mercoledì 15 aprile 2015

E dei figli che ne facciamo?: l'inclusione dei figli degli immigrati e la segregazione formativa




E dei figli, che ne facciamo? L’integrazione delle seconde generazioni di immigrati è il titolo del saggio di Marco Orioles - sociologo presso le Università degli Studi di Udine e di Verona - edito da Aracne in cui il Professore analizza i problemi legati all'inclusione dei giovani, dei figli degli immigrati che vivono una doppia identità: quella del Paese d'origine dei propri genitori e quella legata al Paese in cui studiano e vivono. L'aspetto sociale, culturale e religioso; i loro sogni; ma anche l'incapacità dell'Italia - e dell'Europa - ad offrire nuove opportunità. Questi e altri gli argomenti e le riflessioni importanti suscitate dal testo.




Ne abbiamo parlato con il Prof. Orioles che ringraziamo molto.





In che modo si possono convincere i figli degli immigrati che il progetto europeo riguarda anche loro?


Innanzitutto chiarendo a noi stessi le idee su chi siamo e su che tipo di Europa vogliamo costruire. Anche i figli degli immigrati - che conoscono benissimo l'italiano e seguono gli stessi strumenti della comunicazione, gli stessi media - sono consapevoli che c'è un dibattito lacerante all'interno del vecchio continente, che siamo spaccati, che tutte le strutture politiche tradizionali sono assediate da movimenti, più o meno nuovi, che hanno idee alternative rispetto alle politiche che dovrebbero caratterizzare l'Europa. Se abbiamo alcuni esponenti delle seconde generazioni che non trovano una collocazione, lo si deve anche al fatto che noi stessi cittadini autostoni non sappiamo che tipo di collocazione abbiamo all'interno di questa Europa.


Quanto è importante il settore dell'istruzione nell'inclusione dei ragazzi di origine straniera?


Questa è una domanda nevralgica. Quando gli studiosi hanno preso atto che l'immigrazione è un fenomeno non transitorio, ma permanente e strutturato, hanno subito puntato l'attenzione sulla scuola: è a scuola che si gettano le fondamenta dell'integrazione. Mentre gli studiosi elaboravano sofisticate teorie sull'interculturalità, si cominciava a manifestare un problema serio: cioè che le scelte scolastiche dei figli degli immigrati divergono da quelle dei ragazzi autoctoni. Questo fenomeno è stato definito dai sociologi “segregazione formativa”, ovvero la maggior parte dei ragazzi di origine straniera sceglie gli istituti professionali, gli enti di formazione professionale, gli istituti tecnici e, solo in minima percentuale, i licei. Questo dato - confermato negli anni dal Ministero - ci dice che si sta creando una divaricazione di percorsi e di destinazioni: da un lato abbiamo gli italiani che, avendo più risorse in termini di capitale sociale – culturale ed economico, possono scegliere dei percorsi che sboccano nell'iscrizione all'università e in profili professionali che meglio si attagliano alle caratteristiche della struttura economica contemporanea; dall'altro lato, invece, abbiamo gli stranieri per i quali le aspettative sono più basse e prevale un certo pragmatismo, con l'obiettivo di avere un titolo immediatamente spendibile nel mondo del lavoro.



Cosa offre l'Isis ai giovani di nuova generazione, per reclutarli? E qual è l'obiettivo principale?


Questo è un tema centrale, sebbene sia scorretto sovrapporre la questione “nuova generazione” alla questione “Isis” anche perchè, in Italia, stiamo parlando di quasi un milione di ragazzi di provenienza diversa, ad esempio mi riferisco ai sudamericani.
Il fatto, però, che ci siano 4000 giovani di confessione musulmana europei che hanno scelto di abbracciare una causa disumana e barbara, fa riflettere. Fa riflettere perchè, se uno studia cosa stanno facendo gli europei al servizio del califfo, scopre che loro hanno aderito a una missione “nobile”: il califfato sta restaurando un mito, che è iscritto nel codice genetico dell'Islam.
Dopo le umiliazioni secolari del declino dela civiltà musulmana e dopo la sconfitta dell'Impero Ottomano, un gruppo di sanguinari spregiudicati sta rivoltando il Medioriente, mettendo sulla scena internazionale l'ingresso dirompente del califfato. Questo è un magnete per i musulmani europei i quali da un lato sono esposti da tempo a una strategia di “reislamizzazione” e dall'altro hanno poche alternative perchè noi non riusciamo a dare loro qualcosa in cui credere.



Alla base, quindi, c'è sempre il problema dell'identità...



Il tema dell'identità è al centro della riflessione e non solo della sociologia. Siamo in un momento storico particolare: dopo la caduta del muro di Berlino è mancata la dinamica culturale e politica fondamentale che era data dalla contrapposizione tra due identità: occidentale e orientale, capitalismo e socialismo. Caduta questa dinamica centrale, oggi ci troviamo di fronte a un mondo in cui siamo un po' confusi e ritornano in primo piano le identità etniche e di minoranza.
Questa dinamica è accentuata dal fatto che sono entrate in scena le nuove tecnologie, per cui non esistono più i confini: l'Islam influisce sulle dinamiche culturali europee perchè siamo in contatto sistematico con culture islamiche ed è molto facile, per un giovane europeo cresciuto qui, avere scarsi contatti con la realtà locale (quartiere, città, paese) e abbeverarsi alle fonti della cultura islamica che ha le proprie centrali in Arabia, Iran o altri luoghi.
Sto riflettendo molto sul caso di Jihadi John – Mohammed Emwafi: è arrivato qui a sei anni, quindi era un occidentale perchè a quell'età non aveva ancora un'identità formata. Ha studiato in una scuola cristiana alle primarie e poi in un istituto secondario di prestigio e ha frequentato l'università. Tutte le testimonianze dicono era un ragazzo socievole però, a un certo punto della sua vita, intorno alla maggiore età, ha trovato altri agganci, in particolare con una serie di personaggi che avevano altri ideali, ideali quaedisti. Come mai un giovane che aveva in tasca una laurea in informatica, con tante possibilità di scelta, diventa simbolo globale di una causa aberrante?



Qual è la sua opinione a proposito dello scontro di civiltà?



Se uno vuole essere politicamente scorretto, potrebbe dire che esiste. Non nel senso che abbiamo due mondi, un Est e un Ovest, un Cristianesimo e un Islam, ma abbiamo dei microscontri all'interno della nostra stessa civiltà occidentale, in cui abbiamo minoranze e maggioranze, segmenti diversi della società che comunicano molto male tra loro. Lo scontro è al nostro interno ed è capillare.
Aggiungo che la libertà di espressione, ad esempio, riferendomi agli attentati in Francia, è un nostro valore che si contrapporrebbe alla sensibilità dei musulmani. In realtà la libertà di espressione non è nemmeno un valore nostro se pensiamo che Papa Francesco ha dichiarato che ovviamente non si può uccidere in nome di Dio, però se qualcuno offende qualcosa in cui credi (e ha fatto riferimento alla madre) lui si deve aspettare da te un pugno. La marcia dei cinquanta capi di Stato a Parigi dopo l'attentato ha visto l'assenza di Barak Obama: un'assenza clamorosa perchè gli Stati Uniti dovrebbero incarnare il valore delle libertà, anche di espressione. Questi sono due messaggi chiari di smarcamento e confermano che gli scontri sono all'interno della nostra stessa civiltà.