lunedì 30 settembre 2013

Viaggio all’interno dei CIE, i nuovi lager italiani, di Nicole Valentini

Pubblichiamo questo articolo di Nicole Valentini sulla situazione all'interno dei CIE perchè è un argomento che ci sta molto a cuore (vedi anche intervista ad Alexandra D'Onofrio sul suo documentario “La vita che non CIE”).


Ringraziamo l'autrice dell'articolo e Basir Ahang per aver condiviso con noi questo contributo.





Chi non batte ciglio alla vista di sanguinosi delitti
conferisce loro propriamente l'apparenza delle cose naturali.
Designa il crimine atroce come alcunché di scarsa rilevanza
quale è la pioggia e, come la pioggia, altrettanto inevitabile”
Bertold Brecht

Torture, trattamenti inumani e degradanti, questa la tragica situazione dei detenuti dei CIE italiani, tra di essi vi sono persone che hanno perso il permesso di soggiorno in seguito della perdita del lavoro, persone che fuggono da zone di conflitto, dalla fame o dall’assenza di lavoro. Ognuno, a modo loro, è fuggito da una guerra che sapeva avrebbe perso se non fosse riuscito a salvarsi altrove.

Domenica 11 Agosto, per l’ennesima volta, alcuni detenuti del CIE di Gradisca d’Isonzo sono saliti sul tetto del lager per protestare contro le condizioni inumani e degradanti a cui sono quotidianamente sottoposti. Per sedare la protesta sono stati sparati dei lacrimogeni e dopo pochi minuti hanno fatto capolino persino i carabinieri, la polizia e un pullman dell’esercito: tutti sanno infatti quanto possano essere pericolosi venti uomini disarmati che invocano libertà e dignità. Alcune persone che in quel momento si trovavano all’esterno hanno chiamato il 118, sapendo che nel CIE vi sono persone che soffrono d’asma, tuttavia persino loro si sono rifiutati di intervenire, in quanto la richiesta non proveniva dai carcerieri del centro ma da persone esterne. Il CIE di Gradisca d’Isonzo è stato più volte al centro di aspre critiche e contestazioni da parte di varie organizzazioni per i diritti umani, avvocati, parlamentari, consiglieri e assessori regionali, che hanno definito il lager di Gradisca: “un luogo non degno di un paese civile” ¹.
Secondo un rapporto di Amnesty International² relativo allo stato dei CIE italiani (prima denominati CPT): "C'è stato un certo numero di denunce di abusi di matrice razzista, aggressioni fisiche e uso eccessivo della forza da parte degli agenti di pubblica sicurezza e da parte del personale di sorveglianza, in particolare durante proteste e in seguito a tentativi di evasione. Vari procedimenti penali sono in corso laddove i detenuti sono stati in grado di sporgere querela. (...) Talvolta, ad alcuni detenuti che intendevano denunciare qualcosa è stata offerta la possibilità di accedere al sistema di giustizia penale da parte di avvocati, Ong o parlamentari in visita, ma la maggior parte delle presunte vittime sarebbe riluttante a sporgere denunce per abusi mentre si trova ancora nei Cpta, per paura di ritorsioni".
Purtroppo a ben vedere le similitudini tra i CIE italiani e i lager sono varie: violenza arbitraria e gratuita da parte di militari e forze dell’ordine, segregazione, annullamento della personalità, umiliazione, discriminazione razzista, condizioni di vita non conformi alle norme d’igiene, insufficiente assistenza sanitaria, mancanza di comunicazione con il mondo esterno, violazioni palesi ed evidenti dei diritti umani fondamentali.
Proprio come i lager, anche i CIE in fin dei conti non sono altro che campi di annientamento: evitano di uccidere i suoi internati solo perché la Lega Nord non ha ancora presentato un progetto di legge che consenta di farlo, ma nel frattempo si accontentano di annientare psicologicamente i detenuti, in modo tale che della loro umanità non rimanga più nulla.



LA CAROVANA DEI DIRITTI: prossimi due incontri pubblici organizzati dall'Associazione per i Diritti Umani



 
Cari amici,
ecco il programma dei prossimi due incontri organizzati dall'Associazione per i Diritti Umani.
Vi preghiamo di partecipare numerosi e di aiutarci a divulgarlo per l'importanza degli argomenti, per la possibilità di conoscere gli autori, per fare domande e proposte, per un approfondimento utile anche agli studenti, che diventeranno i cittadini di domani o che si sono da poco affacciati all'attualità sociale. Per tutti noi, insieme nella riflessione e nella tutela dei diritti. Vi ringraziamo e vi aspettiamo!
SABATO 12 OTTOBRE: presentazione del libro di MOHAMED BA “IL TEMPO DALLA MIA PARTE”
presso CENTRO ASTERIA, piazza Carrara 17.1 angolo Viale G. da Cermenate 2 Milano


 MERCOLEDI' 16 OTTOBRE: presentazione del libro di SHADY HAMADI “LA FELICITA' ARABA: STORIA DELLA MIA FAMIGLIA E DELLA RIVOLUZIONE SIRIANA”
presso Bistrò del tempo ritrovato, Via Foppa 4, Milano













venerdì 27 settembre 2013

Un'iniziativa importante a Milano: I FRUTTI DEL CARCERE Mercato delle produzioni carcerarie: cibo, artigianato e servizi per la città




Il 28 settembre
Dalle 10.00 alle 18.00, Via San Vittore 49, Milano
presso il giardino della sede della cooperativa La Cordata

Una giornata a Milano per conoscere il mondo del lavoro dalle carceri, dentro e fuori, prima e dopo: vendita di prodotti, incontri, assaggi, presentazioni, informazione.
L'iniziativa è organizzata dalla cooperativa sociale La Cordata, dal ComitatoXMilano Zona 1 e dai Cittadini SolariXMilano.
I FRUTTI DEL CARCERE è il primo evento in città per conoscere il mondo del lavoro dei detenuti, per scoprire dove, come e perché acquistare prodotti e servizi provenienti dal mondo carcerario. Perché il lavoro è lo strumento più efficace di reinserimento nella società, per la formazione e per la professionalizzazione che offre, e anche una grande opportunità di scambio con la città e le persone.
Mobili, gioielli, accessori, abiti, pane, focacce, fiori e piante, ma anche giardinieri,
falegnami, sarti che lavorano per aziende e a domicilio. Prodotti alimentari e artigianali e servizi di alta qualità; si presentano oltre trenta fra laboratori di produzione e cooperative di servizi che ambiscono a confrontarsi - sul mercato - alla pari con i concorrenti “di fuori”.
Incontri per conoscere da vicino cosa vuol dire lavorare nelle carceri, e uscire dal carcere per lavorare. Saranno presenti Lucia Castellano, consigliere e vicepresidente Commissione Regionale delle carceri, Lamberto Bertolè, consigliere e presidente della Sotto-Commissione Carceri comunale, Mirko Mazzali, consigliere e vicepresidente della Sotto-Commissione Carceri comunale, Massimo Parisi, direttore del carcere di Bollate, Alessandra Naldi, garante dei diritti dei detenuti di Milano, Pietro Raitano, direttore di Altreconomia, Marco Forlani, responsabile area lavoro di CS&L Consorzio Sociale.
La Libreria Tadino di Milano e l’Associazione Cuminetti proporranno una selezione di libri di scrittori detenuti invitandone alcuni a presentarli, presentarsi e leggerne qualche passo.
Il Gruppo della Trasgressione terrà una delle abituali riunioni che svolge con i detenuti nelle carceri milanesi, aperta alla partecipazione di un gruppo di scout e ai visitatori del mercato.

Durante la giornata, servizio di caffetteria e buffet a cura di Food Couture.
Interventi musicali con gli strumenti della liuteria del Carcere di Opera.

Programma:
ore 10.00 – apertura mostra-mercato
ore 11.00-12.15 incontro “Lavoro in carcere” con Massimo Parisi, Alessandra Naldi, Mirko Mazzali, Pietro Raitano e testimonianze dirette di detenuti
ore 13-15.30 Gruppo della Trasgressione
ore 16.00-17.15 – incontro “Lavoro dopo il carcere” con Lucia Castellano, Lamberto Bertolè, Marco Forlani e testimonianze dirette di detenuti.


giovedì 26 settembre 2013

Questa zebra non è un asino: dal libro al teatro. Sui diritti dei minori



Talal è un bambino che vive nella striscia di Gaza ed è amico di Yara, una zebra che si trova in uno zoo al di là del muro che separa la Palestina da Israele.
A causa dei continui bombardamenti, lo zoo ormai si è svuotato degli animali e, all'ennesimo attacco militare, anche Yara perde la vita.
Il guardiano, per risparmiare a Talal il dolore per questa perdita, decide di travestire un asino da zebra, ma il ragazzino se ne accorge e si sente profondamente tradito. Se ne va, ma arrivano i mass-media: l'anziano guardiano decide di chiedere pubblicamente scusa a Talal, il bambino lo perdona e, al suo ritorno, i due decidono di mettere un cartello sulla gabbia dell'asino con la scritta: “Questa zebra non è un asino”.

Nato come racconto scritto, Questa zebra non è un asino. Storia di un'amicizia più forte della guerra diventa uno spettacolo teatrale, di e con Giorgio Scaramuzzino, presentato anche all'ultima edizione del Festival di Todi. Una storia che si rivolge ai bambini, ma anche agli adulti per parlare di diritti, di pace e di solidarietà.

Abbiamo intervistato Giorgio Scaramuzzino che ringraziamo per la sua disponibilità


Di cosa parla il testo e quando ha avuto l'idea di scriverlo?

L'idea l'ho avuta appena ho letto la notizia sul giornale, notizia che riguardava questo piccolo zoo nella striscia di Gaza dove il direttore si era trovato coinvolto nella geniale idea di trasformare un asino in una zebra per soddisfare le esigenze dei bambini che non avevano più animali da accudire perchè massacrati dalla guerra, dalla fame.
Avevo voglia di parlare di infanzia negata, partendo da un fatto reale che pochi conoscono al di fuori dei confini di quei luoghi.

Cosa rappresenta il rapporto di amicizia tra Talal e la zebra?

Si tratta di uno dei pochi momenti in cui il ragazzo è veramente un bambino; uno dei rarissimi momenti in cui l'infanzia, nella striscia di Gaza, può giocare, altrimenti i bambini devono pensare a difendersi, a sopravvivere, a mangiare, a superare i posti di blocco e, così, fanno una vita da grandi. Quello, invece, è il momento sacrosanto e legittimo del divertimento e del sogno.

Oltre al tema della diversità, quali sono gli altri argomenti veicolati dallo spettacolo?

Nello spettacolo - maggiormente rispetto al libro – c'è un rapporto continuo con la Convenzione Internazionale dei Diritti dell'Infanzia e dell'Adolescenza.
I passaggi dello spettacolo sono intercalati dagli articoli della Convenzione, ad esempio: larticolo riguardante l'identità. I bambini palestinesi non hanno né identità né nazionalità perchè il Paese non li riconosce; come detto, non hanno il diritto di giocare perchè è addirittura vietata l'importazione di giocattoli (infatti costruiscono aquiloni); non hanno il diritto allo studio perchè non ci sono scuole in numero proporzionale ai bambini e,comunque, non c'è il materiale per costruirle; non hanno il diritto alla salute perchè spesso gli ospedali non hanno la corrente elettrica. Recentemente un bambino è stato operato con la luce di un telefono cellulare; gli orti si trovano vicino ai confini che vengono continuamente bersaglaiti...Insomma è una continua negazione dei diritti primari.

Cosa si può fare per tutelare i diritti di questi bambini e, in generale, dei minori?

Lo scopo di noi artisti è quello di denunciare affinché più persone possibile sappiano la verità. Dobbiamo dare le notizie al di là di idee politiche o religiose. A me interessa solo far sapere che, nella striscia di Gaza, sono negati i diritti di base, soprattutto quelli dei bambini e degli adolescenti.



mercoledì 25 settembre 2013

La storia di Rawan: una storia emblematica



Si chiamava Rawan e aveva solo otto anni. Viveva nella'rea tribale di Hardh, nello Yemen, ed è stata venduta dai suoi genitori ad un uomo di quarant'anni, come sua sposa. E' deceduta dopo la prima notte di nozze a causa di una emorragia interna.
La notiazia è stata ripresa dal Gulf News - il sito in inglese della regione del Golfo - e poi dal Daily Mail, ma le autorità locali l'hanno smentita. Gli attivisti di molte associazioni che tutelano e monitorano i diritti umani, invece, chiedono il processo e la condanna dei genitori e dell'uomo.
Nel 2009 il parlamento yemenita ha votato una legge per evitare i matrimoni sotto i 17 anni, ma i conservatori e gli estremisti - rifacendosi ad una interpretazione letteraria del Corano - si sono opposti e hanno ribadito che la legge islamica non pone limiti di età per le unioni. E il caso di Rawan pone di nuovo l'accento su un fenomeno purtroppo ancora molto diffuso non solo nello Yemen, ma in tanti Paesi dove le bambine diventano merce di scambio per genitori poveri, ignoranti o senza scrupoli. “Le conseguenze dei matrimoni infantili sono devastanti. Le bambine vengono tolte dalla scuola, la loro istruzione interrotta in modo permanente e molte soffrono di problemi di salute cronici per avere troppi figli e troppo presto”, sostiene Liesl Gerntholdz, direttore della Divisione per i diritti delle donne di Human Rights Watch e aggiunge: “ E' fondamentale che lo Yemen prenda misure immediate per proteggere le ragazze da questi abusi”. Il fenomeno, nel paese della Penisola araba, secondo gli ultimi dati Unicef, riguarda il 14% delle bambine che si sposa prima dei 15 anni e il 52% prima dei 18.
Troppo esigui i segnali di un cambiamento sia della mentalità sia delle politiche sociali: una piccola speranza, però, è arrivata, nei giorni scorsi, dall'India. Jyoti Singh Pandey era una studentessa ventitreenne. Venne stuprata su un autobus a New Delhi il 16 dicembre scorso e morì due settimane dopo l'accaduto in un ospedale di Singapore per le feite riportate. I quattro accusati della violenza sono stati tutti giudicati colpevoli.



Un incontro interessante a Milano




Giovedì 26 settembre – ore 18 – Sala Buzzati, Via Balzan 3 – Fondazione Corriere della sera
L’altro Pakistan – Storie e scuole che cambiano la vita delle donne

Conversazione con Mushtaq Chhapra, Chairman e fondatore di The Citizens Foundation – TCF sull’istruzione in Pakistan e l’accesso scolastico femminile.
Intervengono Viviana Mazza e Antonio Ferrari del Corriere della Sera.

Ingresso gratuito con prenotazione, scrivendo a italianfiends.tcf@gmail.com

The Citizens Foundation - TCF costruisce e mantiene scuole nelle aree più svantaggiate del Pakistan, garantendo istruzione e formazione di qualità ai figli delle famiglie più povere, focalizzando il proprio impegno anche sull'accesso scolastico femminile.
Mushtaq Chhapra è un imprenditore del settore manifatturiero, filantropo convinto, attivo con diversi enti di beneficienza nelle aree della salute, sicurezza alimentare e dell'arte.
L’iniziativa è realizzata grazie al sostegno di:

Blog 27esima Ora - Corriere della Sera - Fondazione Corriere della Sera - Provincia di Milano - Atelier Anaïs - BECO Textiles - Borgo Paglianetto - Brambilla & Associati - Clayworks - Femminile al Plurale - Grand Hotel ed de Milan - Media Arts - Tramezzino.it - Villa Angarano

martedì 24 settembre 2013

La carovana dei diritti

Cari amici,
dopo mesi di infaticabile lavoro abbiamo il piacere di presentarvi le iniziative tra ottobre e dicembre dal titolo “La carovana dei Diritti”. L’iniziativa si compone di 5 eventi in diversi luoghi di Milano che hanno come tema comune i Diritti Umani. Ringraziamo fin d’ora tutti gli illustri ospiti, i responsabili degli spazi in cui si svolgeranno gli eventi, gli sponsor e in generale tutte le persone che ci hanno aiutato e che hanno reso possibile la realizzazione del programma; con la speranza di poter organizzare una seconda parte di “carovana” da febbraio a maggio.
Vi preghiamo di partecipare numerosi e di aiutarci a divulgare gli incontri per l'importanza degli argomenti, per la possibilità di conoscere gli autori, per fare domande e proposte, per un approfondimento utile anche agli studenti, che diventeranno i cittadini di domani, o che si sono da poco affacciati all'attualità sociale. Per tutti noi, insieme nella riflessione e nella tutela dei diritti. Vi ringraziamo e vi aspettiamo!


lunedì 23 settembre 2013

Lo sgombero forzato dei rom



Carabinieri, polizia di Stato, Polizia municipale: circa 70 agenti di Roma Capitale hanno preso parte, nei giorni scorsi, allo sgombero forzato del campo abusivo di Via Salviati.
L'azione ha fatto seguito all'ordinanza del sindaco Marino n. 184 del 5 agosto con la quale si disponeva “il trasferimento immediato di persone e cose dall'insediamento abusivo di nomadi sito in Via Salviati al ricollocamento presso il villaggio della solidarietà di Castel Romano”; secondo il Campidoglio, lo sgombero si è reso necessario a causa delle condizioni igienico-sanitarie del campo sulla Collatina che risultano estremamente precarie per la mancanza di acqua, luce e servizi.
Cinque famiglie rom avevano accettato il trasferimento e l'assessore al Sostegno sociale e Sussidiarietà, Rita Cutini, aveva dichiarato che “ogni persona poi deciderà se aderire o meno alle alternative proposte”, aggiungendo: “ La volontà dell'assessorato di individuare e promuovere percorsi di inclusione e integrazione c'è tutta. Il rispetto delle regole è tuttavia la premessa indispensabile per costruire insieme alle famiglie rom dei percorsi veri di inserimento, basati sulla fiducia e sul rispetto reciproco”.
Di diverso avviso sono i rappresentanti di Amnesty Internazional, Associazione 21 luglio e Centro europeo per i Diritti dei rom (Errc) che hanno sostenuto che lo sgombero ” Non rispetta standard e garanzie procedurali, ponendosi in continuità con le ripetute violazioni dei diritti umani perpretarti già dalla precedente amministrazione capitolina”. Dopo l'ordinanza del sindaco Marino, la comunità rom aveva scritto, in una lettera aperta, di non voler continuare a vivere in un ghetto e aveva lanciato un appello per richiedere un dialogo diretto con i membri delle istituzioni, ma - secondo i dati raccolti dalle tre organizzazioni - gli incontri non possono essere considerati come “genuine consultazioni”, se si prendono in considerazione le modalità, le tempistiche e il numero dei partecipanti.
Amnesty, Associazione 21 luglio e Errc hanno concluso che: “ ...I villaggi della solidarietà del Comune di Roma non possono essere ritenuti un'alternativa alloggiativa adeguata, essendo stato comprovato come condurre la propria vita all'interno di detti insediamenti compromette la fruizione di diritti imprescindibili sociali ed economici e condiziona fortemente la vita dei suoi abitanti, spesso anche in dispregio dei diritti umani”.






Riportiamo il comunicato stampa, diffuso dall'Associazone 21 luglio

Roma, 12 settembre 2013 ,

Anche l'attore Moni Ovadia, il giornalista Gad Lerner e il presidente della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato Luigi Manconi hanno reagito alla notizia del primo sgombero forzato di un insediamento rom nella Capitale condotto dalla nuova giunta guidata da Ignazio Marino. Lo sgombero era già stato condannato e definito "una grave violazione dei diritti umani” da Amnesty International Italia, Associazione 21 luglio e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC).

«Le ragioni e le modalità dello sgombero del campo rom di Via Salviati a Roma avvenuto questa mattina ci preoccupano - scrivono Ovadia, Lerner e Manconi -. Secondo Amnesty International, l'Associazione 21 luglio e il Centro Europeo per i Diritti dei Rom, l'operazione è stata effettuata senza rispettare
"gli standard e le garanzie procedurali previsti dalla normativa internazionale". Noi pensiamo che la valutazione di tre associazioni così autorevoli non possa essere ignorata. Tanto meno da parte di una amministrazione come quella guidata dal sindaco Ignazio Marino che ha la nostra simpatia e il nostro sostegno. Anche per questa ragione chiediamo che si trovi una soluzione, la più urgente possibile e quella che maggiormente tuteli la salute e rispetti i diritti fondamentali delle persone sgomberate. E chiediamo che immediatamente si riprenda il confronto con una rappresentanza dei nuclei familiari interessati. Ciò al fine di predisporre dei seri percorsi di integrazione che rispondano alla Strategia nazionale di inclusione dei rom, sinti e caminanti adottata dal governo italiano in attuazione della Comunicazione della Commissione europea che sottolinea la necessità di superamento del modello "campo".

venerdì 20 settembre 2013

Un genocidio dimenticato

Quest'estate abbiamo conosciuto Pietro, un ragazzino che frequenta una scuola media di Milano. La mamma di Pietro ha origini armene e lui ha voluto approfondire una parte di Storia poco studiata e riportare alla memoria collettiva il dramma di un genocidio dimenticato. Pietro ha realizzato un interessantissimo lavoro audiovisivo per la sua scuola e ha voluto condividerlo con noi. 
Ringraziamo tanto Pietro e la sua famiglia.
Questo materiale è pubblicato anche sulla pagina Youtube dell'Associazione per i Diritti Umani









giovedì 19 settembre 2013

Matei copil miner: una piccolo grande film rumeno, di Massimiliano Studer



La 49a mostra del Nuovo cinema di Pesaro ha premiato, nel giugno del 2013, Matei copil miner (Matei bambino minatore, Rom-Fra-Ger, col., 80’, 2013) scritto, montato e diretto da Alexandra Gulea, all’esordio da regista in un film di finzione dopo diversi lavori come documentarista, con due riconoscimenti: premio della giuria giovane e premio Lino Miccichè. La nostra associazione Formacinema è riuscita ad entrare in contatto con i responsabili del Festival di Pesaro per ottenere la copia del film e inserirla all’interno della rassegna “Le vie del cinema: i film di Venezia e Locarno a Milano” che si svolge, in diverse sale cinematografiche, a Milano dal 16 al 24 settembre 2013. La proiezione del film avverrà il 23 settembre presso il cinema Apollo di Milano in due distinti orari: alle 15 e 30 e alle ore 20. Non vi è dubbio che per Milano è un’occasione unica per poter vedere un film premiato in una delle più importanti e raffinate manifestazioni cinematografiche d’Italia. È la prima volta, infatti, che accade un evento del genere perché mai, prima d’ora, il Festival è riuscito ad arrivare nella nostra città e questo è motivo di orgoglio per la nostra Associazione.
Il film vincitore del Festival di Pesaro proviene da una delle realtà cinematografiche più emergenti d’Europa, la Romania. Già presentato con grande successo di critica e pubblico al Festival di Rotterdam, il film narra la storia di un ragazzino di nome Matei, interpretato da un giovanissimo, talentuoso e quasi sempre muto Alexandru Czuli, che vive in un villaggio minerario della Romania. La cittadina appare in rovina a causa di un evidente declino sociale ed economico dovuto alla cessazione dell’estrazione del carbone. La rappresentazione visiva di questo contesto ambientale è ottenuta dall’uso insistente di panoramiche dall’alto, in campo lungo, capaci di inserire i personaggi in un quadro che, pur desolante, emana un indubbio fascino visivo. L’esperienza della regista come documentarista permette all’occhio della macchina da presa di individuare sempre l’aspetto poetico degli scorci più desolanti. Queste inquadrature, inoltre, vengono sincronizzate, spesso e volentieri, con i versi degli uccelli in volo o con i rumori della città o con una musica allegra di origine zingara. Quasi tutto il film si svolge durante l’inverno e questa scelta di sceneggiatura è funzionale alla possibilità di accentuare l’aspetto squallido e triste di un paesino caduto letteralmente in rovina. Ed è in questo freddo e desolante contesto che il giovane protagonista cerca di trovare il calore affettivo che gli manca. Un’inconsueta passione per gli insetti permette a Matei di incrementare l’affetto proveniente sia dal rapporto con l’anziano e all’apparenza premuroso nonno sia alle algide telefonate che la madre, residente all’estero, gli fa ogni sera. Un elemento importante della narrazione è dedicato, inoltre, all’ambiente scolastico in cui il piccolo protagonista si muove ed esprime la sua personalità. Un luogo, tuttavia, gestito da adulti che sembrano incapaci di promuovere comportamenti formativi attenti alle esigenze delle piccole personalità dei loro frequentatori. Una delle scene chiave del film, ad esempio, ci mostra un amico di Matei mentre viene umiliato davanti alla classe perché non ricorda una poesia (vedi foto a fianco). Questo evento rappresenta la svolta del film perché porterà il protagonista a intraprendere delle scelte che cambieranno la sua vita. In una gelida sera, infatti, i giovani protagonisti decidono di imbrattare la macchina della professoressa di lettere con alcune scritte ingiuriose per vendicarsi dell’umiliazione subita. La bravata, tuttavia, non passa inosservata e Matei viene espulso da scuola. Il nonno, convocato dall’insegnante di rumeno, viene avvertito dell’episodio. Appena rientrato a casa, però, picchia violentemente il nipote che decide, a questo punto, di fuggire di casa. Una fuga che segnerà il protagonista e lo renderà consapevole di un disprezzo per quelle istituzioni degli adulti che non sono state capaci di comprendere il suo mondo. Matei, senza riflettere troppo sulle conseguenze del gesto, prende il primo treno che parte dal paesino e si reca a Bucarest. Raggiunge la capitale di notte e in un museo di storia naturale, In una delle scene più suggestive del film, incontra il guardiano che riesce a apprezzare e valorizzare la passione del protagonista per gli insetti. Rientrato al paesino dopo questa breve ma intensa avventura, Matei scopre che il nonno è morto. Gli assistenti sociali cercano di capire dal bambino, ormai scivolato in un rabbioso mutismo, se desidera recarsi in Italia dalla madre o se preferisce rimanere in un orfanotrofio. La madre di Matei, però, rientra in Romania per portare con sé il figlio nel Bel Paese. Mentre stanno per partire, Matei si nasconde e, in questo modo, sceglie di rimanere nel piccolo villaggio mentre la madre lo abbandona di nuovo perché, del tutto incurante del figlio, riesce a prendere l’areo che la riporterà di nuovo in Italia. Il film si chiude con la stessa inquadratura con cui si apre: una ripresa dei tetti delle case del piccolo villaggio dove Matei ha scelto di vivere.
Al di là della trama, come sempre, è più interessante evidenziare lo stile visivo del film. Una pellicola, in molti momenti, è quasi senza dialoghi e incentrata sulla comunicatività delle immagini e delle situazioni. Un montaggio sempre attento a dialogare con l’intelletto dello spettatore perché è lui a dover interpretare le informazioni per comprendere la trama. In questo senso la scelta stilistica più frequentemente usata dalla regista per narrare le vicende del protagonista è l’ellissi. Molti episodi del film, infatti, sono giocati sul salto temporale operato dal montaggio che la mente dello spettatore è costretto a colmare con l’immaginazione e la deduzione logica. Si pensi, ad esempio, alla punizione corporale subita da Matei ad opera del nonno. Lo spettatore, infatti, non assiste al dialogo tra l’insegnante e il nonno ma ne deduce i contenuti. Anche il viaggio in treno è raccontato con lo stesso stratagemma narrativo. L’altoparlante della stazione, infatti, elenca tutte le fermate e l’ultima è proprio Bucarest est. Quando lo spettatore vede camminare Matei per le strade di una città è immediatamente in grado di dedurre che si trova proprio nella capitale rumena. Un film molto intenso, dunque, da un punto di vista visivo supportato dall’espressività del viso del piccolo Matei con i suoi grandi occhi marroni che scrutano il mondo degli adulti troppo spesso cinici e del tutto incuranti delle esigenze dei ragazzi. Un film che parla della condizione dell’adolescenza e con lo sguardo universale degli adolescenti, uguali in tutte le parti del mondo. Ma è la visione diretta del film a permettere ai lettori di comprendere appieno le tematiche della pellicola.

Ringraziamo tantissimo Massimilano Studer, direttore responsabile di formacinema.it

Per poter vedere Matei Copil Miner presso il cinema Apollo di Milano, gli spettatori possono acquistare i biglietti su www.lombardiaspettacolo.it o all'Infopoint dell'Apollo, aperto tutti i giorni dalle 13 alle 20.

Aggiungiamo questo link con un altro interesante articolo di Monica Macchi, sul festival di Istanbul

mercoledì 18 settembre 2013

Padre Puglisi e la sua lotta per la legalità




E' stato un sacerdote e diventerà beato, ma Padre Giuseppe Puglisi era, prima di tutto, un uomo. Un uomo che è stato ucciso il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, il 15 settembre di venti anni fa.
Nel 1990 don Pino viene nominato parroco a San Gaetano, nel difficile quartiere Brancaccio di Palermo, e, nel '93, inaugura il centro “Padre Nostro”, aiutato da un gruppo di suore, dal vice Gregorio Porcaro e da un gruppo di persone laiche legate all'Associazione Intercondominiale; questo piccolo gruppo riesce a indirizzare i bambini e i ragazzi di Brancaccio verso il centro e verso la legalità, invece di farli rimanere, abbandonati a se stessi, per strada e nelle mani delle cosche.
Un bel ritratto dell'attività e della personalità di Padre Puglisi è stato fatto nel film di Roberto Faenza, dal titolo Alla luce del sole: in una scena, il prete entra in una scuola e, in classe davanti agli studenti stupiti, inizia a saltare su scatoloni di cartone, dicendo: “Dobbiamo rompere le scatole”: perchè questo faceva don Pino, “rompeva le scatole” ai mafiosi e a quelli collusi con la criminalità; “rompeva le scatole” alle famiglie che avevano paura e a coloro che si chiudevano nell'omertà. E proprio per questo è stato ammazzato.
Ed è morto “alla luce del sole”: nel piazzale sotto casa sua, di giorno, probabilmente davanti a tanti testimoni che hanno fatto finta di non vedere e di non sentire, trincerandosi dietro alle persiane abbassate.
A distanza di 20 anni Maria Pia Avara, vicepresidente del centro “Padre Nostro”, dice: “ Non si può arretrare nemmeno di un millimentro in quartieri a rischio come Brancaccio. Le cose da fare sono ancora molte perchè questo è un territorio molto difficile. Certamente in tutti questi anni è cambiato molto. Oggi lavoriamo in sinergia con altre realtà come la scuola Puglisi, la chiesa e la circoscrizione per migliorare tanti aspetti del territorio”. Meno ottimista Maurizio Artale, presidente del centro: “ Fino a poco tempo fa il luogo dell'uccisione di don Puglisi era un parcheggio per le auto. A nulla valevano le targhe e le commemorazioni...Poco è cambiato. Anche in questi giorni è stata rubata una moto a un nostro volontario, proprio davanti al centro dove si stava svolgendo un incontro per il ventennale della morte di Padre Pino. La gente non cambia, soprattutto quella onesta che è rimasta apatica e indifferente alla morte e al sacrificio di un uomo speciale”.
E' difficile scardinare una mentalità incentrata sulla violenza e sulla sopraffazione, ma il lavoro continuo e capillare degli operatori del centro e delle altre associazioni è importante per riaffermare i concetti di giustizia e di onestà, in particolare tra i più giovani che rappresentano la speranza di un cambiamento per il bene di tutti.

Padre Puglisi nel ricordo di Pino Martinez


martedì 17 settembre 2013

Storie di ordinario razzismo?


(Foto LaPresse)

Provincia di Bergamo: a Corti, una frazione di Costa Volpino, nella classe prima di una scuola elementare ci sono sette bambini italiani, quattordici africani (soprattutto marocchini) e alcuni romeni e albanesi.
I genitori italiani dichiarano che, se il direttore non trovasse posto per i loro figli in altre frazioni, li trasferiranno in un altro Comune: e così fanno. Iscrivono i bambini in altre scuole di Costa Volpino e di altri paesi limitrofi.
Dal municipio, nessun commento. Il preside dell'istituto comprensivo, Umberto Volpi, allarga le braccia, sconsolato.
Provincia di Novara: a Landiona. Siamo sempre in una scuola elementare. Un ragazzino sinti entra in classe il primo giorno di lezione e le famiglie dei compagni italiani decidono di trasferirli in un paese vicino, a Vicolungo. Il sindaco di Landiona, Marisa Albertini, afferma: “I bambini di famiglie rom sono 28, ma pochi frequentano. Questa mattina erano in sei. Abbiamo pochi bambini e l'intenzione era quella di fare l'accorpamento con la scuola di Vicolungo, mettendo anche uno scuolabus, ma per ora non ci siamo riusciti” e aggiunge: “Non siamo razzisti, mi dispiace. Molti genitori hanno iniziato a spostare i bambini e poi lo hanno fatto anche gli altri”.
Bisognerebbe chiedere il motivo di questo spostamento; bisogenrebbe, forse, mettere in atto strategie diverse (oltre ad uno scuolabus) per contrastare la dispersione scolastica, soprattutto da parte dei figli di genitori rom e sinti; bisognerebbe smetterla con le ipocrisie...La decisione di ritirare i bambini “è un fatto di una gravità assoluta. Ma noi non siamo razzisti”, afferma anche Francesco Cavagnino, consigliere comunale.
Si potrebbe cominciare dai fatti, facendo sì che tutte le scuole, di ogni ordine e grado, diventino di nuovo un luogo dove imparare - con le parole e con i fatti - il senso del rispetto, dell'accoglienza e dell'inclusione.

lunedì 16 settembre 2013

Milano contro la violenza sulle donne




Presentazioni di libri, dibattiti, performance teatrali, incontri con rappresentanti di associazioni e centri specializzati: Milano, dal 14 settembre al 27 ottobre, dice NO alla violenza sulle donne.
L'iniziativa si intitola proprio “No al silenzio! Basta violenza sulle donne” e si terrà nelle 25 biblioteche comunali diffuse su tutto il territorio cittadino dove saranno esposte le vignette di Furio Sandrini, alias Corvo Rosso, che affrontano con ironia il drammatico tema della violenza di genere. “Questa è una delle iniziative che mi rende orgoglioso di far parte di questa Amministrazione perchè ha avuto il coraggio di affrontare questo tema scottante e drammatico usando il più antieroico degli strumenti: la satira. E' la prima volta che un'intera città affronta questo tema, coinvolgendo tante realtà, associazioni ed energie sociali, invadendo lo spazio urbano con un programma multidisciplinare e molto ricco per cercare di eliminare i fatti, le conseguenze e i presupposti, soprattutto culturali, della violenza di genere”: queste le parole dell'Assessore alla Cultura, Filippo Del Corno. E Pierfrancesco Majorino, Assessore alle Politiche sociali, ha aggiunto: “ Questa rassegna rafforza il lavoro che già facciamo rispetto alla violenza di genere: dal protocollo di intesa con la rete dei centri che accolgono donne vittime di abusi, alle azioni di prevenzione nelle scuole fino agli incontri nelle zone. Un lavoro che proseguiremo nonostante il Governo abbia annunciato il taglio dei finanziamenti ai centri anti violenza presenti in città. Un provvedimento gravissimo su cui ancora attendiamo una risposta definitiva. Ed è vergognoso che non sia ancora arrivata”.
Tra i tanti appuntamenti si segnalano :la presentazione del progetto artistico di Alina Rizzi “ La coperta delle donne”, un progetto che nasce come stimolo alla fantasia delle donne, alla loro abilità più antica – il cucito e la manipolazione di lana, fili, tessuto - e alla solidarietà. Solidarietà tra donne, che lavorano ad un progetto comune, e solidarietà verso chi usufruirà di eventuali ricavati economici ottenuti dall’esposizione dell’oggetto artistico; l'intervento della giornalista ed ex parlamentare Souad Sbai sulla negazione dei diritti umani nei confronti delle donne che hanno preso parte alle primavere arabe; la presentazione del libro “I serial killer dell'anima” di Cinzia Mammoliti; l'incontro con la Casa di accoglienza di donne maltrattate.



Per il programma completo e il calendario: www.corvorosso.it e www.comune.milano.it



Per chi volesse denunciare maltrattamenti o violenze:
02-55032489 (per violenza sessuale)
02-55038585 (per violenza domestica)  e il call center 1522 

Associazione telefono donna (per sostegno psicologico)
Associazione donna aiuta donna (per assistenza legale)
Casa di accoglienza per le donne maltrattate

venerdì 13 settembre 2013

Una iniziativa per le scuole

Carissimi,
vorremmo lanciare un'iniziativa rivolta, in particolare, agli insegnanti delle scuole medie e superiori e ai docenti universitari: per l'anno scolastico/accademico 2013-2014 l'Associazione per i Diritti Umani propone incontri NELLE SCUOLE/UNIVERSITA' sulle tematiche inerenti ai diritti umani con la proiezione di film e documentari; con la presentazione e l'approfondimento a partire da testi di letteratura e di saggistica; alla presenza anche di scrittori, giornalisti, operatori ed esperti di settore.

Chi fosse interessato può inviarci una mail all'indirizzo: peridirittiumani@gmail.com

Un cortometraggio per il diritto alla vita, con amore



Si intitola Rumore bianco il bel cortometraggio scritto e diretto da Alessandro Porzio ed è stato premiato con la menzione speciale all'ultima edizione del Bif&st, Bari International Film Festival.
Un uomo e una donna in una camera di ospedale: tra loro una storia d'amore e una scelta difficile.

Abbiamo rivolto alcune domande al regista 



Tra i due protagonisti - Luca e Alice - chi ha maggior diritto alla vita?

Credo sia impossibile deciderlo. Credo sia impossibile anche solo pensare chi dei due merita più attenzione, comprensione. La comprensione ritengo sia infetta dello stesso male in cui è infetta l'indifferenza. Chi va aiutato? Capito? Nessuno. Perchè nessuno di noi è “loro due”, ed allora il diritto alla vita, per quanto riguarda Alice e Luca smette di appartenerci subito, nel primo instante. Non abbiamo il diritto di giudicare, non è giusto che Luca diventi motivo della nostra “pena” e Alice bersaglio di commenti perbenisti. Per intuire chi dei due ragazzi ha più diritto alla vita dovremmo immedesimarci in loro e vivere per qualche attimo la paralisi di Luca e la soffocata voglia di vivere di Alice. Forse, ma ne dubito, solo così potremmo avvicinarci e decidere.

Perchè hai scelto questa tematica per il tuo cortometraggio?

Perchè è una storia d'amore. Avevo il desiderio di raccontare quello che capita davvero tutti i giorni. La sofferenza, l'abbandono, l'emozione. Insomma uno spaccato di vita che non fosse un pezzo di racconto, ma qualcosa che c'è e che l'ipocrisia nasconde. Alice ha il coraggio di abbandonare il suo “amore” nel momento forse in cui, proprio il suo amore, ha più bisogno di lei. Ma è verità. Credo che il cinema debba “anche” fare questo senza pensare al dopo.

Un lungo piano sequenza e un monologo: una commistione tra cinema e teatro?

Il monologo era inevitabile ma ancora più inevitabile è la scelta del piano-sequenza. Il teatro no. Forse in Rumore Bianco è davvero lasciato il disparte nella sua più completa essenza. La messa in scena e le parole. Volevamo quello che è poi venuto fuori dal girato. Ci interessava questo. Ammetto però che per altre cose il Teatro mi condiziona sempre molto.

In questo lavoro è anche molto importante ( e bella) la colonna sonora...

Sono felice di questa domanda. Si è importantissima. Di solito quando c'è una bella colonna sonora in un bel fin questa finisce per assorbire tutta l'attenzione che su di essa. Ti butta fuori o ti emoziona a tal punto che perdi quello che davvero si sta raccontando nel film. La colonna sonora è al servizio dell'immagine non ne deve modellare il contenuto o la forma stessa. Stefano Ottomano è un maestro in questo. E' didascalico. Puntuale e sopratutto non pecca di egoismo, trasportando chi guarda, dove vuole lui con la musica. Peccato solo per il nostro “ciuffo” uguale. [scherzo]

Torniamo alla sceneggiatura: amore e senso di vuoto; passione e dolore. Questi sono gli elementi alla base dello script? Qual è la riflessione che hai voluto comunicare con il tuo film?

Qualche giorno dopo che lo script era pronto, mi concentrai a rileggere quale schifezza avessi scritto, stranamente mi piacque subito ma dovetti fare i conti con il senso di IMPOTENZA che mi lasciavano quelle parole del monologo. Certo avevo tutto in testa, posto, facce, rumori e silenzi, luce, ma ne fui turbato. Poi decisi di andare oltre e fare di quello stato che io stesso avevo provato la vera riflessione da dover comunicare con il film. Spero di esserci riuscito.

E i tuoi progetti futuri come sceneggiatore e regista?

Domanda che mi scompone sempre molto perchè mi ricorda ogni volta che avrei da fare un'infinità di cose! Ad ottobre dovrei essere nuovamente sul set per la mia nuova storia. Intanto siamo in post con alcuni lavori che ho diretto. Ah! Forse giro un documentario [mai avrei pensato di farlo]...


Diritti Umani e Democrazia: IL PUNTO SULL’ERITREA

Settembre è un mese particolare per i diritti umani e la democrazia in Eritrea.
Le ricorrenze del 1° settembre 1961, inizio della lotta di liberazione del popolo eritreo, e del 18 settembre 2001, data dell’arresto di oppositori e giornalisti eritrei, impongono una riflessione sullo stato delle cose in quel Paese e sollecitano un nuovo impegno a quanti hanno a cuore le sorti del suo popolo, sottoposto dalla dittatura a terribili violazioni dei diritti umani e politici.

Eritrei democratici e amici del popolo eritreo organizzano a Bologna, città simbolo della Resistenza eritrea e del sostegno italiano alla lotta di liberazione dell'Eritrea dalla dittatura etiopica, una giornata dedicata a questi temi: 

il 21 settembre 2013 

presso il centro interculturale Zonarelli di via A. Sacco 14 a Bologna (bus 21).


Sono previste due fasi di lavoro:


Mattino:

La costituzione di un «Organismo per la democrazia in Eritrea»: dovrà trattarsi di un organismo che operi per la sensibilizzazione dell'opinione pubblica, dei media e degli organismi politici e istituzionali italiani ed europei, che sostenga e affianchi la lotta degli oppositori eritrei, che promuova con i mezzi opportuni la transizione verso la democrazia e l'applicazione della Costituzione in quel Paese. Sarà il dibattito a definire più precisamente forme e finalità del documento. Esso, nella forma che gli si darà alla fine dell’incontro, potrebbe essere il testo da presentare a parlamentari e istituzioni
nazionali ed europee.

Pomeriggio:

Un seminario di approfondimenti politici 


La partecipazione è aperta a tutti, ma gli organizzatori richiedono un impegno più preciso chiedendo, a chi è interessato a farlo, di comunicare la propria intenzione
di partecipare anche solo a una delle due fasi previste, la propria disponibilità a far parte dell'«Organismo» detto sopra, e/o l'invio di uno scritto/contributo al
dibattito nel caso non potesse fisicamente essere presente.

Assicurano fin da adesso la loro partecipazione: 
Dania Avallone, Marco Cavallarin, Desbele Mehari, Ribka Shibatu e l’EYSNS Italy. 

A conclusione: buffet eritreo a base di injera e zighinì.

Per ulteriori informazioni rivolgersi a: Desbele Mehari 347.8959983,  Marco Cavallarin  mcavallarin@gmail.com  

giovedì 12 settembre 2013

Senegal in divenire: tradizione e sguardo al futuro nelle opere di Mor Talla Seck e Diop, in arte Job



Mercoledì 18 settembre, presso “La Fabbrica Birrificio Artigianale” di Saronno, si terrà il vernissage della Mostra collettiva Senegal in divenire: tradizione e sguardo al futuro nelle opere di Mor Talla Seck e Diop, in arte Job; musica dal vivo eseguita da Naby Eco Camara.

Mor Talla Seck, è nato a Thies, in Senegal e si è diplomato in Belle Arti a Dakar; si è dapprima avvicinato alla grafica e poi alla pittura e alla scultura; oggi, oltre a questo, scrive testi per il teatro dei bambini e anima laboratori di pittura nelle scuole.
Con questa esposizione, l'artista continua il suo percorso sui Boschi Sacri, opere con cui accompagna il visitatore in un viaggio alla scoperta delle tradizioni dei Diolas, una popolazione del sud del Senegal legata ancora alle credenze ancestrali della religione animista. Totem, feticci, oggetti propiziatori sono i soggetti che riempiono le tele , rese materiche dall'uso di pigmenti e catrame. Oggetti e figure simboliche si muovono all'interno di un bosco, luogo degli spiriti e degli numi tutelari. Un immaginario, suggestivo e poetico, in cui si rappresenta l'esistenza umana che mai è disgiunta dalla Natura e dal cosmo.
In questa mostra vengono prese in considerazione, in particolare, tre fasi del rito di iniziazione: l’Equilibrio, i Fantasmi e i Talismani. Dopo essere passati dall’adolescenza all’età adulta, l’Equilibrio è la fase in cui si può ancora cadere nell’oscurità o salire verso la luce. I Fantasmi sono quindi il risultato di una conoscenza acquisita che può svanire all’improvviso. A meno che non si ricorra ai Talismani, oggetti sacri che, nella fase finale di questo cammino, consentono di mantenere un costante contatto con gli antenati, solide guide a cui affidarsi.

All’interno della mostra il pittore Job, non dimentica la sua terra, ma rivolge comunque lo sguardo verso la nuova dimensione in cui è approdato, coniugando amore per la tradizione e sensibilità per il contemporaneo, senza tralasciare una visione di speranza e perseveranza verso il futuro.



La mostra in sintesi:
Vernissage: 18 Settembre 2013, ore 21.30; esecuzione musicale dal vivo di Naby Eco Camara.
Quando: la mostra, già presente negli spazi del birrificio dal 2 Settembre, sarà visibile fino al 31 Ottobre 2013.
Dove: La Fabbrica Birrificio Artigianale, Via Padre Giuliani 38, 21047 Saronno
Apertura al pubblico: Dal Lunedì al Giovedì: 12.00 – 01.00; Venerdì e Sabato: 12.00 – 02.00

Quando una legge fa paura



Nei giorni scorsi, a Brescia, si è tenuto un flash mob particolare: in piazza Rovetta alcune persone si sono radunate, in silenzio, con un libro in mano e rivolte verso la Loggia. Un'iniziativa per manifestare contro la legge sull'omofobia in discussione in questi giorni alle Camere. La modalità di protesta non è chiara, anche se i partecipanti si sono definiti “sentinelle della libertà di espressione” e hanno dichiarato che la legge in questione sarebbe discriminatoria nei confronti degli eterosessuali che subiscono violenze analoghe a quelle denunciate dagli omosessuali.
La proposta legislativa era stata presentata, da Ivan Scalfarotto come primo firmatario, nel mese di agosto, ma la discussione è stata poi fatta slittare a settembre e, nel frattempo, il testo ha subìto alcune modifiche da parte della Commissione giustizia.
Noi guardiamo alle questioni che riguardano la vita delle persone gay, lesbiche e transessuali...E in questo caso, il risultato ci piace fino a un certo punto”, sostiene Flavio Romani, Presidente dell'Arcigay, riferendosi al nuovo testo della legge che ha a che fare con la legge Mancino. Nel testo proposto inizialmente veniva, infatti, punito “l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o fondati sull'omofobia o transfobia”; oggi, invece, sembra che si voglia eliminare l'Art.3 della legge Mancino, ovvero l'aggravante di omofobia e transfobia.
Il fronte cattolico si impunta e chiede l'introduzione di una clausola per chi si dichiara favorevole solamente ai rapporti eterosessuali: la clausola dovrebbe salvaguardare queste persone dall'essere perseguite per le proprie opinioni. PD e Sel promettono, invece, un emendamento che reinserisca nel testo l'aggravante per omofobia e transfobia.
Insomma, il cammino di questa legge è ancora contorto e difficile e lontano risulta, in Italia, il riconoscimento dei diritti civili per le coppie omosessuali.