ad oggi, non si può dire che lo Stato di diritto vi goda di buona salute né che il retaggio unanimista un tempo associato al mito della nazione cattolica sia del tutto svanito. A tale proposito, e al di là dei vari fattori che rendono spesso precaria o carente la vigenza dello Stato di diritto – pressioni del potere esecutivo su quello giudiziario, estese aree di marginalità, attacchi alla libertà di stampa, corruzione e narcotraffico - s’è verificato in Argentina un fenomeno piuttosto peculiare e poco noto all’opinione pubblica internazionale. Si tratta, per dirla in breve, della trasformazione del sacrosanto tema dei diritti umani, per loro natura universali, in monopolio di una parte politica. L’ala kirchnerista del peronismo suole usarlo come un randello ideologico per imporre in modo unilaterale la sua interpretazione del passato e delegittimare le opposizioni, al punto di avere trasformato i più fedeli movimenti per i diritti umani, da espressione della società civile quali erano un tempo in apparati ideologici dello Stato. Detto altrimenti: il governo di Cristina Kirchner ha trasformato i diritti umani in una nuova bandiera unanimista, riproducendo i vizi che già in passato avevano minato lo Stato di diritto in Argentina.

martedì 27 gennaio 2015

Un appello importante per un memoriale


L'Associazione per i Diritti Umani, per i 70 anni dalla fine dell'orrore della Shoà, aderisce al seguente appello:


APPELLO PER IL MEMORIALE ITALIANO AD AUSCHWITZ


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Data: 2014-11-23Autore: Gherush92

FIRMA ED INVIA IL TESTO SOTTOSTANTE A:
segrmin.gentiloni@esteri.it; presidente@pec.governo.it; ambaroma@msz.gov.plgherush92@gmail.com


​​​​​On.le Paolo Gentiloni
Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale
segrmin.gentiloni@esteri.it

On.le Matteo Renzi
Presidente del Consiglio
presidente@pec.governo.it

S.E. Woiciech Ponikiewski
Ambasciatore della Repubblica di Polonia in Italia
ambaroma@msz.gov.pl


Premesso che:

- il Memoriale Italiano di Auschwitz ricorda e celebra tutti gli italiani, donne e uomini ebrei, rom, omosessuali, dissidenti politici, deportati nei campi di concentramento nazisti, fra i quali gli stessi autori dell’opera d’arte;

- il Memoriale, e la sua collocazione nel Blocco 21, possiede un alto valore artistico, educativo e di testimonianza diretta;

- il Memoriale è stato ideato e realizzato contestualmente alla dichiarazione di Auschwitz sito UNESCO 1979, e, facendone parte integrante, va considerato patrimonio mondiale dell’umanità;

- strappare il Memoriale dal suo contesto naturale, il campo di sterminio di Auschwitz, per trasferirlo altrove coincide con la distruzione dell’opera e del suo significato;

- i motivi ideologici e politici, che hanno portato alla censura e alla chiusura del Memoriale e che spingono verso la sua rimozione, sono anacronistici ed inammissibili: con essi si cancellano dati e responsabilità storiche, incontrovertibili, dello sterminio e della liberazione, di cui il Memoriale stesso è un documento;

- ravvedo nella rimozione del Memoriale violazioni dei Diritti Umani, del Diritto Internazionale, del Diritto di Proprietà Intellettuale e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nonché una violazione della Convenzione Internazionale per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale dell’UNESCO e un crimine di distruzione di beni culturali ed artistici.

Chiedo che:
Il Memoriale non venga rimosso dal Blocco 21 del Campo di Sterminio di Auschwitz, sua parte integrante, e che venga immediatamente riaperto al pubblico, restaurato e integrato con apparati didattici esplicativi e congrui.

Gherush92 Committee for Human Rights
gherush92@gmail.com

Accademia di Belle Arti di Brera

Deportati per omosessualità





Partiamo da un film: Paragraph 175 è un documentario, diretto da Rob Epstein e Jeffrey Friedman, che raccoglie la testimonianza di diversi uomini e donne che furono arrestati dai nazisti per omosessualità in base al paragrafo 175, la legge contro la sodomia del codice penale tedesco, che risaliva nella prima stesura al 1871, e che fu inasprito dai nazisti.
Tra il 1933 e il 1945, 100.000 persone furono arrestate in base al paragrafo 175.
Alcuni di essi vennero imprigionati, altri mandati in campo di concentramento. Solo 4.000 sopravvissero.
Fino al 2000 erano ancora in vita meno di dieci di questi uomini: cinque di loro raccontano, nel documentario, la propria esperienza. Queste testimonianze sono considerate le ultime del Terzo Reich.



 





L'elemento fondante della Shoà fu quello proprio di ogni forma di razzismo: l'intolleranza nei confronti dell' “Altro a sè” e questa intolleranza fu esasperata dal nazismo fino alle estreme conseguenze. “Altro da sè”, quindi, furono considerate, ad esempio, le persone appartenenti ad etnie “inferiori” (i Rom, Sinti e Caminanti ad esempio), oppure gruppi di individui, come gli omosessuali.



Secondo la mentalità nazista l'omosessualità era considerata una devianza sì e anche una malattia contagiosa (come ancora oggi si sente affermare da qualcuno), guaribile in pochi casi, almeno per coloro per la quale non era una condizione innata. Numerose le testimonianze di medici e di “pazienti” su esperimenti e test attraverso la somministrazione di ormoni; ma le “terapie” prevedevano anche incontri con prostitute o lavori forzati massacranti per vedere se potessero riportare all'eterosessualità.



All'interno dei campi di concentramento gli omosessuali venivano classificati secondo tre categorie: gli incalliti (quelli che amavano ricamare, come primo segno della loro “devianza”), gli irrequieti (quelli ambigui) e i problematici (ma recuperabili dal punto di vista psicologico). Gli omosessuali uomini a cui venivano somministrate dosi massicce di ormoni o sottoposte alle altre “cure” considerate efficaci, morirono in una percentuale dell'80% e il restante 20% non cambiò il proprio orientamento.



L'omosessualità maschile si differenziava da quella femminile in quanto “ad essere danneggiata è la fertilità poiché, usualmente, costoro non procreano...Il vizio è più pericoloso tra uomini piuttosto che tra donne”. Nel 1935, un anno prima la promulgazione delle leggi razziali, il governo nazista scrisse il Paragraph 175 e vi si legge: “ Un uomo che commetta un atto sessuale contro natura con un altro uomo o che permetta ad un altro di commettere su di sé atti sessuali contro natura sarà punito con la prigione. Qualora una delle due persone non abbia compiuto i ventun anni di età al momento dell'atto, la Corte può, specialmente nei casi meno gravi, astenersi dall'irrogare la pena”.



Ma ricordiamo che, alla base delle pratiche naziste contro l'omosessualità, vi era una concezione semplicistica e conservatrice della natura umana, strumentalizzata a fini politici e di gestione del potere: l'uomo doveva combattere e la donna generare affinchè il popolo tedesco potesse moltiplicarsi. Ecco perchè, a confermare questa ideologia aberrante, si legge nei documenti del Partito nazista: “ E' necessario che il popolo tedesco viva. Ed è solo la vita che può lottare perchè vita significa lotta. Si può lottare soltanto mantenendo la propria mascolinità e si mantiene la mascolinità con l'esercizo della disciplina specie in materia di amore. L'amore libero e la devianza sono indisciplina...Per questo respingiamo ogni forma di lascivia, specialmente l'omosessualità, perchè essa ci deruba della nostra ultima possibilità di liberare il nostro popolo dalle catene che lo rendono schiavo”.



In questa dichiarazione delirante, le parole “vita e amore” sono usate in maniera impropria: ed è questa la vera devianza.







lunedì 26 gennaio 2015

Nuovi desaparecidos: Stragi di migranti e richiedenti asilo – un quadro generale




di Enrico Calamai, Portavoce del Comitato Verità e Giustizia per i nuovi desaparecidos



L’inizio del 2014 è stato segnato, anche a livello mediatico, dall’operazione Mare Nostrum, avviata dalla Marina Militare italiana dopo la strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013 (366 morti e 20 dispersi, numero, quest’ultimo, per necessità di cose approssimativo) e interrotta il 1 novembre 2014, con un saldo ufficiale di 167mila vite salvate, cui sono da aggiungere, per completezza di informazione, i 3600 morti di cui si è avuta notizia e che hanno attribuito al Mediterraneo il poco invidiabile primato di area di confine a più alto tasso di mortalità nel mondo.

Alla luce dell’entità di tali cifre, appare ipotizzabile che la stima di ventimila morti nei vent’anni antecedenti i Mare Nostrum, di cui si è parlato finora, possa costituire una approssimazione eccessivamente per difetto. Tanto più che ad essa andrebbero sommate le morti avvenute nei Paesi di transito fino alle sponde africane del Mediterraneo, di cui poco o nulla si sa.

Il 2014 è stato anche l’anno in cui ci siamo costituiti in Comitato “Verità e Giustizia per i Nuovi Desaparecidos”, una piccola realtà associativa aperta a familiari delle vittime, giuristi, giornalisti ed esponenti della società civile, che si propone come obiettivo primario di porre al più presto fine alle stragi di migranti e richiedenti asilo.

Arrivati a fine anno, appare opportuno tentare di tracciare un primo quadro sia della problematica in generale, che della nostra neonata attività.



  1. Breve introduzione



Negli ultimi settant’anni la comunità degli Stati ha elaborato un corpus giuridico in materia di promozione e tutela dei diritti umani, che è andato acquistando peso sempre maggiore nell’ambito del diritto internazionale. Gli stessi Stati continuano tuttavia a calpestarli, sia a livello di politica interna, nel loro elefantiaco funzionamento quotidiano, che nel loro operare a livello di politica estera, con criteri ancora riconducibili alla realpolitik.



Ciò vale anche per le cosiddette democrazie avanzate del mondo occidentale e, in particolare, per l’Italia. E’ quanto accade, da troppo ormai, nei confronti di richiedenti asilo e migranti che, non dimentichiamolo, hanno anch’essi pieno titolo al rispetto dei loro diritti fondamentali e, soprattutto, del diritto alla vita.

Furono gli albanesi, che continuavano a sbarcare a ondate in un’Italia che ritenevano ospitale perché democratica e ricca, i primi a subire increduli quel mix di astuzia, pregiudizio e violenza, anche mediatica, che sarebbe culminato nell’affondamento di un loro barcone, con tutto il carico di umanità dolente, ad opera di una nave della nostra Marina Militare.

Ma sarebbe cominciata ad arrivare dal sud del mondo, a partire dalla sponda africana del Mediterraneo, mentre Bush senior vagheggiava di un nuovo ordine mondiale, la spinta che continuamente si rinnova e ancora spaventa l’Europa opulenta del nuovo millennio e l’Occidente in generale.

Si tratta di un portato strutturale del neoliberismo, ormai imposto a scala mondiale e caratterizzato dall’asimmetria, scientifico\tecnologica in primo luogo, ma di conseguenza anche militare, economica e culturale, in cui la guerra è tornata a essere strumento praticabile e praticato, anche da parte di Stati la cui costituzione la ripudia.

Si tratta dei danni collaterali di un contesto mondiale in cui le risorse dei paesi che non si dimostrano in grado di difendere la propria sovranità, specie il petrolio, ma domani, chissà, forse anche l’acqua, vengono accaparrate da una parte di gran lunga minoritaria della popolazione mondiale, per mantenere livelli di vita, inquinamento e spreco, cui si accompagnano nel resto del mondo miseria estrema, disastri ecologici, guerre, proliferazione nucleare e degli armamenti in genere, migrazioni di massa e terrorismo.

Gli interventi in Afghanistan e Iraq, in Libia, Mali e anche quello attraverso l’opposizione in Siria, senza il quale forse l’ISIS non sarebbe esistito, sono tasselli da mettere insieme. Ne sono conseguenza diretta i disperati che da mille rotte diverse puntano verso il Mediterraneo.



  1. I macrosoggetti



La NATO, al punto 24 del Concetto Strategico del 1999, constatava che ” I movimenti incontrollati di un gran numero di persone, in particolare come conseguenza di conflitti armati, possono anche porre problemi per la sicurezza e la stabilità, che colpiscano l’Alleanza.” Detto diversamente, per la più potente alleanza militare al mondo, il fenomeno va considerato in sé e per sé, senza risalire alle sue cause. Inutile aggiungere che, in termini militari, qualunque fenomeno comportante problemi di sicurezza vada eliminato.

Analogo il modo di ragionare dell’Unione europea, quando include la cosiddetta immigrazione irregolare nell’elencazione dei pericoli cui l’Unione Europea ritiene di dover far fronte con la Politica di Sicurezza e Difesa Comune, mettendola alla pari con terrorismo, proliferazione delle armi di distruzione di massa, cyber war, etc.

Eppure, checché sostengano questi giganti della scena mondiale, la costanza della ragione ci evidenzia che non siamo in presenza di un’invasione di forze ostili, bensì di un afflusso di gruppi vulnerabili e bisognosi di protezione, assolutamente normale nella storia e addirittura codificato dal diritto internazionale consuetudinario, con norme che adesso si vuole nei fatti cancellare. Un afflusso che, va aggiunto, può dimostrarsi destabilizzante soltanto nel contesto neoliberista di una spesa pubblica in materia sociale, che continua a venir implacabilmente decurtata malgrado l’arrivo di nuovi possibili fruitori.


  1. Il modus operandi



Non ci può sorprendere che dalle due premesse sopra riportate derivi una trattazione sicuritaria se non manu militari del problema, nell’ambito del sistema difensivo integrato che i singoli Stati appartenenti all’Ue e/o alla NATO sono chiamati a realizzare.

Né può meravigliarci che ognuno degli Stati membri vi si sia adeguato, specie in una congiuntura caratterizzata da venti di guerra in Medio Oriente e ai confini dell’ex Unione Sovietica, mediante norme in materia di immigrazione, di difesa delle frontiere e delle acque territoriali, di accordi bilaterali con gli Stati della sponda africana del Mediterraneo per l’esternalizzazione delle attività di pattugliamento e controllo, di operazioni affidate alle forze armate e di sicurezza.

Il problema sta nelle ricadute che l’insieme di tali attività, commissive, omissive o permissive, comporta per i non cittadini dell’Unione, quando a realizzarle di concerto è la totalità dei soggetti presenti a livello regionale. Stiamo parlando dell’ operato degli Stati europei, della stessa Unione Europea e della stessa NATO, da una parte, degli Stati africani di attraversamento e mediterranei, dall’altra. E, per contro, della difficoltà a comprendere la portata del problema complessivo, da parte di un’opinione pubblica europea, frammentata dalle paratie derivanti da media tuttora nazionali.

Stiamo parlando di un combinato disposto che ha fatto del Mediterraneo e dello stesso deserto che ormai possiamo considerare come gravitante intorno, un immenso vallo, non dissimile nella sostanza alla terra di nessuno che divideva le opposte trincee del fronte durante la I guerra mondiale, protetto da filo spinato, mine e spuntoni di ferro, per massimizzare il numero dei morti ad ogni tentativo di attraversamento.

O, se si preferisce, un tritacarne giuridico, dato che é lo sbarramento di ogni via d’uscita legale a mettere questi disperati alla mercé dei predoni che in Sudan danno la caccia agli eritrei in fuga da una delle dittature più feroci al mondo, per estorcere riscatti di ogni tipo, compreso l’espianto degli organi, o delle milizie che in Libia utilizzano i corpi di richiedenti asilo e migranti per lo sminamento, è tutto questo a ridurli a res nullius, non diversamente dagli ebrei nell’Europa occupata dai nazifascisti, mettendoli infine in mano agli scafisti, se e quando riescono ad arrivare al Mediterraneo. Anzi è tutto questo a produrre il lavoro sporco di predoni, milizie e scafisti, certi, a differenza dei pirati somali, di agire in sintonia con la volontà politica occidentale e di poter quindi contare sull’impunità.

Ma non basta. E’ estremamente improbabile che un barcone possa sfuggire ai controlli incrociati continuamente in atto da parte di aerei, droni, satelliti, elicotteri, sofisticate apparecchiature radar , ecc. e che lo stesso accada per i gruppi che si avventurano nella traversata del deserto nella speranza di raggiungere il Mediterraneo. Non mancano testimonianze ad avvalorare l’ipotesi che i medesimi vengano inquadrati, seguiti fin dall’inizio e lasciati a percorrere fino in fondo il loro calvario, nell’ambito di una strategia di deterrenza finalizzata a minimizzarne il numero, nell’impossibilità di sradicare del tutto il fenomeno. Non mancano testimonianze su gravissime omissioni di soccorso che di certo costituiscono un illecito internazionale.



  1. La strategia



Il problema è che per ognuno che muore, ma forse sarebbe meglio dire che facciamo morire, tantissimi altri continuano a tentare di arrivare, costretti alla fuga come sono da bombardamenti, dittature, terrorismo, catastrofi ecologiche e miseria estrema e crisi troppo spesso da noi stessi provocate. E allora, ecco che la frontiera viene sempre più esternalizzata e il fronte spinto sempre più in là, ecco che aumentano le possibilità di lucro da parte della criminalità organizzata, in una terra di nessuno sempre più estesa e perfezionata, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo.

Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita nel cono d’ombra di un sistema mediatico ormai prevalentemente iconografico, in cui si dà per scontato che tutto ciò che esiste viene rappresentato e ciò che non viene rappresentato non esiste, in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere.

Per la segretezza con cui era stata programmata e avviata, la Soluzione Finale ne è stata l’antesignana, mentre la strategia dei militari argentini ne rappresenta il più recente esempio di successo nell’eliminazione fisica di un gruppo politico d’intralcio al neoliberismo. Scaturisce direttamente dal cuore di tenebra del mondo occidentale l’attuale inconfessabile ecatombe di coloro che, per chi ci governa, altro non sono che Untermensch,.



  1. Mare Nostrum



Vale la pena soffermarsi un momento sul rapporto visibità/invisibilità. La strage di Lampedusa dell’ottobre 2013, non fu la prima né sarà presumibilmente l’ultima di tale portata.

Essa tuttavia riuscì a bucare lo schermo dell’indifferenza mediatica e con lo scalpore sollevato costrinse le autorità italiane e quelle di Bruxelles a recarsi sul posto, a vedere di persona la mostruosità implicita in un simile spiegamento di bare, a farsi vedere mentre vedevano e a non poter più pretendere di ignorare. La deresponsabilizzazione poteva a quel punto essere assicurata soltanto mediante un altrettanto percettibile agire in senso opposto. Ne conseguì l’avviamento di Mare Nostrum, che pur con tutti limiti inerenti un’operazione che agisce a valle delle scelte politiche che causano il problema, ha ridato dignità alla Marina Militare italiana, permettendole di salvare ben 167 mila vite umane in un anno.

Questa almeno è la cifra ufficiale, ed è da capogiro. Soprattutto pone l’ineludibile problema di quante saranno le morti che dobbiamo aspettarci a partire dalla fine di Mare Nostrum. Come noto, infatti, a un anno dalla tragedia di Lampedusa il Governo italiano lo ha cancellato, con decisione imposta malgrado il contrario avviso a più riprese espresso dalla nostra Marina Militare e motivata con asserite esigenze di bilancio, come se fosse lecito porre un prezzo alle vite umane.



La decisione sembra rispondere a preoccupazioni elettorali del Ministro Alfano, oltre a venire incontro alle ragioni cinicamente espresse alla Camera dei Lords dal Sottosegretario UK Mrs Joyce Anelay, secondo la quale i salvataggi vanno bloccati perché sortiscono l’effetto di incoraggiare altre partenze. Ma soprattutto, a un anno delle morti di Lampedusa, tale decisione sembra fare affidamento sul prevalere dell’indifferenza nell’opinione pubblica, assuefatta alla sinusoide delle stragi da un’informazione emozionale quanto ondivaga, e sulla conseguente possibilità di lasciar ormai silenziosamente rientrare il problema nell’invisibilità.

Ben altra cosa sarà l’operato di Frontex e Tryton, che rappresentano il ritorno a misure di polizia, non di salvataggio, mentre gli interventi della nostra Marina Militare potranno aver luogo soltanto dopo esser stata ricevuta la segnalazione di natante in avaria, anziché con la tempestività resa finora possibile dalle perlustrazioni sistematicamente effettuate anche fuori dalle nostra acque territoriali.

Un’ultima considerazione va fatta circa l’aspetto finanziario del problema, anche se il problema non è finanziario bensì politico e prima ancora etico.

Il costo di Mare Nostrum ha oscillato tra i 9 e i 10 milioni di euro al mese, per un totale annuo quindi non superiore ai 120 milioni, presumibilmente sostenuti peraltro dalla Marina Militare con fondi fatti gravare sul proprio bilancio, mentre l’Italia ha ricevuto dall’Ue la cifra di 286 milioni circa per il 2014, come contributo per le spese sostenute per l’assistenza ai profughi.

Tutt’altro discorso andrebbe fatto per la modalità con cui questa cifra è stata spesa, alla luce anche del recente scandalo sui rapporti tra criminalità organizzata e politica per la gestione di questi fondi.



  1. La diplomazia italiana



L’Italia appare adoperarsi a un disegno politico finalizzato a ridurre il numero non delle morti di migranti e richiedenti asilo in generale, ma di quelle che, avendo luogo nel Mediterraneo, possono costituire una turbativa per l’opinione pubblica.

Nel novembre scorso, mentre Mare Nostrum chiudeva e quando era ormai chiaro che la Libia da noi liberata non era più in grado di svolgere il lavoro sporco di bloccare un esodo che ha assunto proporzioni bibliche, aveva luogo a Roma un incontro a livello ministeriale del cosiddetto Processo di Khartoum, promosso dall’Italia in quanto presidente Ue, con governi disparati come quello dell’Etiopia, lacerata da movimenti indipendentisti, come quello somalo, che a mala pena riesce a controllare il palazzo presidenziale, come il regime eritreo, notoriamente uno dei più feroci al mondo, o il Sudan, il cui presidente Bashir ha il dubbio onore di un mandato di cattura dalla Corte Penale Internazionale.



Obiettivo dichiarato di questo processo è la gestione di quelli che vengono definiti flussi migratori , e che tali non sono, visto che di rifugiati e richiedenti asilo prevalentemente si tratta. D’altronde, l’unico vero motivo di convergenza può consistere nel puntellamento di questi regimi in funzione di baluardo contro il fondamentalismo islamico (obiettivo perseguibile anche in altri modi), aiutandoli a porre definitivamente fine alle ondate di disperati in fuga, che hanno raggiunto un’entità tale da mettere a rischio la loro stabilità interna e, secondo la valutazione delle nostre autorità, anche quella dei Paesi verso cui si dirigono per chiedere l’asilo politico: Italia ed Ue. Evitare che partano, evitare che arrivino, evitare che si veda e sappia ciò che accade in scenari sempre più lontani dalle nostre oasi di benessere, renderli sempre più impercettibili per la nostra opinione pubblica, sempre più inesistenti nel sistema mediatico mondiale.

E, con ciò, chiudere in una manovra a tenaglia il disegno già avviato con il Processo di Rabat, cui fanno capo gli Stati della costa atlantica dell’Africa, neanche essi particolarmente democratici: non lasciare più a predoni, milizie o criminalità organizzata in generale il lavoro sporco di bloccare i disperati alla ricerca di vie di fuga verso libertà, democrazia e dignità, affidandolo direttamente a governi che si suppone vi provvedano con maggior efficienza, anche perché potranno contare sulla nostra complicità e sul nostro supporto.

Si tratta di un progetto politico che presenta inquietanti analogie con il Piano Condor, attuato in America Latina, negli anni ’70 del secolo scorso, nei confronti dei cosiddetti sovversivi che, in sostanza, vi ostacolavano l’imposizione del neoliberismo.



  1. Il Comitato Verità e Giustizia per i nuovi desaparecidos



Noi ci opponiamo a quelli che non possono che essere definiti crimini di lesa umanità.

Sentiamo l’urgenza di porre fine al susseguirsi di morti, presumibilmente destinato a subire una brusca impennata con la soppressione di Mare Nostrum e con il convergente strutturarsi dei Processi di Khartoum e di Rabat.



Ci siamo costituiti in associazione con la finalità di svolgere ogni iniziativa opportuna diretta a impedire le morti nel Mar Mediterraneo e nei percorsi verso gli Stati dell’Unione Europea dei migranti e delle persone in cerca di asilo, ottenere il riconoscimento dell’identità delle vittime e ricercare la verità sulla loro scomparsa anche attraverso l’istituzione di un Tribunale Internazionale di opinione, nonché chiedere l’individuazione e la condanna dei responsabili ed il risarcimento nei confronti dei familiari delle vittime nelle sedi giurisdizionali nazionali, comunitarie, europee e internazionali.



Chiediamo al nostro Governo e alle forze politiche presenti a livello parlamentare sia italiano che europeo, di intraprendere i passi necessari a smantellare la situazione di fatto e di diritto che è causa di tali crimini e di provvedere all’apertura di canali umanitari che permettano l’afflusso di richiedenti asilo e migranti in pericolo di vita, facilitando il loro arrivo in Italia e/o nei Paesi di destinazione, nella prospettiva che si arrivi al più presto a costituire un sistema di accoglienza europeo unico, condiviso e applicato da tutti gli stati membri dell’Unione. Chiediamo l’aiuto della stampa più qualificata per abbattere il muro di gomma dell’inconsapevolezza dell’opinione pubblica e avviare fin da subito un percorso di verità e giustizia. Chiediamo a quanti si sentano in sintonia con quanto finora espresso di contattarci al fine di studiare qualunque forma di possibile collaborazione.

Dobbiamo interrompere questa catena infame, porre al più presto fine a un meccanismo che costantemente rimescola vittime e benessere, trasformandoci in collettività subalterna e silenziosa di una democrazia, che non può essere altro che forma vuota ove non accompagnata da autentico rispetto dei diritti umani.


domenica 25 gennaio 2015

Perchè sostenerci?




Cari amici,

L'Associazione per i Diritti Umani è un'associazione piccola e giovane, nata un anno e mezzo fa e già attiva a Milano e in Provincia con incontri pubblici di presentazioni di saggi, romanzi, documentari, tavole rotonde su alcuni temi inerenti ai diritti umani e civili.

E' in corso la nuova manifestazione che si intitola “D(i)RITTI al CENTRO!” di cui trovate il programma completo sul sito www.peridirittiumani.com.

Il sito è aggiornato TUTTI i GIORNI con articoli, approfondimenti, interviste e comunicazioni...

Vi chiediamo, quindi, se siete interessati e se apprezzate il nostro lavoro, di sostenerci con un piccolo contributo anche di 2 euro. A destra in alto, sulla homepage del sito, trovate la dicitura “Sostienici”: il contributo può essere dato con Paypal (facile e sicurissimo) oppure con bonifico.

I vostri contributi per noi sarebbero molto importanti per:



  • migliorare il sito
  • tradurre i post in inglese e francese
  • poter invitare relatori da altre parti di Italia e dall'estero
  • poter chiedere contributi scritti ad altri collaboratori
  • andare nelle scuole gratuitamente e coinvolgere gli studenti





Vi ringraziamo sempre per il vostro interesse !


Difret: il film che omaggia le donne etiopi






Dal 22 gennaio nelle sale cinematografiche italiane, Difret – Il coraggio di cambiare parla di diritti e di donne, di forza e di violenza.

Hirut è una ragazza di quattordici anni, una studentessa che vive in un villaggio alle porte di Addis Abeba ed è la seconda di tre sorelle. All'uscita da scuola, un giorno come un altro, viene aggredita da un gruppo di uomini a cavallo: uno di loro la violenta perchè ha deciso di prenderla in moglie.

Hirut, nonostante la violenza, afferra un fucile e spara, uccidendo Tadele, l'uomo che ha abusato di lei. Il destino di Hirut si sovrappone a quello della sorella maggiore rimasta vittima, in passato, di un'atroce tradizione, quella della “telefa”, il sequestro di una giovane donna come rituale per il matrimonio forzato.

Ma la sofferenza della protagonista (la parte è recitata da una ragazza del posto che ha seguito un workshop di preparazione per le riprese del film) non termina con l'uccisione del suo aggressore, anzi: verrà portata davanti a un tribunale con il rischio di essere condannata a morte per il reato compiuto.

Questa la trama del racconto filmico. Ma il racconto è tratto da una storia realmente accaduta nel 1996: il regista, Zeresenay Berhane Mehari, ha scelto di portarla sul grande schermo per porre al centro dell'interesse pubblico la questione delle tradizioni tribali, della violenza di una cultura patriarcale, della mancanza di una cultura e di una educazione sanitaria e della coscienza di sé da parte femminile in alcuni Paesi del mondo. Mehari ha studiato cinema negli Stati Uniti, ma è nato e cresciuto in Etiopia; il suo, quindi, è uno sguardo “da dentro”, non superficiale e che rende il risultato cinematografico realistico e sincero. Pensiamo, ad esempio, alla sequenza di apertura: si parla di un caso di violenza domestica, per entrare subito in argomento. Una donna, Meaza, si trova in prima linea per difendere i diritti di un'altra donna che ha deciso di sporgere denuncia contro il marito. Il regista segue la vittima fin sul luogo di lavoro del coniuge, dove lo affronta, circondata da altri uomini, con coraggio e fierezza. Interessante anche il personaggio dell'avvocatessa: Meaza Ashenafi non è solo un personaggio di finzione, ma è un legale di Addis Abeba che ha creato una rete di sostegno per donne e bambine maltrattate e che necessitano di assistenza gratuita. Con la sua associazione, ANDENET, si batte ogni giorno per difendere i diritti dei più deboli.

Il regista e l'avvocatessa realizzano un'opera genuina, attenta ai volti delle persone inquadrate, testimoni e vittime di forti ingiustizie, spesso lacerate dalla dicotomia tra rispetto per la tradizione e diritto alla vita. Ma l'epilogo regala una speranza seppur amara: Hirut, protetta fino a quel momento all'interno di un istituto per ragazzi abbandonati, scende da un'auto e fa ritorno alle proprie radici, ripresa di spalle e in mezzo alla folla, mentre una barca sta affondando...




Proposte di interventi culturali rivolte alle scuole/università e biblioteche




Il diritto di avere diritti



Il diritto di avere diritti” è un progetto culturale rivolto agli insegnanti e agli studenti delle terze medie e delle scuole superiori e agi studenti universitari.

L'Associazione per i Diritti Umani propone una serie di incontri che prevedono la presentazione e l'analisi guidata di film, documentari e la presentazione di libri con registi, autori, esperti di settore sui temi relativi ai Diritti Umani. Alcuni argomenti trattati sono:

le migrazioni (i diritti – e i doveri – dei migranti/rifugiati/profughi)

la lotta alla violenza sulle donne

l'educazione alla legalità

Cosa succede in Medioriente? Dalle rivoluzioni, alle guerre, ai cambiamenti geopolitici

e altro ancora...



MODALITA' di INTERVENTO

Ogni incontro può essere organizzato all'interno della scuola, in Aula Magna, accorpando le classi interessate.



Ogni incontro prevede l'intervento di un ospite: un rappresentante dell'associazione e/o di un esperto, regista, autore, etc.

Nel caso di un film: è prevista una presentazione dello stesso e, a seguire, un commento e un dibattito con gli studenti sulle tematiche e un'analisi anche tecnica dell'opera.



Nel caso della presentazione di libri: è prevista un'intervista agli autori (da parte della vicepresidente dell'associazione) e un dibattito con gli studenti.



Per la proiezione del materiale audiovisivo è necessario un proiettore (con pc o lettore dvd)



Si concorda con i dirigenti e gli insegnanti se organizzare l'incontro di mattina o di pomeriggio.



ALCUNE PROPOSTE (Questi sono solo alcuni esempi):



Presentazione di film/documentari, con approfondimenti:





La curt de l'America, alla presenza del regista Lemnaouer Ahmine



Non ci sto dentro, alla presenza del regista Antonio Bocola



Per non perdere il filo, alla presenza della regista e autrice Ivana Trevisani



Il giardino di limoni, con il commento di Monica Macchi, esperta di mondo arabo



Vado a scuola, con il commento di Alessandra Montesanto, critico cinematografico e vicepresidente dell'associazione.



Presentazione di libri/saggi con approfondiomenti:

Chiamarlo amore non si può = una raccolta di racconti sulla vilenza contro le donne, alla presenza di alcune autrici



Ferite di parole = donne arabe in rivoluzione, alla presenza dell'autrice Ivana Trevisani e di Monica Macchi



La felicità araba = un incontro con lo scrittore Shady Hamadi sul suo saggio che illustra cosa sia successo in Siria e cosa sta accadendo ancora oggi



Viaggio nel continente africano = incontro con lo scrittore e musicista Pègas Ekamba Bessa (con possibilità di un intermezzo musicale)



Il Tempo dalla mia parte = incontro con l'attore e scrittore Mohamed Ba, per parlare di Senegal, di migrazioni, di teatro e di tanto altro ancora



Pallidi segni di quiete = alla presenza di Monica Macchi, traduttrice del libro di Adania Shibli ed esperta di mondo arabo



Rivolte in atto . Dai movimenti artistici arabi a una pedagogia rivoluzionaria. = alla presenza dell'autrice Paola Gandolfi



COSTI

Ogni incontro prevede un gettone di 100 euro netti per i relatori e 2 euro per ogni partecipante (a sostegno dell'associazione).

Come detto, di solito, le scuole accorpano le classi interessate e dividono la cifra per il numero di studenti partecipanti.



PER PRENOTAZIONI e ACCORDI sulle DATE: peridirittiumani@gmail.com




(Per conoscerci meglio e per capire come lavoriamo, potete visionare anche i nostri video degli incontri con gli autori sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani). Grazie!

sabato 24 gennaio 2015

La forza delle donne arabe per il cambiamento




L'Associazione per i Diritti Umani vi propone il video dell'incontro con Ivana Trevisani e Monica Macchi sulle conseguenze delle rivoluzioni arabe e sull'apporto delle donne, a partire dal saggio Donne arabe in rivoluzione, Poiesis editrice. Tanti gli argomenti, importanti anche alla luce degli atti di terrorismo accaduti in Francia. Ricordando tutte le vittime.
 








Ricordiamo, cari lettori, che l'associazione propone questi incontri anche nelle scuole/università e in biblioteche. Per informazioni: peridirittiumani@gmail.com



I nostri video sono disponibili anche sul canale Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani.




venerdì 23 gennaio 2015

L' Iran tra cotraddizioni forti e serena quotidianità





L'Iran de La signora melograno, edito da Calabuig, della scrittrice Goli Taraghi non è quello cui ci ha abituato la stampa ufficiale. Si tratta di un Paese difficile e contraddittorio , in cui spesso i diritti sono negati, ma nei racconti del testo emerge anche un Paese dove, a tratti, sono possibili serenità e leggerezza. Taraghi tratteggia profili, narra vicende familiari, descrive l'ostilità di un Paese straniero (la Francia) e, sullo sfondo, ci sono tutti gli avvenimenti anche terribili che hanno attraversato e segnato gli ultimi decenni della storia dell'Iran: da Mohammad Mossadeq allo Scià qajar, da Khomeini ad Ahmadinejad.Le storie narrate parlano di ragazzi turbolenti alle prese con padri severi, donne di ogni età che afferrano la consapevolezza di sé, quadretti familiari quotidiani che tratteggiano persone comuni che non lasciano spazio agli stereotipi.
Certo, qualcuno potrà dire che Goli Taraghi non si renda conto della situazione perchè appartiene a una categoria privilegiata, quella delle persone agiate e intellettuali. Ma forse non è così: si tratta di lasciare spazio, ogni tanto, alla vita, a quella parte dell'esistenza più tranquilla, a cui tutti avremmo diritto di aspirare.
Nell'ottima traduzione dal persiano di Anna Vanzan, c'è il riferimento al titolo del libro,
La signora melograno. Una anziana signora che non si è mai allontanata dall'isolato villaggio dell'interno vivendo dei frutti della sua terra, decide di raggiungere i figli emigrati in Svezia. La prima tappa del viaggio, dal villaggio a Teheran, è molto impegnativo e stancante ma non è nulla rispetto a ciò che l'aspetta per raggiungere in aereo Parigi e da lì la Svezia.



Abbiamo rivolto alcune domande alla traduttrice, Anna Vanzan, che ringraziamo.




La letteratura è una forma di liberazione/emancipazione femminile, in Iran come in altri Paesi sotto dittatura?



Fin da tempi remoti le donne d’Iran si sono manifestate attraverso la letteratura, dapprima esclusivamente con la poesia, perlopiù a fondo mistico. Meditare e scrivere erano considerate attività “domestiche” e come tali plausibili per le signore della buona società islamo-persiana. Alcune di loro partecipavano a pubbliche tenzoni poetiche, sfidando i loro colleghi maschi. Molte immagini da loro usate erano volutamente mistiche ed esoteriche proprio per potersi esprimere liberamente. A metà del XIX secolo le donne hanno cominciato a usare la prosa, spesso colorandola di una chiara protesta nei confronti del patriarcato. In un secolo e mezzo le iraniane hanno conquistato la letteratura del loro Paese, trasformando una tradizione quasi esclusivamente lirica e scritta da uomini in una corrente prosastica il cui numero di autrici sovrasta ormai quello degli scrittori.




Come ha conciliato – Goli Taraghi – la sua esperienza di cittadina iraniana e di persona costretta all'esilio?



Goli Taraghi è una scrittrice nata e alla sua penna ha affidato pure le pene dell’esilio. Anche prima del suo trasferimento in Francia aveva sperimentato alcune forme letterarie (romanzo e racconti brevi) che però riflettevano soprattutto un viaggio alla ricerca di in sé stessa, vagamente venata da auto compiacimento. L’esilio ha modificato il suo stile, costringendola a un continuo ricordo che non è ripiegamento sul passato e/o autocommiserazione, ma un processo dinamico che usa il passato per proiettarsi in avanti.




Qual è lo stile narrativo dei racconti di questo libro e quale il motivo di questa scelta?



La narrazione di Goli Taraghi è apparentemente semplice e lineare, ma al contempo ricca e profondamente umana. I suoi racconti sono malinconici e comici al contempo, lei si rivolge soprattutto ai suoi connazionali coi quali condivide una straordinaria capacità di adattamento ad ogni difficoltà che la vita pone innanzi. I racconti di Taraghi sono paradigmatici di queste qualità che gli iraniani hanno sviluppato ed esercitato per millenni.




E' interessante, ad esempio, il racconto intitolato “Madame lupo”: ce lo può commentare?



E’ un ottimo condensato di alcune delle problematiche che si trova ad affrontare l’esule (non solo iraniano): complesso di inferiorità nei confronti della civiltà “ospitante”, risentimento per le umiliazione che il nuovo mondo lo costringe a subire, e, infine, la ribellione. Goli Taraghi esprime tutto ciò in modo estremante poetico, denso e vibrante.



Il tema della censura è centrale nel pensiero e nei testi di Goli Taraghi e di tanti autori iraniani...


La censura è un’istituzione plurimillenaria sull’altopiano iraniano. Al tempo dei sommi poeti Hafez e Sa’di non c’era un ufficio della censura come quello istituito ufficialmente a metà del XIX secolo dalla dinastia Qajar, poi trasformato sotto quella dei Pahlavi e ora diretto dalla Repubblica Islamica. Ma anche Hafez e Sa’di sapevano che, per sferzare i potenti, c’era bisogno di usare metafore e calibrare sapientemente le parole. Nulla è cambiato….