sabato 4 luglio 2015

Isis, il nemico perfetto: una conversazione con Amedeo Ricucci




Anche alla luce degli ultimi attentati in Francia, Tunisia, Kuwait e Somalia l'Associazione per i Diritti Umani vi propone l'intervista che ha realizzato al giornalista Amedeo Ricucci, partendo dal suo reportage dal titolo: Isis, il nemico perfetto, con interviste a Olivier Roy, David Cockburn, Renzo Guolo, Fabio Mini, Marco Minniti, Theo Padnos, Hamza Piccardo, Luca Bauccio, Daniele Raineri e tanti altri. In esclusiva, inoltre, l’intervista a due “pentiti” dell’ISIS ed un reportage sull’“autostrada del jihad”, che dall’aeroporto di Istanbul porta ad Akcahkale, la porta turca di ingresso al neo-Califfato.





Ringraziamo molto Amedeo Ricucci.





Da Isis a Is: il nome è cambiato e questo cosa significa?



E' stato un cambiamento che si è costruito nel tempo, anche nel silenzio dell'Occidente, quando lo Stato islamico di Iraq e del Levante (cioè la grande Siria) si è costituito nel 2013: lo ricordo bene perchè, in quel momento, ero sequestrato in Siria da un gruppo armato che aveva dichiarato la propria affiliazione all'Isis quel giorno.

L'Isis, per un anno, si è confuso in mezzo agli altri gruppi che si sono ribellati al regime di Assad e poi ha svelato la sua vera natura, ovvero quella di voler creare uno Stato islamico ispirato a una visione particolarmente conservatrice dell'Islam, in Iraq e in Siria. Il passo successivo in questa direzione è stata la dichiarazione di costituzione del Califfato islamico (che è la prima forma di organizzazione statale che l'Islam combattente si è data): il Califfato è stato dichiarato a giugno, dopo che le milizie dell'Isis di al Baghdadi hanno attaccato la provincia frontaliera tra Iraq e Siria - la provincia dell'Anbar - e a giugno sono riusciti a conquistare Mosul, che è la seconda città dell'Iraq. E non dimentichiamo, infine, che il Califfato per sua natura ha un progetto espansionistico.


Quali sono gli argomenti principali che non vengono trattati nella maniera corretta dalla stampa italiana e internazionale?


Nel documentario pongo l'accento sul fatto che l'Isis è il frutto dei nostri errori politici e militari.

Se non ci fosse stata la guerra in Afghanistan prima e dopo la guerra in Iraq - con tutti i danni collaterali e cioè con l'idea da parte dei musulmani integralisti che noi siamo truppe di infedeli che hanno calpestato la terra sacra - probabilmente non ci sarebbe stata questa recrudescenza dell'Islam radicale. Il Califfato è l'ultima delle aberrazioni dell'Islam radicale e, per Islam radicale, intendo l'Islam che si dà una strutturazione politica e che intende diventare un attore fra gli attori internazionali.

La seconda cosa che si dice nel documentario è che l'Isis (o Stato islamico) è anche lo specchio delle nostre psicosi: l'uso dell'arma del terrore fatto dal Califfato ha scatenato le paure dell'Occidente. Questa paura è stata molto amplificata dai mass-media, è stata confusa con un'altra paura che è quella degli immigrati che potrebbero invaderci e il risultato sono state situazioni ridicole come, ad esempio, il fatto che a Porto Recanati, lo scorso febbraio, siano state allertate le forze dell'ordine perchè c'era una bandiera dell'Isis in uno stabile per poi scoprire che si trattava di uno straccio nero...L'Isis rappresenta un pericolo, ma va affrontato con intelligenza e lucidità.

Un altro elemento importante a cui ho dedicato molto tempo nel film, è l'uso perverso che l'Isis fa della comunicazione e gli errori che i media, europei e occidentali, fanno nel diventarne il megafono.

A partire dall'agosto del 2014, l'Isis ha cominciato ad usare l'arma del terrore in modo sempre più perverso: decapitazioni di giornalisti, decapitazioni di massa in Iraq, in Siria e tutte quelle esecuzioni sono state sceneggiate ad arte, secondo un copione ben preciso. Tute arancioni, passamontagna, coltelli e messaggi. I media occidentali hanno ripreso questi video e li hanno trasmessi senza capire che, così facendo, li avrebbero moltiplicati. In questo modo l'Isis è riuscita a intrufolarsi nelle nostre coscienze perchè noi l'abbiamo rappresentata più volte come un'entità invincibile, terribilmente capace di cose atroci e dotata di un potere di vita e di morte su tutti noi. Invece dobbiamo smontare questo mito.



Il nemico perfetto” è un titolo provocatorio...



Sì, è provocatorio nel senso che è un nemico che di fatto ci fa comodo. E' un nemico che mette a fuoco una serie di nostri difetti. Sul piano delle forze militari, il pericolo dell'Isis è un pericolo “irrisorio” perchè stiamo parlando di 40/50mila miliziani che, se i Paesi occidentali mettessero insieme gli eserciti, potrebbero essere sconfitti facilmente. Ma non lo si fa perchè, quella dell'Isis, è una guerra asimmetrica, di guerriglia ed è complicato bombardare i posti dove si è arroccata perchè ci sono i civili. Ma il problema di fondo è un altro: non è chiudendo la partita con l'Isis che risolveremo il problema del radicalismo islamico.

Nel documentario c'è un'intervista al politologo francese, Olivier Roy (che si occupa da trent'anni di Islam radicale) il quale dà dell'Isis una versione particolare: secondo Roy, il jihad (la guerra santa) corrisponde al mito della rivoluzione degli anni '60-'70 in Italia e in Francia. Buona parte della gioventù italiana credeva nel mito della rivoluzione e, in nome di quel mito, alcuni di loro hanno impugnato anche le armi e da questo sono nate le Brigate Rosse. Il radicalismo islamico non ha nulla a che vedere con l'Islam tradizionale, ma è una scelta militante; è gente che spesso si è convertita all'Islam (il 25% sono foreign fighters), sono cittadini europei e occidentali che, nel giro di tre o quattro mesi, vanno a combattere. Non è una scelta religiosa, è una scelta che matura in rete e che, come detto, ha altre basi.



Per vedere il documentario: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-a5448a35-e393-4a2c-8d8f-a28a5e3c0621.html